Hard to be a God (Трудно быть богом)

Non ci sono spazi, nell'opera postuma di Aleksei German: c'è uno spazio - lo Spazio - e questo è continuamente riempito, soffocato, convulso da una rappresentazione opulenta. È uno spazio più enfio che gonfio, e non può che essere uno spazio statico, che scardina da sé qualsiasi scintilla di dinamicità in vece di una riflessione che non ha nulla della contemplazione quanto, piuttosto, di un atto reazionario che è, viceversa, auto-contemplazione, ineluttabilmente risolta in un'autoreferenzialità che è specchio di un'epoca. Quale epoca? Non c'è epoca, perché non c'è corso né decorso storico, quindi sarebbe meglio parlare di società, di comunità, di insieme o, meglio ancora, di mucchio, di agglomerato, di agglutinato. Qualcosa che riempia lo spazio, insomma. Appare dunque evidente, date queste premesse, che Hard to be a God (Russia, 2013, 177'),  tratto da un testo dei fratelli Strugarski, autori del romanzo sul Tarkovskij ha basato Stalker (URSS, 1979, 163'), sia fondamentalmente una pellicola di disseminazioni: nel suo terreno, oggetti e persone si disperdono e, così facendo, perdono il proprio senso, lo profondono nell'ambiente fino a farne una sorta di cappa a flusso laminare, coercitiva e definitiva, che è, per l'appunto, Arkanar. Specchio di questa landa medievaleggiante è l'interrogativo che ossessiona Don Rumata, interrogativo che, per il suo essere continuamente riproposto e, soprattutto, per la sua stessa natura, è eminentemente statico, autoreferenziale, ossessivo e ossessionante l'interrogante e non l'interrogato: «Cosa faresti se fossi un Dio?». È una domanda vuota, inessenziale, forse addirittura esiziale, ma è la domanda ed è l'unica domanda che possa emergere e stanziarsi ad Arkanar. Perché questo? Una domanda, qualsiasi essa sia, risponde sempre a un tentativo di ricerca; anche nel caso non trovi risposta o rimedi una risposta negativa, essa permette quantomeno di uscire da ciò che si conosce e di immaginare un qualcosa che sia altro, su cui ci si interroga. Insomma, prevede la spazializzazione, la domanda. Ecco perché, ad Arkanar, avrà sempre una natura autoreferenziale, statica. Perché non c'è spazializzazione, solo spazio - chiuso e stantio. In questo spazio, Don Rumata cerca l'arte, gli intellettuali, ma, non essendoci che uno spazio determinato, il vettore artistico non può slanciarsi e spazializzare dentro o all'infuori di esso: non può esserci. L'arte implica il vuoto, nel senso che l'arte è sempre qualcosa che buca, che inventa nuovi spazi, crea nuovi rapporti. Certo, il fondamento rimane reale, ma solo come fondamento la realtà può sussistere nell'arte, poiché, banalmente, se l'arte fosse la realtà non ci sarebbe arte; anche il gabinetto di Duchamp, in fondo, necessita di uno spazio particolare, che sia circoscritto rispetto alle zone di realtà nelle quali non figurerebbe come arte. Ecco, Hard to be a God è sostanzialmente questo: un film d'arte sull'arte, che non poteva che essere postumo. Non un'opera cinica, sia chiaro, anzi un'opera piena di speranza e di senso artistico, autentica, ma di quell'autenticità che per questioni d'individuazione l'individuo ottiene soltanto in punto di morte. E forse è soprattutto per questo che ammalia, il testamento di German, perché si fonda su se stesso, si autoimpone come arte, determina la propria ontologia, che è (l')estetica: all'infuori di esso, non c'è e non esiste niente.

16 commenti:

  1. per coincidenza ieri ho iniziato a leggere il libro :)

    Aleksei German ha fatto solo sei film, ed è un grandissimo

    io ho visto questo:
    http://markx7.blogspot.it/2013/11/proverka-na-dorogakh-trial-on-road.html

    nel 1989 avevano fatto un film tratto dallo stesso libro, sceneggiatura (anche) di Jean-Claude Carrière (me lo sono scaricato, per completezza), regia Peter Fleischmann (tedesco)
    http://www.imdb.com/title/tt0097292/?ref_=nm_flmg_wr_7

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    1. Solo? Sei film sono tantissimi, specie se si pensa al cinema di German. Questo, per esempio, conta almeno quattro film al suo interno.

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  2. Clamoroso. Un film, come hai giustamente scritto tu, fatto di agglomerati, di masse, di fango, di corpi sporchi e unti che ruotano intorno allo spettatore oppresso anch'esso in questo spazio immutabile e caotico. Penso che mai prima d'ora mi fosse capitato di entrare così tanto all'interno di un film: durante la visione potevo quasi sentire la puzza e toccare con mano lo sporco. Allo stesso tempo, però, mi sono sentito un estraneo in quel mondo completamente chiuso e opprimente, sensazione costantemente evocata dagli sguardi incuriositi dei personaggi che guardano in macchina come se avessero visto effettivamente un alieno. Un opera enorme, colossale, che riesce a creare un vero e proprio pianeta a sé stante, senza aria e senza arte. Ottima recensione come al solito ;)

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    1. Sei gentile, grazie. Dato il film, però, era davvero difficile scrivere qualcosa di brutto. Purtroppo, è un'opera così densa e stratificata, così "agglomerata", che non può che essere letta da infinite prospettive. Io ho scelto quella dello spazio, per esempio, e ugualmente interessante sarebbe stato parlarne a livello del corpo o di immanenza (di mancanta trascendenza, vista la natura para-divina del protagonista), di terra o di che altro... certo non di esistenzialismo, come qualche spudorato ha voluto fare; infatti, la sensazione di estraneità che descrivi tu è la stessa che ho provato io, ma è qualcosa di davvero fisico, corporeo, così come corporeo è il linguaggio e lo sguardo con cui il protagonista infrange ripetutamente la quarta parete. Del resto, non ci si può escludere da ciò di cui non si percepisce una certa appartenenza... Insomma, è veramente un film colossale, hai perfettamente ragione: è statuario, abissale, indelebile e magnifico.

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    2. Già, è uno di quei film che ti fa percepire realmente la potenza e grandiosità del cinema. Da vedere e rivedere, da analizzare all'infinito. Tu hai visto qualche altro film di German? Io sono rimasto davvero impressionato da Trial on the road e da My friend Ivan Lipshin, anche se quest'ultimo Hard to Be a God credo sia ampiamente il suo lavoro più enorme.

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    3. Ecco, di questo ne stavo parlavo giusto poco fa con Marras. "Hard to be a God" è un film immenso, su questo non ci piove, però, ecco, non credo che lasci riflettere sul cinema. Voglio dire, non presenta fratture o innovazioni rispetto a ciò che c'è già. Interessante, invece, credo sia parlarne a livello di cinema russo, che è ancora così ancorato a Tarkovskij da risultare banale e sterile nel 95% dei casi. In questo senso, si, si potrebbe rivolgerlo in una storia del cinema, ma nella storia del cinema... be', credo che siano altri i film che l'hanno fatta, la stanno facendo e la faranno: "Ten skies", "Cove", "Ambiancé"...

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    4. Guarda può essere che non sia un film da "storia del cinema", nel senso che hai ragione quando dici che non presenta grandi innovazioni ecc. Se vogliamo, a suo modo, ricorda, sopratutto per gli aspetti più metacinematografici, On the silver globe di Zulawski, e già quando un film te ne ricorda un altro ovviamente è raro che si ponga per davvero come una frattura rispetto al passato. Io intendevo più che altro che è un film che sfrutta la potenza dell'immagine con una forza e una grandiosità che non vedevo da tempo. Poi chiaro se parliamo di sperimentazione pura probabilmente non è questo il caso, meglio dirigersi verso le immagini e le trasparenze di Ambiancé.

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    5. Ma non parlo tanto di innovazioni e di sperimentazioni. Anzi, a dire il vero parlo sempre della solita cosa: la differenza tra cos'è il cinema e cosa può il cinema. Secondo me "Hard to be a God" è un grande film perché ti mostra cos'è il cinema, mentre invece un film come "Ten skies" è immenso appunto perché ti mostra davvero cosa può il cinema.

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    6. Capito capito, si in questo caso concordo assolutamente, probabilmente mi sono espresso male usando la parola "potenza" Hard to be a God è sicuramente più essenza che potenza.

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    7. Ecco, perfetto, "essenza"! German punta all'essenza: è una sorta di Kant, di Hegel del cinema. Fondamentale, immenso, ma, come avrebbe da definirlo Nietzsche, un operaio del cinema e niente di più. Un operaio immenso, sia chiaro. Ma non un Nietzsche o, meglio ancora, uno Spinoza.

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  3. Ne avevo letto qualcosa tempo addietro sulla tua pagina FB, e più che bene. Ho visto che c'è anche sul tubo, ma sbaglio o MacGuffin doveva sottotitolarlo?... Non ho visto nulla finora di questo autore, ma a quanto pare gli influssi tarkovskjiani traspaiono alla grande.

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    1. Lo aspettavamo un po' tutti, ma mancavano i sottotitoli (c'era solo l'audio originale). E, insomma, io ho avuto la bella pensata di avvertire che i subs erano usciti, salvo poi far incazzare chiunque dicendo che stavo frollando: è probabile che ne leggesti in quell'occasione. Comunque sia, con Mac non mi sento da un po' - credo che sia arrabbiata con me (a ragione, tra l'altro) - quindi non sono certo che lo sottotitolerà, anche perché adesso è uscita dalla SobrioSubber. Sono abbastanza certo, però, che i subs italiani usciranno: voglio dire, era un film davvero atteso. E quelli in inglese erano usciti soltanto l'altro ieri!

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    2. Esatto, bravo! Ora ricordo, era proprio in quell'occasione, e infatti rimasi fregato pure io :) A ogni modo, per il momento me lo vedo così, perchè da come lo descrivi, esteticamente dev'essere qualcosa di magistrale, il che già compensa.

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    3. Errata corrige. Mac Guffin li sta effettivamente traducendo. Appena so qualcosa ti scrivo per mail.

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    4. Ottimo, mi conviene aspettare allora. Grazie!

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    5. Dalla regia mi dicono che entro 48h sono finiti. Quindi, sì, conviene.

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