The unspeakable act


Non è frequente, anzi è proprio raro, che da queste parti si tratti di un film come quello di Dan Sallitt e non solo perché il cinema statunitense ha davvero poco da dire ma anche perché, di fatto, riesce difficile, dopo quanto detto precedentemente, considerare, almeno a una prima impressione, The unspeakable act (USA, 2012, 91') cinema; eppure ci si trova nella situazione di doverlo fare, non fosse altro per quel titolo eminentemente cinematografico: l'atto indicibile, ovvero l'atto che intrattiene un rapporto di non-rapporto col dire, con la parola, dunque l'atto che può essere espresso solo visivamente, cioè col mezzo proprio del cinema, che non è l'immagine ma la visività. È l'atto incestuoso, quello a cui, nell'economia della pellicola, si fa riferimento ed è l'atto, sempre nell'economia della pellicola, che lega Jackie al fratello maggiore, Matthew, in un rapporto di non-rapporto. Appare dunque evidente sin da ora come a un livello meno epidermico, meno superficiale, l'opera di Sallitt si ponga in maniera se non meta-cinematografica almeno pre-cinematografica, quasi a voler preludere a un cinema che dev'essere reso possibile. Qual è questo cinema e come renderlo possibile sono le domande che veicolano The unspeakable act e che per certi versi The unspeakable act risolve: non un cinema del dire o della parola - il cinema letterario-teatrale cui si è abituati - ma un cinema indicibile, un cinema della visività. Non è un caso che questa riflessione venga svolta in America, dove, esclusi alcuni stand-off come - per citare i due più noti - il Benning di Stemple pass (USA, 2013, 121') o il Persons di General orders no. 9 (USA, 2009, 72'), la produzione cinematografica rimane, ad Hollywood come al Sundance*, ancorata ad un regime che ipotizza il film come un coacervo di elementi eterogenei (l'arte musicale della colonna sonora, l'arte teatrale degli attori, l'arte letteraria della sceneggiatura, l'arte fotografica della regia etc.) che, pur coesistendo all'interno di un film, non generano cinema ma qualcosa di apocrifo e claudicante, un'arte bastarda. Così, Sallitt risale al tabù dell'incesto e propone un cinema asciutto in cui le parole non contano perché sono ancestrali e già dette (si veda l'Edipo di Freud o, ancora prima, l'orda primordiale di Darwin innestata nel discorso freudiano delle civiltà) e dove, dunque, conta solamente il gesto, che non è quello dei protagonisti perché The unspeakable act è un film di finzione e, quindi, il loro gesto è predeterminato bensì quello che determina la loro distanza, il loro rapporto di non-rapporto: l'atto registico, quello cioè propriamente cinematografico. Come si è visto, però, in questa sede il cinema permane in maniera spuria, come pre-cinema appunto, sicché anche il gesto registico, dovendo criticare il non-cinema, si trova costretto a usare il linguaggio del non-cinema, e la soluzione è così rimandata, posposta così come è rimandato l'incesto, che sarà possibile nel momento in cui il cinema si sgancerà dalla nostra realtà per farsi realtà-altra (ecco la possibilità, più volte accennata in queste pagine, di un cinema eversivo e sovversivo), con i suoi tabù e le libertà: «Non è sufficiente allora scrivere Io sono infelice. Finché non scrivo altro, sono troppo vicino a me stesso, troppo vicino alla mia infelicità, perché questa infelicità divenga veramente la mia, nel modo del linguaggio: non sono ancora veramente infelice. Soltanto nel momento della singolare trasformazione in Egli è infelice, il linguaggio comincia a formarsi come linguaggio infelice per me, ad abbozzare e progettare via via il mondo dell'infelicità come si realizza nel linguaggio. Solo allora forse, mi sentirò in causa e il mio dolore darà prova di sé in questo mondo in cui è assente, in cui si perde ed io con lui, in cui non può né consolarsi né placarsi né compiacersi, in cui straniero a se stesso, non abita né sparisce, e dura senza possibilità di durare. Poesia è liberazione: ma questa liberazione vuol dire che non c'è più nulla da liberare, che mi sono impegnato in un altro in cui però non mi trovo» (Maurice Blanchot, Kafka e la letteratura).

* Si tenga presente che anche il cinema cosiddetto mumblecore, quello di Swanberg per intenderci e quello a cui, in maniera curiosa e bizzarra, si tifa lo stesso Sallitt, adotta ancora lo schematismo di cui sopra.

6 commenti:

  1. Eccomi di nuovo in sede Yorick, al mio ritorno pensavo già di trovarmi una decina di post da leggere ;) Riguardo al film, ti dirò che il tema è interessante, solitamente queste storie mi intrigano. L'unica cosa che tenderebbe a frenarmi, è però quel riferimento in chiusa a Swanberg, regista di cui ho visto solo un film (se non sbaglio, "Alexandre the Last") e di cui il ricordo non è certo dei migliori, soprattutto per stile. Comunque, curiosità posso sempre darci un'occhiata, per tema in primis, appunto.

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    1. Eh, in effetti ho passato il tempo più che altro a rivedere film che avevo già visto (Benning e Costa, soprattutto), anche perché tra poco con Locarno e Venezia avremo modo di immergerci in un oceano di visioni. Per quanto riguarda Swanberg, hai ragione: neanche a me convince molto, ma del resto è proprio il mumblecore a non destare più di tanto la mia attenzione. Sia come sia, questo è un po' uno stand-off della corrente e, appunto, non è un capolavoro ma si lascia ben guardare: a me interessava soprattutto per il discorso sul cinema e il non-cinema, come puoi immaginare.

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  2. Non concordo sul fatto che il cinema americano non abbia nulla da dire (alla fine la forma artistica di ogni paese ha qualcosa da dire) però questo mi incuriosisce. peccato che in rete non si trovi T.T

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    1. In effetti mi sono spiegato male, e credevo che la cosa si comprendesse meglio nel corso della recensione: quando scrivo che il cinema americano non ha nulla da dire, parlo in termini cinematografici, quindi intendo che non ha nulla da dire visivamente, cioè da mostrare. Non ha nulla che sia cinema, ecco.

      Comunque questo lo trovi facilmente su kickass.to o su piratebay.

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  3. Credo proprio che il mumblecore non faccia per me :p

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    1. Be', in effetti non riesco a darti torto...

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