71° Mostra del cinema di Venezia: In the Basement (Im keller)


L'ultima prova registica dei Ulrich Seidl, Im keller (Austria, 2014, 82'), segue fondamentalmente il percorso delineato nelle pellicole precedenti, e di fatto si adagia nella forma e, se si pensa a Importa/Export (Austria, 2007, 135'), anche nella sostanza a ciò che è (già) stato; è un sesso pervasivo, quello che mette in scena Seidl, o meglio una sessualità non lascia interstizi vuoti, e in questo senso è pornografico, Im keller, nel senso in cui ne parlai a proposito di Chroniques sexuelles d'une famille d'aujourd'hui (Francia, 2012, 87'): ambientato interamente nelle cantine, la pellicola mostra, in stile falso-documentario, gli impulsi degli austriaci, e la venatura freudiana che assumono questi impulsi (si erotizza persino Hitler, e il pensiero corre diretto a Deleuze e Guattari quando, ne L'Anti-Edipo, parlavano di fascisti che si masturbavano, eccitati, pensando a Mussolini) la fa quasi da padrona, emergendo nella sua più austera totalità; il minimalismo, con le solite perfette geometrie seidliane, non è che un contorno cui già ci aveva abituati la precedente trilogia, per il resto è la sessualità, nella sua declinazione di arrapamento, a emergere, ed emergendo è come se riempisse il minimalismo di fiche, parole sconce, dipinti politicamente inaccettabili etc., tanto da far credere, infine, che non di minimalismo si tratti, visto la forma (minimalista) non è adeguata alla sostanza (ipertrofica). Insomma, niente di nuovo sotto il sole, e se si crede che certe questioni possano anche non interessare, da quanto sono esasperate, vien da pensare che Seidl tenda a qualcosa che abbia a che fare esclusivamente con la provocazione, la cui vacuità attecchisce solo in parte, poiché davvero in pochi sono fuggiti dalla sala mentre la maggioranza ha invece preferito applaudire all'ennesimo «io sono io, A = A» di Seidl. Peccato, perché i presupposti c'erano tutti per derivarne qualcosa di realmente conturbante e anarchico, pulsionale se si preferisce, basti pensare al tema della cantina, già utilizzato da Hitchcock in Psycho (USA, 1960, 109') per mostrare quel subconscio che nel primo piano, dov'era presente la stanza della madre, veniva subordinato al Super-Io; ecco, anche in Im keller affiora, almeno parzialmente, questa cosa della cantina come subconscio, ma, purtroppo, viene a mancare del tutto il lato del «fuori» o del «sopra» in cui le pulsioni e i desideri inconsci si rifrangono: non basta mostrare l'essenza, la vera verità di una persona, ciò che realmente essa è (una masochista, un nazista etc.), perché l'essenza è solo una parte della persona, la quale è sempre se stessa più l'ambiente che la circonda, ambiente che nella pellicola di Seidl non è affatto presente. Grave mancanza? Forse no, certo è che il gioco, a 'sto punto, non vale la candela, perché se manca l'ambiente manca la persona, o meglio la persona si riduce a mera apparenza, e un'ora e mezza di pornografi senza uno statuto d'essere fa venire il sospetto che Seidl abbia tirato eccessivamente la corda e abbia giocato alla prestidigitazione del narcisista, ritrovandosi infine a essere più geometra che un regista.

VOTO: 2/5

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