71° Mostra del cinema di Venezia: The coffin in the mountain (Binguan, 殯棺)


La trama di Binguan (Cina, 2014, 119') ha dell'intrigante, e così pure certi fotogrammi che girano in rete sembrano rimandare a quel cinema contemplativo nei confronti del quale questo blog nutre un certo interesse, ma in sé Binguan non è né intrigante né contemplativo, è soltanto un altro drammone senza identità, che potrebbe benissimo essere stato giapponese, statunitense o addirittura, se volessimo esagerare, italiano. Il che stupisce, senza ombra di dubbio, specie se si considerano certi registi (lo Xu Xin di Karamay (Cina, 2010, 356), il Wang Bing di Crude oil (Cina/Olanda, 2008, 840), la Liu Jiayin di Oxhide II (Cina, 2009, 133'), giusto per fare dei nomi), che hanno saputo imprimere alla cinematografia cinese un marchio particolare e inequivocabile, tra i più interessanti al giorno d'oggi assieme a quello filippino. Dunque, cosa non funziona in Binguan? Be', fondamentalmente niente, nel senso che tutto gira a dovere, e Binguan è davvero un drammone d'autore ben fatto, ma, appunto, questa discesa nell'intimità più privata e questo discostarsi dalla new wave documentaristica cinese appare in fine come un modo abbastanza reazionario di pensare il cinema e, soprattutto, la realtà (cinese ma non solo); questa, infatti, non emerge affatto, e il cinema è come subordinato a una letteratura di fondo che lo usa come mezzo d'espressione e, insomma, non serve aggiungere altro: al giorno d'oggi, dopo pellicole del calibro di Cove (USA, 2012, 7'), Ten skies (USA, 2004, 102') e Qu'ils reposent en révolte (Des figures de guerre) (Francia, 2010, 153') questo è inaccettabile.

VOTO: 1/5

4 commenti:

  1. Neanche più i cinesi si salvano in questo Venezia 71, incredibile :O

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Madonna, è da suicidio. Però oggi mi sa che un capolavoro lo becco. O quantomeno un gran bel film ^_^

      Elimina