71° Mostra del cinema di Venezia: Before I Disappear



Stando a Cicerone, durante l'assedio di Siracusa, Amilcare avvertì in sogno che avrebbe cenato dentro le mura della città, e difatti il giorno dopo fu catturato e portato dentro le mura della città. È una storia abbastanza famosa, che ogni studente del liceo classico si è trovato a tradurre, ed è anche una storia abbastanza importante, perché ha in sé un insegnamento: prestare attenzione ai presagi. Per esempio, mentre aspettavo il treno che mi avrebbe portato a Venezia, mi è passato davanti un ragazzo con la maglia di Kill Bill, quindi in un certo senso avrei dovuto aspettarmelo che il primo film che avrei visto alla 71° Mostra del cinema di Venezia sarebbe stato qualcosa di orrido e inguardabile; Before I disappear (USA, 2014, 93'), infatti, pur recuperando il divertente, anche se eccessivamente sconclusionato cortometraggio del 2012 dello stesso Shawn Christensen, Curfew (USA, 2012, 19'), mostra sin da subito il suo lato peggiore e cade pressoché immediatamente nel limbo dei lungometraggi indipendenti statunitensi che scimmiottano le produzioni più grandi, o almeno gli stilemi cui queste ci hanno abituati: la storia è la solita solfa di perdizione-redenzione che ogni proletario stanco della vita deve subire per essere nei film americani, e per quanto il sogno americano sia di per sé una costruzione fittizia di ossa tritate e carni maciullate al cinema tutto è diverso, nel senso che al cinema c'è solamente il sogno, senza il sognatore, questo sogno che non è sognato da nessuno ma che deve essere conquistato attraverso una presa coscienza della borghesia come miglior condizione possibile di vita. Si passa così da un'esistenza che vede la propria autenticità ridursi in quell'amore che è rosso del sangue delle vene dei polsi a un ritorno all'infanzia per mezzo di una proiezione del Sé su di una bambina simpatica come al-Ẓawāhirī, ritorno che è sia una sorta di salvazione sia, più profondamente, uno specchio per allodole, che svia su ciò che realmente sta accadendo sullo schermo e porta alla considerazione che tutto sommato c'è speranza per chiunque. Ma non per noi, aggiungerebbe Kafka. Il protagonista, infatti, non si salva, cambia, e tutta la pellicola non è che la storia di questo cambiamento: il disoccupato, impasticcato e depresso protagonista muore, muore nella vasca da cui lo vediamo rialzarsi per andare a prendere la nipote a scuola, e ciò che si salva di lui non è che quel lui che non era ma un lui-altro che è nuovo, originale, non semplicemente diverso. Una rinascita a tutti gli effetti, insomma, e sta proprio qui il problema dello specchietto per allodole, tant'è che i laureati al DAMS di Cineblog non hanno l'hanno avvertito (cfr. qui): Before I disappear non è altro che un film borghesuccio e reazionario che mostra come soltanto i borghesi e i reazionari possano salvarsi.

VOTO: 1/5

2 commenti:

  1. Questo ha l'aria di essere ancora peggio dell'altro. Hai perfettamente ragione: presagio infausto, il fan di Tarantino... :D

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    1. Sì, esteticamente è da omicidio, 'sto film. Però l'altro è politicamente inaccettabile e onestamente mi ha infastidito di più.

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