Chandmani sum



Un mantra, Chandmani sum (Mongolia, 2009, 33'), ma mantra nella sua espressione più generale, cioè di ciò che concerne l'atto del pensare e lo veicola in uno sfondo mistico che non è neanche più pensiero bensì qualcosa di ben più autentico e originario che emerge della realtà ed è esso stesso realtà: il contemplare. E con ciò è cinema, Chandmani sum, l'unico possibile, che ha in sé la gioia contemplativa stagliata in un orizzonte di esuberanza metafisica, la quale, ricordando vagamente la fotografia di Un homme sans l'Occident (Francia, 2002, 104'), rende possibile la contemplazione e, dunque, la realtà che la sostanzia: per una volta, non è la realtà che garantisce il cinema ma il cinema che oblitera la realtà, autenticandola e, sì, realizzandola. Ecco il panismo che permea Chandmani sum, non una pellicola dischiusa nella totalità ma la totalità dischiusa dalla pellicola, totalità che trema e vibra di fotogramma in fotogramma, grazie al passaggio da un fotogramma all'altro; ed ecco anche lo scacco, il movimento propriamente mistico compiuto da Rowan Lee Hartsuiker: dischiudendo la realtà, la pellicola si sgretola, come gli spazi si svuotano al suono di quella luce abbagliante che sembra sprofondata dalla litania mantrica di sottofondo, e allora non c'è più cinema... solo poi, però, perché l'atto generatore è eminentemente cinematografico, quindi, in un certo senso, non c'è che cinema, ma sotto tutt'altra forma, quella insomma della realtà. Cinema della realtà, dunque, o realtà del cinema? La domanda, infine, non sussiste, poiché tra le due forme non c'è alcuna differenza né, tantomeno, discernibilità: è un mantra, appunto, in cui pensiero e realtà sono una cosa sola, che è l'atto contemplativo, e l'indifferenza non è non-differenza ma comprensione di tutte le differenze.

2 commenti:

  1. Visivamente ineccepibile, la prima parte poi è folgorante, grazie in modo particolare a quella "litania mantrica" che ti assilla. Personalmente, ho trovato un leggero cedimento però verso la fine, ma credo sia più che altro legato alla mia sensibilità musicale, in quanto mi avrebbe entusiasmato maggiormente se avesse mantenuto le stesse impronte sonore dell'inizio. Film veramente singolare e affascinante comunque, resta impresso, anche se a mio avviso, obblligatorio di svariate visioni per poterlo apprezzare con più cognizione.
    Cinema della realtà, dunque, o realtà del cinema? Bella domanda! Diciamo che tra i momenti che mi ci hanno fatto pensare c'è il bambino che dorme (sogna?)... Da approfondire.

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    1. Le scene del bambino che dorme sono da brividi, a me hanno steso - letteralmente. Per quanto riguarda le revisioni, sì, probabilmente hai ragione: io l'ho visto solo due volte, ma ogni volta l'ho vissuto in maniera più che altro emozionale e, insomma, credo mi sarebbe davvero difficile penetrarlo intellettualmente.

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