Manakamana



Uno dei film più importanti dello scorso anno è senza ombra di dubbio l'opera di Pacho Velez e Stephanie Spray, Manakamana (Nepal, 2013, 118'), lungometraggio interamente ambientato in una cabinovia che porta al luogo di culto che dà il titolo all'opera. Visione estatica, dunque, e nella sua struttura eminentemente benninghiana, ma tutt'altro che anonima o fredda; Manakama, infatti, introduce in un circolo che ha la forma dell'infinito e che, come tale, istituisce una temporalità che è intrinsecamente ciclica, circolare appunto, insomma estranea all'andamento rettilineo cui siamo abituati. E in questo senso è un culto, Manakamana, perfettamente aderente alla realtà sempre prossima e mai visivamente affermata sulla pellicola, quel culto che sappiamo esistere solo in margine - e come margine - alla vita che inizia, finisce e ricomincia nell'antro microcosmico della cabinovia: è come se il documentario, la cui forma, in quanto documentaria, assolve in primo luogo a una funzione culturale, volesse istituirsi in maniera cultuale, fondendo la culturalità che è propria dei pellegrini e delle pellegrine in viaggio a quella cultualità che è ad essi trascendente e che in un certo modo essi tentano, nel/col loro viaggio, di incarnare. In tutto questo, nella fissità dell'occhio meccanico della mdp, lo spettatore si perde, si estranea cioè da se stesso per divenire il passeggero frontale e fuoricampo, presenza assente che, a differenza di chi ha davanti, rimane incatenato all'infinità di un tragitto in cui arrivo e ripartenza coincidono.

8 commenti:

  1. Curioso, quel fotogramma mi era famigliare. Infatti ho controllato e l'avevano proiettato nel concorso cineasti del presente, l'anno scorso a Locarno. All'epoca però non aveva più di tanto catturato la mia attenzione, non resta quindi che affidarmi alla tua segnalazione e a questo punto, aspettare la prossima settimana, thanks ;)

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    1. Sì, in effetti non sono convintissimo che lo adorerai, però rimane un buon film, di sicuro non il migliore dello scorso anno come sostenevano in molto, ma interessante, e i due registi ora rientrano di diritto in quelli da tenere d'occhio.

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    2. Sai che però, rileggendo la recensione e anche il tuo colloquio in FB con Pennati, nonchè visionando i bellissimi fotogrammi che hai postato, questo "Manakamana" mi ispira sempre di più, ha un fascino che mi sta lentamente ipnotizzando. Alla fine, non vorrei che mi entusiasmasse più di quanto pensi :)...

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    3. Hai visto il votaccio di Slow, a riguardo? :/

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    4. Orpo, uno! Non posso dire nulla finchè non lo vedo, ma non vorrei avesse votato con lo stesso metro di giudizio usato per "Historia de la meva mort"... A ogni modo, Slow è diretto, un film può anche avere una media del cinque ma lui non si fa timori ad abbassarla, mi piace sotto questo aspetto. Io volevo fare quasi la stessa cosa per Greenaway: "Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante" :p.. L'hai mai visto?

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    5. Sì, credo non apprezzi quello stile. Una volta mi disse pure di non amare granché Benning :O

      Comunque, sì, quello di Greenaway, l'ho visto, ma parecchio tempo fa, e non mi dispiacque neanche. T'ha fatto schifo? O.o

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    6. Abbastanza! Non apprezzo questo genere di "surrealismo", che poi, fondamentalmente è una commedia. Posso capire le metafore varie sul consumismo, etc, ma onestamente in giro c'è stato di molto meglio e tanto vale la pena gettarsi su Salò (ad esempio più vicino). E' terribilmente sopravvalutato, e non solo il film in questione, ma proprio Greeenaway stesso, a mio avviso. Anche "Lo Zoo di Venere", un altro pastrocchio idolatrato all'inverosimile... Niente da fare, con Greenaway non c'è feeling.

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    7. Dovrei rivederlo, perché non ricordo di averne avuto impressioni così negative. Di sicuro, però, "Lo zoo di Venere" è un pastrocchio, senz'altro, e Greenaway è sopravvalutatissimo, altroché.

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