71° Mostra del cinema di Venezia: H.


Il primo film che ho visionato della sezione Biennale college, che l'anno scorso aveva sorpreso non poco con quel capolavoro che è Mary is happy, Mary is happy (Thailandia, 2013, 127'), lascia parecchio a desiderare, e per quanto sia indubbia la capacità dell'accoppiata Rania Attieh & Daniel Garcia di muovere un film convincendo sia dal punto di vista formale che, anche se in misura un filino minore, contenutistico, H. (USA, 2014, 93') non è riuscito a colpirmi come speravo e, vista la sezione, come mi aspettavo; la sensazione di trovarsi di fronte a un intreccio paranoide à la Donnie Darko (USA, 2001, 113'), infatti, permane fino alla fine del film, e la patina vintage, che trasforma H. in una sorta di corrispettivo cinematografico della musica di Lana del Rey, alla lunga annoia, specie se riferita a una realtà filmica con quale c'azzecca davvero poco. Certo, del buono c'è, e forse un tentativo di riflessione sulla perdita e la scomparsa, la maternità e l'annullamento, termini che potrebbero riferirsi tutti alla medesima identità (il cavallo nero), regge un film in cui il colpo di scena, spesso inspiegato o lasciato volutamente insoluto, è di casa, ma, appunto, è tutto così intricato, così volutamente narrativo e letterario da lasciare poco spazio alla sorpresa delle immagini, spesso e volentieri caricate di valori letterari esterni a esse, quindi fondamentalmente dipendenti dalla sceneggiatura. Ecco, il neo più grande di H. è proprio quello di sottostimare il cinema, ma non al punto tale da sterilizzarlo quanto, piuttosto, di caricarlo di narratività e di impostarlo in maniera eminentemente letterario-narrativa da arrivare infine a sprigionare potenzialità da esso, cioè dal cinema, che sono sostanzialmente di natura letterario-narrativa. La base del film, tra l'altro, è proprio un avvenimento letterario, ovverosia la tragedia greca, e la sparizione di Helen da Troy richiama direttamente quanto documentò Omero, tant'è che, forse, il film riesce gradevole esclusivamente su questo versante, per l'originalità con cui si rapporta al mito, ma, in fondo, non è che poca cosa, perché H., alla fin fine, si dimostra essere cinematograficamente innocuo.

VOTO: 2/5

6 commenti:

  1. Orpo, dal fotogramma speravo avessi beccato un film niente male... Anche se devo dirti che alcune cose che scrivi e certi riferimenti attirano comunque la mia attenzione, e non so, magari a me potrebbe non dispiacere. Toglimi una curiosità: conoscendo in parte i tuoi gusti musicali posso immaginare e comprendere che Lana del Rey non ti piaccia (e lo stesso vale per me, intendiamoci), ma personalmente trovo il video Summertime Times parecchio suggestivo, proprio per quella "patina vintage" come la definisci, che riporta ai '60/'70...

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    1. Sì, non è male, quel video, però questa cosa del vintage sta diventando patologica e, insomma, non è niente più che una moda creata ad hoc dalle case discografiche, che non sanno più che pesci pigliare. Inoltre, mi chiedo sempre che senso abbiano certi revival e non riesco nemmeno a trovarci qualcosa di nostalgico. Non so, la vedo come una cosa parecchio reazionaria. Il film, comunque, dubito fortemente possa piacerti, anzichenò.

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    2. Mmhh... Inizio a temere che il corto sul "parco svanito" potrà non piacerti :(
      Spero vivamente di sbagliarmi!

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    3. Aspetta, chiariamoci un attimo. Che cosa intendi per vintage, tu? Perché io per vintage intendo una moda puramente formale e decontestualizzata. Il vintage mi va bene se è aderente a un contenuto che richiede una patina vintage, ma già allora, se cioè già ci fosse questa aderenza, non sarebbe più vintage, perché, appunto, il vintage è vuoto ed è il vuoto: non è riempito da nulla ed è soltanto una forma estetica autoreferenziale. Quel corto mi sembra tutt'altro che vintage, da questo punto di vista. Sia per quel che mi feci vedere sia per le indagini e le ricerche che stai facendo.

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    4. Se la metti sotto questo punto di vista sono d'accordo: ovviamente il concetto di vintage deve potersi applicare a un contenuto che ne richieda le caratteristiche, altrimenti è solamente esercizio di stile. Nel mio caso, l'idea (e di conseguenza il lavoro che sto sviluppando) consiste profondamente su una rievocazione della memoria. Ti faccio un esempio veloce: quando pensi a un evento, o a una giornata particolare del tuo passato più remoto, hai un'immagine che rimarrà per sempre nella tua memoria, ma al contempo non riesci a focalizzarla chiaramente perchè essa assume dei contorni sfumati, sbiaditi. Se ad oggi volessi riprodurre, far rivivere (attraverso un disegno, o un video, come nel nostro caso) quell'immagine esattamente così come l'hai memorizzata, lo faresti cercando di ricrearne possibilmente la stessa "patina" e le stesse sensazioni che ti restituisce il cervello nel preciso istante in cui ci pensi, e non attraverso una semplice visuale contemporanea (avendone la possibilità, gli stessi oggetti o le stesse cose puoi magari osservarli e vivere anche oggi, ma non avranno mai gli stessi contorni che possono assumere solamente col tempo)... non so se mi spiego. Credo che esteticamente, le cosiddette tecniche ed effetti (che io comunque definisco vintage) per l'invecchiamento del video (graffi, bruciature, grana, tremolii e quant'altro) siano utilissime nel cinema proprio per riformare un'immagine che ha trascorso il tempo, il più attinente possibile a ciò che ti restituisce la memoria. Indispensabili quindi, se utilizzate in lavori come questo e che si fondano su concetti simili; al tempo stesso inutili, se alla base non ci sono delle reali motivazioni (nel video di Lana del Rey, non possiamo però effettivamente sapere cosa ha spinto all'utilizzo di tale procedura), e ancor peggio, come giustamente fai notare, al solo scopo modaiolo. Io sono sicuro che concettualmente il "parco svanito" possa piacerti, temevo solo che esteticamente, non apprezzassi in generale quella patina da invecchiamento pellicola...

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    5. Hai perfettamente ragione, però così rischi di saltare un passaggio fondamentale, e cioè che i ricordi emergono nella mente come impulsi: un ricordo è fondamentalmente una piccola bomba atomica che esplode nel cervello, e il punto è che nel cervello ne esplodono tante, di bombe atomiche. Non ricordo mai mia madre dieci anni fa, ma ricordo mia madre che lavava i panni, ricordo una certa situazione, un evento... insomma, il ricordo non è mai singolare ma è sempre molteplice. In questo senso il cinema riesce davvero, forse più della letteratura, che per ragioni pratiche non riesce a restituire la simultaneità, a ricreare uno spazio della memoria, ma, appunto, questo spazio non è solo formale - il vintage risponde a questo problema ricreando, tra virgolette, il contenitore dei ricordi, la memoria in quanto tale - ma anche materiale, e a questo il vintage, ma così l'immagine cinematografica in generale, non risponde e, almeno per come lo visualizzo io, ma evidentemente tu hai studiato la questione più approfonditamente di me, il vintage potrebbe davvero apparire come un escamotage predeterminato e convenzionale (pellicola invecchiata --> passato --> ricordo); insomma, la molteplicità dei ricordi, questo scoppio atomico da cui scaturisce un ricordo (ricordo mia madre che a natale lavava i panni sul fiume, ma come nasce questo ricordo? visualizzo immediatamente la scena? ho differenti ricordi, uno per il natale, uno per i panni, un altro per la madre e questi si collegano improvvisamente e mi appaiono come un che di unico, il che, tra parentesi, risponderebbe a diverse questioni che hanno a che fare con malati di alzheimer e simili? è possibile ricordare senza che il presente "corrompa" o "inquini" il passato? e via dicendo...), e più consona mi sembrerebbe l'immagine tipica di Brakhage, che ha sempre avuto un che di dimentico, di "ricordo del dimenticato". Brakhage, del resto, è il Bergson del cinema.

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