Interview with the Earth (Entrevista con la tierra)



Scriveva Spinoza: «Noi siamo in molti modi scossi da cause esterne e ondeggiamo come i flutti del mare agitati da venti contrastanti, ignari di quel che ci accade e del nostro destino» (Etica, IIIp59s). Nulla, invero, si lascia tracciare all'infuori di noi, ma il nostro corpo è un apparato semiotico dove si inscrivono segni d'ogni genere, che se per un verso ci determinano per l'altro ci danno una memoria, forse una vita. Entrevista con la tierra (Messico, 2008, 18') di Nicolás Pereda, uno dei più grandi cineasti messicani viventi assieme a Reygadas e ad Escalante, è un cortometraggio che fruga in questa vita, in questa memoria: è corpo, ma è corpo del corpo, anzi dei corpi, quelli di due ragazzi che si ritrovano uniti in un Noi per nulla metafisico dalla morte di un loro amico. Pereda, permeando la fiction con uno stile documentaristico asciutto e minimalista, penetra quel Noi fino a farne un che di totalizzante, misteriosamente autentico; eppure non Entrevista con la tierra non è un film sulla morte quanto, piuttosto, sul vivere e, quindi, procede in maniera osservativa, meditando su ogni singolo segno che segna il corpo del Noi. In questo senso è completo e totale, Entrevista con la tierra, anzi si direbbe veramente assoluto, perché quei segni, come si è detto sopra, determinano, e nelle pieghe dei boschi, nei vestiti dei due ragazzi, nelle loro parole scontente e nei sentieri che attraversano o nei suggestivi panorami che essi, dalla montagna, scorgono c'è tutto quello che era e che un giorno, essendo già come virtualità nel presente, si realizzerà. Atterrisce, arrivare a comprenderlo, perché in effetti nella costituzione di quel Noi, nel legame che intreccia le vite dei due ragazzi, è implicita ed eterna la morte dell'amico, ma a ben guardare - e forse di nuovo senza sollievo - in quel rapporto sono già inscritte anche le morti degli altri due, quindi che rimane? Rimane il Noi, appunto, che è la verità dell'aver vissuto. Ecco l'intervista del titolo, quella con la terra. Se è vero infatti che il nostro corpo è un apparato semiotico, esiste un altro corpo, che ha le stesse specifiche del nostro: il corpo della terra, che nel cortometraggio vediamo tracciato, segnato da un trattore in lenta avanzata. L'amico morto è morto nella terra, cioè scalando una montagna, il che significa che il suo corpo è da sempre quello della terra: la terra determina la caduta, inscrive le ferite mortali sul corpo del ragazzino e il ragazzino macchia di sangue la superficie terrena ed entra in un rapporto costitutivo con il corpo di questa, rapporto da cui, come in un campo la mattina presto, esala un vapore che è costituzione del Noi di cui sopra. Certo, vivere significa inevitabilmente determinare la propria morte, ma escludersi dalla vita è in un certo senso affermare la propria morte in anticipo, non scagliare la vita al di là della morte ma fare in modo che questa penetri la vita, dissipandola e svuotandoci. Per questo scrivevo che Entrevista con la tierra non è un film sulla morte quanto, piuttosto, sul vivere, perché da un certo punto di vista non si può parlare d'altro che di vita, di vivere. Questo, come ormai lo si sarà evinto, lo si può fare in ambo le direzioni, cioè osservando una vita che penetra la morte o una vita che è penetrata nella morte. Pereda sceglie la prima strada, la più ardua e meravigliosa a mio avviso, ed è portato a compiere un cortometraggio poetico e toccante come pochi, audace forse, senz'altro onesto e da rivedere più volte, specie se al di là delle facili parole la propria vita non è composta che dalla vacuità di incontri passeggeri e finti, siano questi fatti durante l'ora dell'aperitivo o in biblioteca, perché, sì, in fin dei conti salva, il cinema di Pereda. Salva il cinema (con Todo, en fin, el silencio lo ocupaba (Messico, 2010, 62'), per esempio) e salva la vita, le sue possibilità e le sue virtualità, e, pure, se in fin dei conti non ci basta altro che un libro interessante o un buon film perché ci escludiamo da tutto il resto, che non ci ha insegnato altro che inghiottire psicofarmaci per sopportarlo prima e per sopportare noi stessi poi, forse Entrevista con la tierra può salvare anche noi, perché, così amiamo lui, possiamo amare x o y, x e y. Possiamo amare, ecco tutto: Per quanto non ci venga permesso, per quanto in fondo il resto tenda a non essere amato e ad escludere, per quanto ogni cosa e ogni persona soffochi un grido di disperazione che ci isola nel nostro amore e per quanto quest'amore si riveli infine autoreferenziale, possiamo amare. Il che è l'unica cosa che conta. Davvero.

4 commenti:

  1. Bello, e direi che l'hai apprezzato anche più di me. Analisi stupenda, non avrei mai saputo coglierlo così in profondità, ne hai scritto encomiabilmente, ed è assolutamente necessario rivederlo, hai ragione! Pereda l'ho sto scoprendo di recente, o meglio, il nome circola da un pezzo ma finora non riuscivo a reperire nulla di suo. Mi piacerebbe vedere "Juntos", è in lista da tempo... Tu cos'altro hai visto di suo?

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    1. Solamente questo, "Todo, en fin..." e il corto del Future Reloaded di Venezia. Merita assolutamente un approfondimento, hai ragione. Ma in rete pare difficile trovare roba sua. Sono abbastanza sicuro, però, che ci troviamo di fronte a uno dei grandi, da mettere vicino a Reygadas, Dumont e, insomma, i grandi del cinema contemplativo più narrativo.

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  2. Finito di vedere ora. Davvero toccante. Molto bella anche la recensione, dici bene quando scrivi che Pereda sceglie di osservare "una vita che penetra la morte", un film sulla vita e sull'amore girato senza smanie autoriali ma con la sola voglia di creare immagini oneste e pure.

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    1. Grazie, Albe. Mi fa piacere che ti sia piaciuta la recensione e ancor di più che ti sia piaciuto il film. Pereda è il classico esempio di cinema per tutti ma non di tutti: e naturalmente è maestoso.

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