71° Mostra del cinema di Venezia: Anime nere


Capisci che Anime nere (Italia/Francia, 2014, 103') sarà la solita porcheria italiota quando scopri che è una produzione della RAI, e capisci il motivo per cui quest'immondizia è presente alla Mostra del cinema di Venezia nello stesso momento: forse, la mafia non contamina soltanto Africo, il paese calabrese descritto nel film, ma anche la commissione della Biennale che seleziona i film in concorso. Sia come sia, Anime nere è, di fatto, la solita storia di mafia fatta in Italia, distante anni luce, quindi, da quello stand-off che è Faccia d'angelo (Italia, 2012, 190'). Non si aggiunge niente al già detto, e se si riflette sul fatto che la pellicola è tratta da un libro vien da credere che sarebbe stato meglio che tutto questo sarebbe rimasto meglio su carta, dove la narrazione è subordinata all'indagine giornalistica. Munzi, un regista che forse dovrebbe far pace col cavalletto e fissare quella cazzo di mdp, è inoltre colpevole di aver completamente scordato, ma sarebbe meglio dire ignorato, le dinamiche politiche che portano alla mafia e alla sua proliferazione, ovvero a quell'assenza di Stato che è prodromo e incentivo di ogni organizzazione criminale di stampo mafioso, il che è comunque comprensibile (quanto meschino), visto che la pellicola è prodotta dalla televisione di Stato. Da questo punto di vista, risultano incomprensibili le ovazioni che il film ha ricevuto, anche se in effetti il pubblico festivaliero, ovvero la borghesia che affolla Venezia, che certo sarà toccata nel profondo e direttamente dalle parole ammiccanti e ipocrite di Munzi quando sostiene che «in Calabria non c’è lavoro ma non fate scelte sbagliate, non legatevi con le ’ndrine e cercate di costruire un futuro migliore» non è proprio il miglior metro di giudizio, e, di più, risultano incomprensibili certe esternazioni del regista, che dimostrano soltanto come gli intenti che hanno sotteso questo lavoro («Ho girato nel paese che la letteratura giudiziaria e giornalistica stigmatizza come uno dei luoghi più mafiosi d’Italia, uno dei centri nevralgici della ’ndrangheta calabrese: Africo. Quando raccontavo che avrei voluto girare lì, tutti mi dissuadevano dal farlo: troppo difficile la materia, troppo inaccessibile, troppo pericoloso. Era un film impossibile. Ho chiesto a Gioacchino Criaco, lo scrittore di Anime nere, di aiutarmi. Sono arrivato in Calabria carico di pregiudizi e paure. Ho scoperto una realtà molto complessa e variegata. Ho visto la diffidenza trasformarsi in curiosità e le case aprirsi a noi. Ho mescolato i miei attori con gli abitanti del paese, che hanno recitato, lavorato con la troupe. Senza di loro questo film sarebbe stato più povero. Africo ha avuto una storia di criminalità molto dura che però può aiutare a comprendere tante cose del nostro paese. Da Africo si può vedere meglio l’Italia») siano rimasti sostanzialmente virtuali, irrealizzati, e tutto ciò che si concretizza è un film come tanti altri, politicamente innocuo (è una fiction, fondamentalmente, senza alcun tipo di approfondimento o di studio alla base) e registicamente claudicante.

VOTO: 1/5

4 commenti:

  1. A questo punto mi domando: era necessario? Mi sembra che di soldi ne vengano spesi già abbastanza per quelle porcherie di fiction televisive, tutte incentrate sullo stesso tema; tutte a raccontare sempre e solo la stessa storia... E' una vergogna, mi sa che con questa edizione del festival siamo veramente alla frutta.

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    1. 3/4 del cinema italiano contemporaneo non è necessario, esclusi - ovviamente - gli outsider come Santini, ma lì siamo proprio ai vertici. Certo è che 'sto schifo di cinema si abbina perfettamente all'etica di questa Mostra del cinema. Comunque stavo leggendo le minchiate che si scrivono in giro, e mi sono imbattuto nel paradosso: alla Costa è piaciuto Seidl, di cui avrà senz'altro visto solo "Im keller", e a me no. Ora capisci bene che non sono poi tanto fuori di testa a dire che non è il film che da Seidl ci aspettavamo.

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    2. Devo passare a rileggerla bene la tua rece su Seidl, l'ho vista di sfuggita stamane presto e volevo annotarmi due opinioni per il commento. Diciamo solo che da quel che ho capito, a questo punto l'intento provocatorio potrebbe starci veramente, ma penso anche che l'intento c'è perchè lo stesso pubblico di Venezia, non aspetta altro che quello, e credo che Seidl in questo caso ci si diverta un sacco a "menare la viola", come usiamo dire quassù... Comunque, ho letto in velocità anche l'altra e insomma, ho pensato esattamente la stessa cosa... Quindi tranquillo, che non sei fuori, te lo posso garantire :)

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    3. Secondo me quando un film come quello di Seidl, che è volutamente eccessivo, non fa uscire gente dalla sala ma è un trionfo d'applausi, allora c'è qualcosa che non va, e credo di non sbagliarmi poi tanto a definirlo un fallimento piacione.

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