71° Mostra del cinema di Venezia: Birdman or (The unexpected virtue of ignorance)




Che Iñárritu non abbia poi molto da dire è stato ampliamento dimostrato dai lavori che, ad oggi, ha presentato, ma Iñárritu ha anche una straordinaria capacità, che è quella di complicare inutilmente e all'inverosimile le cose, persino le più semplici, dando così la parvenza che ci sia veramente qualcosa sotto quel groviglio di intrecci, storie e personaggi, quando in realtà non c'è niente, e tutti i film del regista messicano, in fondo, non sono che delle menate di cui si può fare volentieri a meno. Birdman or (The unexpected virtue of ignorance) (USA, 2014, 119'), da questo punto di vista, non fa eccezione, eppure questa volta non viene come la consueta voglia di rompere lo schermo con qualcosa di incendiario, perché questa volta Iñárritu volge la propria attenzione al cinema. Per Dio, la trama è di una banalità unica e, di fatto, pullula di già visto e già sentito, ma ciò che c'è sotto - ecco, ciò che c'è sotto, è quello che per ti tiene incollato allo schermo. Ma cosa c'è sotto? Una riflessione sul cinema, per l'appunto, ma una riflessione che attraversa il cinema in maniera obliqua e trasversale e che ha come propri poli la fama e il teatro; in sintesi, il discorso di Iñárritu verte, da una parte, sulla fama e, dall'altra, sullo star system, ed è questo l'aspetto veramente interessante del film, perché il cinema è davvero molto spesso scambiato per teatro fatto male o letteratura fatta mala, specie negli States, dove, anziché alle specificità dell'arte cinematografica, si guarda più volentieri alla sceneggiatura, che è letteratura e non cinema, e alla recitazione degli attori, che è teatro e non cinema. Ci si presenta così di fronte un protagonista che ha abbandonato il cinema per il teatro, e Iñárritu spinge sull'acceleratore quando identifica la sua persona con il supereroe che impersonava (qualche eco della vicenda di Heath Ledger è chiaro e limpido), traslando di fatto una fama cinematografica perduta in un declino teatrale che è anche morte del teatro americano, come sostiene la giornalista; e c'è di più, perché quel teatro è conseguenza di un rifiuto di un cinema basato sullo star system e su generi d'azione che hanno ormai rotto le palle, quindi per certi versi, e almeno prima del finale, Iñárritu pare scorgere nel cinema un che di morente e cadaverico. Poi, però, c'è lo scarto. Iñárritu, infatti, patina la propria pellicola con steadicam e piani-sequenza lunghissimi, e tutto ciò che ne esce è un barocchismo vuoto, artefatto, che, di nuovo, non ha niente di cinematografico: Birdman or (The unexpected virtue of ignorance) non ha come proprio asse principale il cinema, ma la letteratura e, se si crede, il teatro. Iñárritu si ritrova così dalla parte che critica, e pure il finale non è che un'apologia di un cinema statunitense ormai imputridito e noioso. Certo, bisogna lodare Iñárritu per aver scorto in sede filmica delle falle nel sistema cinematografico americano, che comunque erano note, ma il risultato finale fa pensare più a un Kant che a un Nietzsche, vista l'incapacità del messicano di radicalizzare la propria critica e, anzi, considerato il tentativo di salvare capra e cavoli. Il che è anche curioso, specie se si pensa cosa stia succedendo in patria, a cosa stiano facendo registi del calibro di Reygadas ed Escalante, e a cosa invece accada quando un regista viene inglobato nel sistema cinematografico americano (Iñárritu, ma anche diversi sudcoreani). Che forse Iñárritu non abbia saputo fare autocritica? Probabile, anzi sicuro: non vede il lato politico della faccenda e non lo tratta, o lo sfiora soltanto, e non riesce a intercalare il discorso cinematografico in quello economico-politico. In più se si pensa che, di fatto, Iñárritu non proponga davvero qualcosa di alternativo per uscire dal marcio in cui il cinema sta annegando vien proprio da pensare che Birdman or (The unexpected virtue of ignorance) non sia altro che l'ennesimo film ammiccante, un blockbuster mascherato di pseudo-autorialità come, del resto, fu anche il film d'apertura della scorsa edizione della Mostra del cinema di Venezia, Gravity (USA, 2013, 91').

VOTO: 1/5

2 commenti:

  1. Su FB ho letto il tuo programma per la giornata di oggi... Sarà meglio che attenda delucidazioni su "The Look of Silence", sperando che almeno con Oppenheimer si prospetti qualcosa di buono...

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