El cielo sube


Parliamo pure delle buone intenzioni di Marc Recha e del suo insolito senso cinematografico, forse mitigato, forse incensurato da quella terra catalana che, tra gli altri, ha visto crescere Albert Serra, José Luis Guerín e Pere Portabella, e parliamo anche - perché no? - dei suoi quattordici anni e della sua prima macchina da presa, dei primi cortometraggi e del viaggio in Francia con Marcel Hanoun, quindi del suo primo lungometraggio, El cielo sube (Spagna, 1991, 70'), ma senza confonderlo con il cinema, almeno non con quello fatto e finito, prodotto e ridefinito cui siamo abituati. Si tratta di avanguardia? Sì, però solo per certi versi e a meno di non voler vedere il cinema distrutto da un'avanguardia corrosiva, che infrange la pellicola e fa di questa una sua rifrazione: parliamo di Juan de Dios (nome curioso), che trascorse l'estate del '57 in una stasi oblomoviana il cui risultato è un non essere verso il quale tendere con le tutte le proprie forze, dunque abbandonandole, queste forze, con uno sforzo di volontà che deve compiersi nella nolontà più schopenhaueriana, del tipo insomma che fa del nichilismo un attivismo salvifico e redentore. Parliamo di un cinema che resiste e che non esiste, come i pensieri di Juan, che secondo il dottore dovrebbero essere soppressi o ne va della salute stessa di Juan... ma com'è possibile - sopprimersi? Juan pensa, pensa alla sua condizione, al trascinarsi verso il nulla che è la sua unica possibilità per non sprofondare nel nulla - e in ciò è, per quanto precario, per quanto destinato alla malattia, Juan è, perché resiste, e in ciò si fonda il cinema stesso di Recha, un cinema appunto refrattario, rifratto, quasi scomposto nel suo presentarsi grezzamente, in maniera non rifinita, e per ciò perfetto in se stesso, perché imparagonabile a qualsiasi altra cosa che non si ritrovi al suo interno, nel cerchio che circoscrive due volte; El cielo sube, infatti, ricorda un po' i film di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, quei film composti di due film, uno per immagini e un altro per la voce che scopre, nelle immagini che prolunga nel fuoricampo in cui essa, la voce, si trova, segreti che la vista non può cogliere - e viceversa: cinema che resiste, insomma, ed ecco tutto, ma è abbastanza, perché non è già più cinema.

2 commenti:

  1. Già sai che trovo ammirevole questa tua continua ricerca di rarità, nemmeno questo c'è su Mubi. A ogni modo, da terra catalana, solitamente, non ci si può che aspettare cose interessanti. Inoltre, almeno a vedere dalle scene postate, questa fotografia diciamo "slavata" mi ricorda parecchio lo stile del corto "In Absentia" dei fratelli Quay.

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    1. Guarda, purtroppo non posso dartene la certezza, ma di questo Recha ho visto qualche trailer e qualche excerpt dei futuri lavori e pare proprio sia un cinema contemplativo da pelledoca. Qui ci troviamo davanti ancora a un cinema embrionale, non del tutto contemplativo - ma va' un po' avanti negli anni e pare proprio essere pane per i nostri denti.

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