Lettere dal deserto (Elogio della lentezza)



Più in là del frastuono della metropoli, Michela Occhipinti ritrova uno spazio in cui c'è effettivamente spazio, dove l'agglutinamento e la saturazione del vuoto sono esclusi da una spazialità che si direbbe pura perché nel proprio rinnovarsi sconfina in un orizzonte che non designa nessun al di là ma che è già qui, presente e in un certo senso costante nelle sue differenti ondulazioni di dune e sabbia: è il deserto del Thar ed è lo spazio in cui si muove Harl, un postino, ma meglio sarebbe definirlo un viandante, anzi un nomade, perché il suo ambiente è lo spazio che di giorno in giorno afferma, amplia, spazializza, e di fatto Lettere dal deserto (Elogio della lentezza) (Italia, 2010, 88') non è che questa infinita e commovente spazializzazione, questo vivere nello spazio che è al contempo, come scrive Améry in Rivolta e rassegnazione, un'accumulazione indefinita di tempo - un vivere, appunto, più che mai autentico. È ad esso che la Occhipinti tesse il suo elogio: «Il deserto non è un paesaggio casuale nel film. La più semplice rappresentazione del tempo è la clessidra, che contiene sabbia, che colando segna il tempo, e ugualmente nel film il vento sposta la sabbia cambiando la forma e la struttura delle dune e del paesaggio e quindi, metaforicamente, anche del tempo; inoltre il deserto è un luogo metafisico, dove andiamo a ritrovare noi stessi» (cfr. l'intervista di Nadin in The art(s) of slow cinema, qui); lo spazio di cui sopra, infatti, trova nel tempo la sua realtà più concreta e, riversandosi in esso, scopre una nuova dimensione, che altro non è se non la spazializzazione o, per Harl, la vita stessa, il vivere che compone viaggiando e la vita che raggiunge, che conquista al termine del viaggio. Per questo le lettere che contengono certificati di morte sono strappate, quasi dissimulate rispetto alle altre, perché la morte fa parte della vita soltanto come antitesi, come incapacità di farsi vita; è la stasi, che segna il limite di un viaggio e l'inizio di un altro ma non è mai parte integrante o anche solo frammento del viaggio: «La fine di un percorso dove percorso e fine non costituiscono un'unità, non sono collocati uno accanto all'altra come equivalenti, eppure coesistono: la fine è impensabile e irrealizzabile se il percorso non viene compiuto in modo sempre nuovo; non c'è fermata alcuna, ma arrivo, non pausa, ma scalata» (György Lukács, L'anima e le forme). Ecco che la lentezza, allora, assume una nuova significazione, che non è quella che la vuole come semplice antitesi di una caoticità endemica alla metropoli quanto, piuttosto, come un che d'affermativo e autonomo, che significa per se stessa. E cosa significa? Ebbene, essa rimanda al vagare, all'indeterminazione del viaggio, a una meta che è sempre e comunque provvisoria e che è, in fondo, il vivere e non già la vita, trascorsa e affermata; in questa sfumatura, assume un ruolo diverso anche la dialettica deserto/metropoli, poiché è in quest'ultima che si ritrovano sempre destinazioni da raggiungere e non percorsi da compiere, vite vissute più o meno insensatamente e mai vite continuamente originali, perpetuamente rinnovate. Con pianisequenza propri di quel cinema contemplativo cui altro non poteva riferirsi un lungometraggio simile, Michela Occhipinti riesce nell'encomiabile intento di fondere spazio e tempo, realizzando il cinema come dimensione spazio-temporale autartica rispetto alla realtà che abitiamo e mostrandoci, come il Frammartino de Le quattro volte (Italia, 2010, 88'), quella che geograficamente definiremmo come località e che metafisicamente chiameremmo possibilità. Ecco, in quest'ultima accezione essa è molto vicina, è davvero raggiungibile.

2 commenti:

  1. Solo a scorrere sui fotogrammi già ti immagini di trovare un'oasi, visto che parliamo di deserto, e anche il riferimento alle Quattro Volte si nota. Pensa quanto bel cinema italiano nascosto... e introvabile per la miseria, ho esaurito le mie vie purtroppo, hai qualche indizio?

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    1. T'immagini bene, in effetti la pellicola della Occhipinti è senz'altro nelle nostre corde, quindi fai davvero bene a ricercarla. Purtroppo, però, in internet non si trova, io stesso ho dovuto chiedere direttamente alla regista come fosse possibile vederlo: e ne è valsa la pena, davvero.

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