Atlas



Silenzio. Devi fare silenzio. 
Fuori c'è la guerra.
Lo senti, il gracchiare del corvo? È lì appollaiato sul cemento armato, al riparo dalla guerra, che è fuori. Che è fuori, 
ma la guerra è dentro di noi, e quel «fuori» non è che una proiezione del nostro intimo sintetico. 
Bisogna fare silenzio. 
Non si tratta più 
né di vedere 
né di partecipare, 
ma di sentire e percepire, 
poiché solo auscultando le pulsazioni del sangue nelle nostre vene rinsecchite il colore della stanza si accenderà del suo stesso rosso, e noi potremmo così immergerci in esso, perché ci appartiene, al pari di ogni cosa con cui entriamo in relazione: la siringa che buca la mia pelle è un'appendice della mia mano, ed io sono l'eroina che essa inietta nel mio flusso sanguigno. A tal proposito Blankenburg parlerebbe di una perdita dell'evidenza naturale, e forse ha ragione, ma a patto che ciò designi uno spandersi & un'espandersi del nostro corpo nell'illimitato e indefinito spazio circostante, il che, per quanto possa implicare una certa inautenticità dell'Esserci, deve venire inteso come puro e semplice evento*, sicché quell'inautenticità sia in ultima analisi una determinazione del nostro Esserci, qualcosa che lo forsenni e l'ossessioni fino al suo più completo rinnovo, a quella nuova autenticità che è l'Oceano 
in cui l'Esserci 
                        affluisce 
              per mezzo 
                                dei fiumi 
                                              dell'eroina
                   spandendosi 
                                                               infine
                                         nell'Essere.
L'importante è fare silenzio, contemplare. Contemplare: l'abisso della droga, il segno di una malattia inevitabile, la prostituzione come continuum di un'esistenza che è ora costretta in una dimensione nuovamente originaria, il tuo stesso corpo, livido e in preda ora alle convulsioni ora a una stasi che è quasi un rigor mortis. (Sembra dipinto da Goya, il tuo corpo, ed è così disincarnato da essere veramente assimilabile a una riga di matita.) E ancora: la nebbia che permea il paese, che è soltanto tua, e quest'oscurità che scaturisce dal profondo della tua intimità e che è cielo, talmente tumefatto da sembrare notturno. 
Etc.
L'atlante quindi descritto è Atlas (Francia, 2013, 76'), opera prima del fotografo della Magnum Antoine d'Agata, un'opera di paranoia claustrofobica solo vagamente imparentata al capolavoro di Pedro Costa, No quarto da Vanda (Portogallo, 2000, 171') e, più profondamente, sfuggente a ogni tentativo di genealogia, perché ciò che lascia dietro di sé, Atlas, è il fumo del morto, una pietà mancata, la scia che è traccia di un passaggio e non è dunque che segno - come direbbe Ginsberg - che l'ultima foglia è caduta in anticipo. 
Perciò taci.
Fuori c'è la guerra, e tutto sommato «noi siamo soli»**, cioè siamo per noi stessi e tanto basta, avvolti in una solitudine che è immediatamente 
perdita, 
sconfitta, 
aborto 
e mancanza, 
e ogni tentativo di rapportarci al mondo prelude a una contrapposizione che sbiadisce soltanto nel momento in cui non perviene all'esistenza che l'Allon - e noi in esso***, con esso. Ecco, credo che Atlas descriva quest'espansione panica del proprio essere, che è il corpo. 
Il corpo: questo corpo, che non è mai un corpo ma ogni corpo, o almeno così è nell'abisso in cui l'eroina inabissa, nel silenzio che trascina ogni voce e nel quale ogni suono si perde - e fuori c'è la guerra e, dentro di noi, non c'è che silenzio, ma la guerra è dentro di noi, e quel «fuori» non è che una proiezione del nostro intimo sintetico, quindi devi fare silenzio. 
Silenzio.
Lo senti, il gracchiare del corvo? È per te.


* «L'inautenticità dell'Esserci non importa però un minor essere o un grado inferiore di essere. L'inautenticità può invece determinare l'Esserci, secondo la sua forma concreta più piena, nella sua operosità e vivacità, e nella sua capacità di interessarsi e di godere.» (Martin Heidegger, Essere e tempo)
** «Noi siamo soli. Non possiamo conoscere né essere conosciuti. "L'uomo è una creatura che non può uscire da se stessa".» (Samuel Beckett, Proust)
*** «La relazione con l'Allon non è una contrapposizione radicale, non è la relazione di un soggetto che, come saltando sopra un abisso si debba trascendere nell'oggetto. Si è costretti a ipotizzare una tale relazione solo se si fa della coscienza il soggetto dell'esperire e dell'agire. L'uomo, che in quanto mobile si erge sul suolo, non è mai radicalmente separato dall'Allon. La tensione dell'opposizione, certo, permane, ma accoppiata dialetticamente con l'essere-legato. Tutti i tipi d'incontro, disposti sulla scala che va dal salotto convenzionale fino alla reciprocità dell'abbraccio, si compiono all'interno della relazione con l'Allon, sul terreno, cioè, dal quale l'altro uomo si separa in quanto Heteros.» (Erwin W. Straus, Il vivente umano e la follia. Studio sui fondamenti della psichiatria)

17 commenti:

  1. Vabbè, ho già capito: posso chiudere il blog!

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  2. Questo voglio leggerlo solamente a visione contemplata...

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    1. Fai bene, anche se a dire il vero più che una recensione questi sono i residui delle convulsioni lasciatimi dalla visione, quindi nulla di strettamente indispensabile.

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    2. Avevo pensato anch'io a "No Quarto da Vanda", ma come giustamente fai notare, si tratta solo di un vago accostamento. Qui, in questo abisso claustrofobico popolato di cadaveri, il fim di Costa si dissolve come l'eroina che attraversa quei corpi, e credo proprio non ci sia spazio per altre parole, oltre a quelle che hai encomiabilmente espresso, per descrivere tale capolavoro... Che film!

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    3. Pazzesco, davvero. A lungo andare ricorda "Ashes and snow", almeno ed esclusivamente dal punto di vista espressivo: due fotografi che nuotano nel cinema e presentano due opere costruite in maniera simile, dando spazio alla visività delle immagini, esasperata, e di fatto annullando la trama nel voice-off.

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  3. Bhe, cari ragazzi...scusate ma qui pretendo la visione pure io :)
    Dove lo pesco?

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    1. Su FB hanno detto che si trova anche qui, http://www.t411.me/torrents/antoine-d-agata-atlas-2013-h-264, io però non riesco a scaricarlo, da qui, tant'è che l'ho avuto in altre maniere. Se non riesci nemmeno te a scaricarlo, dimmelo, ché domani con WeTransfer lo devo passare anche ad altri.

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  4. Infatti non riesco manco io...schiaffa anche la mia mail su WeTransfer, questo s'addavedé!
    Ricordati gli altri due gioiellini, quando riesci: "Un homme sans l'occident" e "The Ring Road"!

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    1. Sì che me li ricordo, ho DropBox che va a pieno regime, ma a quanto pare non ha intenzione di terminare il lavoro. Riproverò tramite WeTransfer. Intanto domani t'invio codesto.

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  5. "Residui delle convulsioni lasciatimi dalla visione", e anche impronte straordinarie di chi ha vissuto un'esperienza fino quasi ad annegare. Come graffi sul muro di chi ha quasi esalato l'ultimo respiro. Terrò a mente queste parole in attesa di vederlo.

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    1. Poi quando lo vedrai queste parole si cancelleranno e avrai nuovi lividi sul corpo.

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  6. film/documentario veramente intenso..una vera e propria opera d'arte,ultimamente se ne vedono poche in giro di questo livello e con questa originalità spontanea..

    ... una galleria di quadri in leggero movimento,la luce penetrante di Caravaggio incontra le naturali distorsioni corporee di Bacon .. in un film dove si scende nell'abisso,nell'abisso più profondo della società e dell'anima..

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    1. Gran film, hai ragione. Oltre a Bacon e Caravaggio, io c'ho visto anche parecchio Rimbaud e, forse, un po' d'Artaud - ma senza dubbio soprattutto Rimbaud.

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  7. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  8. @ POOR YORICK: lo passeresti anche a me please? sto cercando un modo per scaricarlo, ma non trovo nulla di concreto..

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    1. Sì. Scrivimi una mail: talkinmeat@gmail.com

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