Paseo


Dopo un po' di tempo riservato a una serie di post tesi a veicolare, attraverso soprattutto cortometraggi e documentari di matrice squisitamente avanguardistica, qualche mia considerazione, per lo più teorica e teoretica, sul cinema, urge ritornare allo spirito che è più proprio di questo blog e che, di fatto, l'ha da sempre vivificato, ovvero a quelle segnalazioni di pellicole che, per quanto imperse, devono assolutamente emergere ed emergere prepotentemente: è il caso dell'esordio alla regia di Sergio Castro San Martín, Paseo (Cile, 2008, 70'), storia immaginifica di un viaggio più intimo e spirituale che geografico e territoriale. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà, e in effetti la struttura è delle più consolidate, eppure, nel corso del minutaggio, si rimane ammaliati dalla maniera in cui San Martín interpreta il cinema, convogliando la potenza audiovisiva di questo in quel velo di trasparenza che, sotto il profilo del viaggio geografico, fa emergere la profondità gorgogliante, la spinta impulsiva e istintuale che muove (a) quel viaggio e, insomma, determinando in maniera lucida e neutra ciò che di più recondito esista nell'individuo e che, esistendo, affiora, si manifesta fenomenologicamente attraverso il corpo di questo. Sia ben chiaro, San Martín non fa mai della psicologia; tutt'altro, egli è perfettamente ancorato alla realtà, e con ciò intendo dire che se ne distacca, lasciando che la mdp sia quell'occhio nel mondo che deve essere, intenta solamente alla registrazione, alla presa e, conseguentemente, alla costituzione del reale: sta qui la sua grandezza, nel fatto cioè di far scaturire malinconia, paura del domani, tenerezza e sconforto direttamente dall'animo dello spettatore, che, alla stregua dell'intelletto kantiano, costituisce una realtà-altra (emotiva, potremmo dire) rispetto alla datità delle situazioni riprese e proiettate. In questo senso, il viaggio che la madre compie con - ma più che altro fa fare al - figlio per ricongiungerlo col padre è un viaggio fondamentalmente statico, in cui l'individuo è tale solo in quanto individuo + ambiente, quell'ambiente che il ragazzino attraversa con spirito di conquista e di tralascio, metabolizzando ogni albero, ogni pianta, ogni singolo filo d'erba che va a fondersi in quell'Uno-Tutto che è l'ambiente, la relazione di ogni cosa in esso presente; non sorprenderà, allora, il dominio pressoché assoluto sull'immagine di due colori, il verde e l'azzurro, quasi a suggerire quell'emotività di pacata melanconia che connota ogni esistenza transeunte, e, simultaneamente, una telecamera ora incollata al personaggio, addirittura invasiva ed invadente rispetto la sua intimità e, dunque, minaccia effettiva dell'integrità di questa, ora ciondolante in lontananza e spersa in campi lunghi e lunghissimi che testimoniano la comunione tra individuo e ambiente, una comunione che è, di fondo, garanzia stessa dell'esistenza, perché solo a un occhio poco attento e troppo ottuso può fuggire il fatto che quell'ambiente non è che l'estrinsecazione dell'individualità, dell'emotività dell'individuo, la soglia del quale è l'ovunque. Ecco, la staticità del viaggio, che assieme la sua disperazione e il suo commovente richiamo al divenire di cui bisogna appropriarsi per non rattrappirsi, ecco cosa può il cinema: stasticizzare il movimento, renderlo in qualche maniera perpetuo, eterno - vita infinita che è sempre stata e che il cinema scopre finalmente essere al di qua dello schermo, ripresa e registrata.

4 commenti:

  1. Si torna alle origini allora, e con un film che credo possa piacermi parecchio (metabolizzando ogni albero, ogni pianta, ogni singolo filo d'erba che va a fondersi in quell'Uno-Tutto che è l'ambiente, la relazione di ogni cosa in esso presente; non sorprenderà, allora, il dominio pressoché assoluto sull'immagine di due colori, il verde e l'azzurro, quasi a suggerire quell'emotività di pacata melanconia che connota ogni esistenza transeunte..) avendo le caratteristiche proprie del cinema che prediligo (ieri sera ho visto "Hanezu" di Naomi Kawase, suggestivo, sospeso, melanconico). A ogni modo, la tua incursione in quei territori più avanguardisti, secondo me ci voleva (anche se non tutto mi era confacente, SCM per esempio) perchè grazie alle tue ricerche ho scoperto molti corti e artisti interessanti. Diciamo che potrebbe essere stata un'operazione simile alla mia riguardo ai film più surrealisti ;)

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    1. Su SCM dovremmo parlare, perché se la critica è rivolta all'amatorialità dei cortometraggi non sono d'accordo: certo, è amatoriale, ma deve esserlo perché non ha nessun intento estetico ma apologetico; di fatto, è un tipo che va in giro con una handycam a filmare la gente, e lo fa, appunto, in vece di una libertà troppo spesso trascurata, almeno almeno nel cinema. Questo "Paseo", invece, è senz'altro una sorprendente opera prima - non un capolavoro, ma credo che il tipo ne sfornerà a breve uno, date queste premesse. Della Kawase ho visto poco, forse anche Hanezu (il titolo non mi suona nuovo, ma non lo ricordo minimamente): è una brava regista, molto melanconica come dici tu, però, boh, non mi ha mai fatto gridare al capolavoro, tant'è che dei film suoi che ho visto pochi sono riusciti a lasciarmi un segno.

      P.S. Il documentario sui Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra, l'hai visto alla fine?

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    2. A dire il vero non le ho dato priorità, perchè ultimamente ho visto poco e come ti dicevo, preferisco gettarmi su una serie di titoli in archivio da tempo. Comunque tranquillo, che i tuoi post li salvo immancabilmente nei segnalibri, quindi il film è praticamente catalogato :)

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    3. Be', i Silver Mt. Zion hanno tipo sfornato quello che è il miglior disco dell'anno, 'sto anno, quindi magari datti un ascolto a "Fuck off get free we pour light on everything", così la voglia di vedere quel documentario cresce :)

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