Fade


L'orizzonte limita. Non si risolve in una semplice delimitazione, l'azione dell'orizzonte, perché la delimitazione implica comunque una proprietà, un al di qua da recintare, mentre la limitazione esclude qualsiasi tipo di connotazione che degeneri lo spazio in un al di qua e in un al di là, facendo così in modo che lo si contempli, lo spazio, nella sua purità, che è indifferenza, perché lo spazio è ovunque. In questo senso si potrebbe descrivere l'operazione attuata da Jean-Claude Ruggirello in Fade (Francia, 2013, 55') come un'azione di limitazione atta a sbiadire la limitazione stessa, il limes che è un'orizzonte continuamente rimandato; assistendo alla pellicola del regista francese, infatti, non siamo in nessun punto, e per quanto l'orizzonte indichi effettivamente un limite noi non ci sentiamo limitati, perché siamo sia al di là di esso che al di qua, continuamente posposti da un confine che ci trasgredisce, perché è tutt'attorno a noi. Ci contorna. Ecco, l'orizzonte è questo contorno, e i cortometraggi che Ruggirello monta assumono infine la forma di fenachistoscopio primordiale, in cui ogni corto è come sottoposto a un regime d'avvolgimento che esso stesso emana di continuo e che si compie nel lungometraggio che Fade è: qui. Un esperimento al limite del visibile, insomma, come del resto lo stesso titolo suggerisce, perché lo sbiadire non è il procedimento con cui si compie Fade (sarebbe tautologico, no?) ma il prodotto fatto e finito, Fade appunto, che è lo sbiadire, sola cosa che resta del visibile.

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