Pieghe #9: La preghiera di Emily

Diventa luce, la materia, nei folgoranti corto- e mediometraggi dell'inglese Emily Richardson: luce, cioè pura potenza, istantaneità brillante e unica. Attraverso una velocizzazione del tempo, la Richardson tenta infatti di portare a termine un processo di smaterializzazione che trova nel finale di Redshift (Inghilterra, 2001, 4') il suo logico e necessario epilogo e che è, di fatto, una risoluzione del cinema inteso nella doppia accezione deleuziana di immagine-movimento e immagine-tempo. Non c'è tempo, nei cortometraggi della Richardson, e non solo perché, come accade in Aspect (Inghilterra, 2004, 9'), vengono mostrati luoghi esterni a una temporalità intesa come serie di passato, presente e futuro, ma soprattutto perché nel suo essere velocizzato il tempo è in una certa maniera destituito e risulta destituito in primo luogo nei confronti di se stesso: in effetti c'è un tempo, ma non è questo tempo, e forse non è nemmeno questo tempo in quanto velocizzato. È un altro tempo, distante dalla nostra percezione, probabilmente indiscernibile per noi che restiamo inchiodati a quest'altro tipo di temporalità, tanto che un documentario come Block (Inghilterra, 2005, 12'), vittima di una temporalità per così dire schizofrenica, si trasforma presto in un qualcosa di destabilizzante e inquietante, in un horror addirittura, ma questa destabilizzazione e questa inquietudine è solamente nostra, di noi che non siamo in quel blocco di tempo ma lo esperiamo come già scolpito. Se, come voleva Tarkovskij, il cinema è l'arte di scolpire il tempo, allora quest'arte deve presentarsi continuamente nel suo farsi, dev'essere concepita in modo originale e originario ogni volta che se ne usufruisce (Na change rein (Francia, 2009, 100') di Pedro Costa è cardinale, in questo senso): è l'immagine finale di Nocturne (Inghilterra, 2002, 5'), che nella sua plasticità mostra in secondo piano getti di luce che potrebbero essere qualsiasi cosa - macchine o treni, draghi o amanti che passeggiano. Certo, l'azione disgregatrice del tempo, palese nei paesaggi post-apocalittici di Cobra mist (Inghilterra, 2006, 7'), diventa un'azione esterna al tempo, molto probabilmente inesistente, ineffettuale: forse, quel pezzo di Orford Ness non ha subito un processo di decadenza ma è sempre stato così, e il suo essere fuori dal tempo, per certi versi, ci dà testimonia del suo intimo essere eternità - non decaduto ma perennemente decadente. L'immagine della Richardson diventa così un qualcosa di veramente performativo, e non solo degli oggetti in essa rappresentati bensì, più profondamente, di se stessa. Velocizzare il tempo, del resto, non significa che questo: far sussistere l'immagine di per sé, come unicità abbacinante che pretende di essere considerata quale essa è e (per) nient'altro. Ma cos'è quest'immagine? È l'immagine di Petrolia (Inghilterra, 2005, 7'), dove più che altrove la velocizzazione del tempo manifesta una smaterializzazione dell'oggetto ripreso, smaterializzazione che, però, non è altro che mostrazione di ciò che davvero l'oggetto è, ovvero la potenza - la luce - che lo compone, lo attiva, lo fa sussistere. Un migliaio di luci differenti e nient'altro, insomma. Questo è l'essere nella sua purezza, nella sua autenticità. Ed è cinema, certo, e non solo perché è si deve al cinema la capacità di cogliere, istantaneamente, questa verità, ma perché è anche la verità del cinema, che a sua volta non è che luce impressa su pellicola e riproiettata.

4 commenti:

  1. Interessante, soprattutto come sintesi sull'operato di una regista il cui nome non mi è nuovo anzi, se non ricordo male, una o due cose devo averle anche viste parecchio tempo addietro, tipo "Redshift" (sicuramente spulciando tra la lista di Slow). Un tempo in cui andavo proprio alla ricerca di questo stile di lavori, ma di fronte ai quali, onestamente, oggi tendo a entusiasmarmi poco (come ti ho accennato via mail, è comunque un discorso che mi piacerebbe affrontare con te, a voce). A ogni modo, il titolo citato in questo passaggio mi stimola particolarmente: "un documentario come Block (Inghilterra, 2005, 12'), vittima di una temporalità per così dire schizofrenica, si trasforma presto in un qualcosa di destabilizzante e inquietante, in un horror addirittura"... E inoltre, ma non si riesce ancora a recuperare "Na change rein" del mitico Costa?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Orpo, credevo di avertelo passato, quello di Costa. Dovrebbe girare su eMule, comunque, se vuoi, in settimana te lo droppo. A ogni modo, sì, capisco che certi lavori, ora come ora, possano non entusiasmarti più come io; io, però, trovo siano davvero magnifici, soprattutto dal punto di vista teorico: mi permettono di focalizzare alcuni pensieri sul cinema che, altrimenti, rimenerebbero parecchio aleatori.

      Elimina
    2. No tranquillo, l'ho trovato, ti ringrazio Yorick! Ho visto su Mubi che esiste anche un corto omonimo, sempre suo, del 2005.

      Elimina
    3. Sì, però se trovi il film completo ti consiglio di vedere prima quello del corto. "Na change rein" è un miracolo.

      Elimina