The wild ones (Los salvajes)


Film duro come pochi, Los salvajes (Argentina, 2012, 130'), esordio alla regia di Alejandro Fadel, di una durezza, però, quasi catartica, perché pura, brada, selvaggia appunto, quindi fondamentalmente propria di una natura che è assieme la natura propriamente detta e quella dell'animale-uomo, cioè la natura umana, che solo nella natura della giungla può riacquistare o realizzare la sua più autentica realtà: un gruppo di ragazzi evade con rocambolesca violenza da un carcere minorile e si rifugia nella giungla, dove per sopravvivere è costretto a un repentino sacrificio, fatto di caccia, frustrazione, istintualità liberata etc. Come si può vedere, la trama, almeno in parte, rievoca quella connazionale di Los muertos (Argentina, 2004, 78'), con la sostanziale differenza che, se nella pellicola di Lisandro Alonso la giungla argentina forniva a Vargas, scagionato e non fuggitivo, un motivo di ritorno e di superamento del proprio passato, in Los salvajes il passato è attuale e l'ossessione con cui tormenta i cinque ragazzi fa di questi più delle ombre votate a una fine orrenda piuttosto che dei corpi in attesa di una riappropriarsi di se stessi, di ciò che insomma sono nonostante il fatto che ciò che essi sono sia stato giudicato dalla società tra virgolette civile un non-essere, un'essenza deficitaria che necessitava di una correzione punitiva o di una punizione correttiva. In questo senso il lungometraggio di Alejandro Fadel è terribilmente duro, perché non lascia speranza, e anzi la soffoca sin da subito, e per certi versi si potrebbe imputargli l'errore di essere stato fatalista, a Fadel, ma il fatto è che non c'è davvero nessun fatalismo, nel suo film, e anzi tutto è così nitido, spaziale e atemporale da far credere che, forse, un briciolo di scelta, un lume di redenzione possa pure esserci, dopotutto... no, nient'affatto, perché Fadel, sebbene sia vero che, di fatto, non sia un fatalista, sa che l'esistenza è una serie causale nella quale tutto è determinato, e così non si lascia sedurre da facili teleologie o escatologie di sapore religioso ma occlude tutto nella necessità che precede l'individuo e la sua individuazione: quei ragazzi erano già condannati prima di nascere - è questa, la verità che Fadel mette in scena, e lo fa chiosando la crudezza dei destini ai margini che rappresenta con una natura ribollente e dominatrice (si pensi alle nubi appese al cielo o a quei campi lunghissimi in cui l'individuo non è che un atomo o, ancora, ai piani strettissimi - il lavoro di mdp e la fotografia sono i pilastri, come si sarà intuito, su cui si erge questo film - in cui l'individuo è ancora un atomo perché fatto della stessa oscurità che lo attornia e in cui è immerso), assoluta per definizione perché unica e sola realtà: ecco i selvaggi del titolo, la riconduzione dell'uomo alla natura, il ricongiungimento dell'uomo con la sua più intima potenza.

4 commenti:

  1. Perfetto! Mi hai liberato dai dubbi, seppur minimi, che però riponevo nei confronti di questo film. Pensa che l'avevo scovato da mesi su Mubi e c'è l'ho ancora lì, archiviato, senza trovare mai l'ispirazione giusta per darci un'occhiata. Ora che ne hai scritto, colgo l'occasione al volo e stasera mi butto su questi "selvaggi" ;) Grazie Yorick!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anche a me non è che ispirasse moltissimo, a dire il vero. L'ho visto un po' per sport e un po' per inerzia. Mi ha subito preso, però: non un capolavoro, ma un buonissima opera prima, con alcuni momenti che definirei esaltanti.

      Elimina
    2. Trovo che la tua analisi sia indubbiamente corretta: effettivamente, già dagli inizi si può percepire l'aura di condanna che i ragazzi sono destinati a portarsi dietro, non c'è salvezza perchè il passato, come fai notare, è attuale, e la terribile scelta dell'ultimo sopravvissuto non fa che confermare questo tormento esistenziale. A parte ciò, comunque sia, non mi ha convinto. Hai perfettamente ragione quando parli di alcuni momenti esaltanti, c'è ne sono parecchi (oltre ai campi lunghi mozzafiato) come il ragazzo trasportato dalle acque; il rifugio nella grotta; la sopravvivenza finale; il deja-vu, etc. Però, dal mio punto di vista c'è qualcosa che non quadra, forse (ma credo di non sbagliare, vista la collaborazione allo script con Pablo Trapero, regista che non mi ha mai convinto) proprio nello sviluppo della storia... E' un film che lascia molti dubbi, sarebbe da rivederlo in futuro per farsi un'idea più precisa.

      Elimina
    3. La storia, in effetti, sembra avere delle falle, non tanto tramistiche quanto piuttosto di prosieguo. Secondo me i problemi cominciano laddove la ragazza inizia a essere catalizzatore di odio e amore nei rapporti di gruppo e ha quindi una scissione tra due parti del film: nella prima c'è un gruppo, nella secondo individui. È spiazzante, è vero, però secondo me è ciò che voleva mostrare Fadel, e cioè l'unione nella costrizione e la solitudine nella "libertà". Il problema, appunto, è che non è così chiaro, questo salto. Almeno IMHO.

      Elimina