The ring road (Hringurinn)



Hringurinn (Islanda, 1985, 77') è un'imponente opera quantica e quantistica che racchiude in sé due anime, quella di James Benning e quella di Jean Epstein, e già da questo si dovrebbe intuire la portata universale dell'opera di Friðrik Þór Friðriksson, spesso traslitterato in Fridrik Thor Fridriksson e noto per la nomination all'oscar aggiudicatosi con Children of nature (Islanda/Norvegia/Germania, 1991, 82') e per la sua brillante interpretazione nella disperata commedia di Lars von Trier, Il grande capo (Danimarca/Svezia, 2006, 99'): in questo contesto, Hringurinn potrebbe davvero essere il suo lavoro più grande e autentico, se non altro per il fondamentale contributo che apporta al Cinema. Dunque, cos'è più propriamente Hringurinn? Lo si è detto, un'imponente opera quantica e quantistica: come succederà nel capolavoro di Simon Staho, Dag och natt (Svezia, 2004, 95'), una macchina da presa è fissata sul cruscotto dell'auto, ma in direzione del parabrezza (nel film di Staho era rivolta ai sedili), e l'auto parte per un viaggio lungo l'autostrada islandese, la ring road del titolo, cioè una sorta di raccordo anulare. L'intera pellicola non riprende che il paesaggio che l'auto ha di fronte, ma di per sé non consiste in questo, perché la velocità non è quella di crociera ma accelerata in sede di post-produzione. L'intento principe è quello di simulare la velocità della luce, meccanismo che si innesta grazie a una curiosa operazione su fotogrammi, scattati ogni dodici metri, ma l'elaborazione che questa pellicola subisce nell'intimità dello spettatore è delle più particolari e forse sdebita eccessivamente, ma non inutilmente, le intenzioni autoriali, perché, sebbene la fotografia non risulti annichilita dal processo cui sono sottoposte le immagini (i vulcani, i laghi mozzano il respiro anche se visti di scorcio e rapidamente), la velocizzazione di queste implica necessariamente una velocizzazione della ricettività, sensibile quanto intellettuale, dello spettatore, che si trova infine come altro rispetto a sé, rispetto a come si conosce o, meglio, come si è nel tempo conosciuto e com'è quotidianamente, perché il Cinema, quand'è Cinema e non cinema, crea davvero un'altra realtà; in questo senso, bisogna essere schizofrenici per addentrarvisi, bisogna cogliere il film alla stregua di una realtà altra, come il paese della Luce di cui parla la paziente della Sechehaye in Diario di una schizofrenica; in questa prospettiva, cardinale è la velocizzazione delle immagini, poiché richiede allo spettatore di pensare a velocità accelerata... e di vedere, anche? Per quanto strutturalmente   Hringurinn trovi la più propria identità nel cinema dell'immanenza di James Benning, l'immagine retinica, se da un lato è certamente paragonabile a quella di Small roads (USA, 2012, 103'), dall'altra istituisce la propria ontologia in quell'universo quantico che è proprio solamente di essa, sì da farla apparire come una sorta di trasformazione della trasformazione trasformata, perché non soltanto trasforma ciò che è trasformato dalla macchina da presa e dal suo obiettivo ma, pure, coglie la trasformazione nel suo farsi, che non è veramente un disfarsi dell'immagine ma già l'immagine disfatta: non c'è che quella strada e quella velocità, il tempo è solo così come appare, la velocità non è una velocizzazione se non per lo spettatore che deve così travalicarla per coglierla come unico tempo possibile. Insomma, è una questione di agglutinamento e di dispersione - agglutinamento del disperso e dispersione dell'agglutinato in una degradazione dell'entropia che lascia emergere soltanto ciò che esiste sotto il velo di Maya; l'apparenza, così come appare nel film di Friðriksson, non è l'apparenza a cui siamo abituati, ma questo perché è un simulacro di un'altra realtà, e percepire la differenza apparente significa necessariamente svelare una nuova verità, poiché veniamo a conoscenza di un'essenza che è altra rispetto alla nostra, rispetto a quella di cui siamo simulacri. E, sì, noi ci ritroviamo come esclusi da questa verità, ma possiamo comunque accederle grazie al Cinema, che è a tutti gli effetti epifania perché davvero, come scriveva Epstein, «ogni film è politeista e teogeno». L'esperienza filmica nel cinema dell'immanenza rivela dunque una realtà che è altra ma non meno reale di quella in cui siamo immersi e, così facendo, fa scorgere al di là del quotidiano quell'ubiquità dell'esistenza che, permeando l'universale, si rifrange nelle realtà particolari come possono essere, appunto, quella di Hringurinn e la nostra: un animismo sorprendente, allora, è incluso nella nostra prospettiva, e tutto appare finalmente come esistente, reale di una realtà propria, frammento di quell'Esistenza grazie al cui piano d'immanenza,  è possibile entrare in contatto con le altre realtà. Cinema strutturale, senz'altro, ma anche cinema alchemico, poiché come l'alchimia scopre l'omogeneità strutturale tra la realtà filmica e quella del quotidiano, omogeneità che, se fa recepire la realtà filmica come un frammento dell'Esistenza immanente, arriva anche a far riconsiderare la propria vita come un frammento, una scintilla di quell'Esistenza generale e generalizzata, brillante, sì, ma della luce riflessa dallo splendore di quest'ultima. Ed è buona cosa entrare in questo schema concettuale, poiché con troppa facilità si è portati ad amareggiarsi di una fiducia tradita o di un amore finito male e rinchiudersi conseguentemente in se stessi per custodire, per tenere vivo attraverso la memoria quell'amore che sarebbe altrimenti schiantato dalla realtà dei fatti; stando così le cose, è necessario rendersi conto che ciò che in realtà si compie è un'esclusione dalla vita, è un vivere di proiezione, con l'idea cioè che il passato scagli un bagliore sulla nostra miseria. Ma quel passato non ci appartiene e noi non apparteniamo ad esso: è passato e, come tale, non è più una scintilla ma un'ombra dell'Esistenza, che è immanente, quindi eternamente presente. Al contrario bisogna comprendere che tutto splende, ma qui ed ora. Solo così ci si gonfierà d'attesa e si amerà nuovamente: nel presente, cioè per sempre. Ecco, sono abbastanza convinto che il Cinema, come la Vita, si fondi su questa possibilità.

7 commenti:

  1. Curioso, ho già vissuto una simile esperienza visivo/percettiva: due anni fa, tornato da un viaggio in Croazia, facendo delle ricerche m'imbattei in un video sul tubo che riprendeva il tratto autostradale Austria - Slovenia, proprio moltiplicato pre tre volte, se non erro, la sua velocità naturale (ricordo che feci dei calcoli e l'auto, nel suo flusso naturale si manteneva effettivamente sui 120 orari). Successivamente, ne scoprii molti altri di questi video registrati sulle varie tratte autostradali europee, più che amatoriali ovvio, ma per un periodo non guardavo altro, praticamente. Mi affascinavano in maniera incredibile e la cosa interessante è, come fai notare, che nonostante la velocità tutti gli elementi esterni alla visuale della strada (alberi, ponticelli, laghi, etc), seppur colti di scorcio o rapidamente, riuscivi ad ammirarli allo stesso modo di un'osservazione "normale". E' solo questione di riuscire a sintonizzarsi con la velocità giusta, le sensazioni che ne susseguono sono meravigliose... Comunque se li ritrovo ti invio dei link.
    P.S. Hai visto "Diario di una Schizofrenica"? E' un gran film quello!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, me ne parlò Ugazio, il professore di cui credo d'averti raccontato qualcosa, e, be', onestamente non mi è piaciuto per niente. Credo sia abbastanza difficile trasporre in pellicola certe cose, però, di fatto, l'operazione di Risi pare fregarsene altamente di ciò che la paziente esperisce per concentrarsi su com'è vista la paziente stessa. Nel libro le immagini sono molto nette (per esempio: "Per me, la follia era un regno opposto a quello della realtà, dominato da una luce implacabile, senza ombre, accecante. Era un'immensità senza limiti, desolata e squallida; un paese minerale, lunare, felino come le steppe del nord. In questo paese tutto è immutabile, esanime e cristallizzato. Gli oggetto sono sparsi qua e là come occhi geometrici abbandonati o quinte di teatro private del loro scopo. Le persone si agitano in modo bizzarro facendo gesti, movimenti inutili; sono fantasmi che vagano in quella landa senza confini, sfiniti da una luce senza misericordia. Io ero sperduta là dentro, isolata, fredda, nuda sotto la luce e senza scopo. Un muro metallico mi separava da tutto e da tutti. In tanta desolazione ero presa da uno sgomento indicibile ma nessuno mi porgeva il suo aiuto; ero insopportabilmente solo, la mia solitudine era totale. Questo era il mondo della follia e la luce era la percezione dell'irrealtà. Follia significava essere perennemente nell'irrealtà più completa. Chiamavo la follia "paese della Luce" per l'illuminazione astrale, fredda, abbagliante e per lo stato di tensione estrema in cui si trovava ogni cosa, me compresa. Era come se una cruente elettrica di straordinaria potenza attraversasse tutte le cose e le tendesse all'estremo, fino a farle esplodere"), ma Risi non le traspone, semplicemente narra, il che è un peccato, visto che avrebbe potuto davvero portare alla luce il vissuto schizofrenico attraverso il Cinema e non, come ha fatto, arrestarsi a una visione psicanalitica che, oltre ad essere eterogenea rispetto all'esperienza schizofrenica, è parecchio lontana dal Cinema e più vicina alla teoria, cosa che tra l'altro infastidisce perché, appunto, il film sembra un doppione del libro, che pure, almeno nella seconda parte, è fortemente debitore o influenzato dalla visione psicanalitica della Sechehaye, che falsa l'autenticità della narrazione della paziente.

      Elimina
    2. Non avevo colto ti riferissi al libro, quello non l'ho letto. Certo è, che stando a quanto scrivi la prospettiva cambia di brutto. A me è comunque piaciuto, però è innegabile che se Risi avesse mirato più direttamente alle "visioni mentali" della protagonista, il film avrebbe preso una piega totalmente diversa, e non oso pensare a cosa ne sarebbe potuto uscire... visto anche il periodo alquanto "psichedelico". Sarebbe interessante una rilettura contemporanea, magari realizzata da un autore con le palle per certi temi.

      Elimina
    3. Sarebbe un interessante connubio di minimalismo (la luce bianca che sottrae molto alla scena), di contemplativo (l'estatico che si impone nell'irrealtà) e di surrealismo (l'addensarsi, l'agglutinamento di significanti)!

      Elimina
  2. Si trova in giro per la rete, escludendo karagarga?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, se mi scrivi una mail (talkinmeat@gmail.com) ti passo il link.

      Elimina