Pieghe #10: Il panismo elegiaco di Guillaume Eymenier


A riordinare le idee in vista di questo post sui cortometraggi di Guillaume Eymenier, ho come la sensazione che sarebbe più opportuna un poesia, un componimento lirico, magari con influssi di decadentismo, piuttosto che una recensione, e questo perché i lavori di Eymenier hanno davvero il sapore di qualcosa che è altro rispetto a tutto, fuggevole e impossibile da ingabbiare nella schematizzazione di una prosa, di uno scritto che incede lineare, senza o con soltanto l'apparenza di emotività. Per rendersene conto, sarebbe sufficiente gettare uno sguardo a #1, #2, #3, #4, #5, #6 e #7, dove il risveglio (o la scoperta) della natura è tratteggiato con toni elegiaci, densi di una malinconia che non ha niente di umano ma emerge come vapore dal terreno di inquadratura in inquadratura - ed è tutto magnifico, struggente, catartico. Mancano le parole, ecco tutto, e questo perché tutto non ha bisogno di parole: ci si immerge e ci si confonde facilmente nelle pieghe di quel tutto e in un certo senso si diviene quel tutto che in fondo si è sempre stati: siamo già lì, questo è il punto, e la sensazione di perdersi nei boschi, di essere la nebbia che permea quei luoghi è innegabile e irrimandabile, come lo fu, per esempio, per il Costa da morte (Spagna, 2013, 81') di Lois Patiño; in questo senso, il tappeto sonoro, fondante e fondamentale come in poche altre opere cinematografiche (vien da pensare al Disintegration loop 1.1 (USA, 2001, 62') di William Basinski) e drappeggiato di etereo post-rock, funge un po' da quello che Nietzsche avrebbe avvertito come dionisiaco: un'ebbrezza in grado di penetrare quell'Uno-Tutto originario che resterebbe altrimenti aleatorio, una supposizione e niente più come il noumeno di Kant. Ecco cosa può il cinema: far rinascere, donare davvero il senso di una perdita e, se in Forecast lo scenario era colmo di morte e desolazione, non si dovrà credere che questa sia davvero la perdita, oltre la quale non rimane che il deserto; al contrario, Forecast va inquadrato e incastrato nel turbinio di rinascita che è esso stesso perdita, perché territorio rinato dalle ombre e le tracce di ferrivecchi e umanità stanche. Un tramonto, e precisamente quello di Tu ressembles à rien, nel quale gli influssi di Benning sono evidenti, quasi la sua fantasmagorica presenza fosse palpabile, in quel litorale, ma è un tramonto, quello colto da Eymenier, che è prodromo - come al solito - di un'alba, incerta come l'atmosfera di Palefroi, che a sua volta rievoca le meditative ondulazioni di The ethereal melancholy of seeing horses in the cold di Scott Barley. Un panismo elegiaco, insomma, o l'elegia a un panismo vibrante e soffuso che solo l'autenticità di un'opera d'arte può tornare a farci percepire, poiché «solo come fenomeni estetici l'esistenza e il mondo sono eternamente giustificati».

3 commenti:

  1. Io direi che questo scritto può già considerarsi un "componimento lirico", fosse solo per quell'elegiaco"risveglio della Natura; dove ci si immerge, ci si perde nella nebbia, dove mancano le parole, etc". Senza contare l'accostamento (e dai fotogrammi emerge) a due capolavori quali "Costa da Morte" e (l'appena rivisto) "The ethereal melancholy of seeing horses in the cold". A differenza di altri artisti delle, definiamole, "nuove avanguardie", questo Eymenier ispira particolarmente, sembra esplorare territori di sicuro più congeniali al sottoscritto.

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    1. Trovi tutto sul canale vimeo del regista, che, come giustamente presagisci, è davvero più sulle nostre corde rispetto a certe "nuove avanguardie".

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    2. Ottimo, trovati! Grazie :)

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