Numb

«È un'ecceità, che non deriva più da una individuazione, ma da una singolarizzazione: 
vita di pura immanenza, neutra, al di là del bene e del male, 
poiché solo il soggetto che la incarnava in mezzo alle cose la rendeva buona o cattiva. 
La vita di questa individualità scompare 
a vantaggio della vita singolare immanente a un uomo che non ha più nome, 
sebbene non si confonda con nessun altro. 
Essenza singolare, una vita...»
(Gilles Deleuze, L'immanenza - Una vita)

Non ci sono parole* per descrivere la nuova pellicola di Anders Weberg, Numb (Svezia, 2014, 1'), e non ci sono parole perché alla fine della visione non rimane niente, quasi che l'opera prosciugasse quanto c'è di umano o anche solo di esistente all'infuori di essa e in un certo senso se ne appropriasse. Visione metafisica, dunque, al di là di tutto, ma questo tutto non è che il vuoto che rimane al suo esterno e Numb, quindi, non è che quell'elegia silente che in breve diventa il suono o il silenzio dell'intero universo, dal quale siamo esclusi, perché d'inclusa, in Numb, non c'è che l'assenza, una voragine che è al contempo Vuoto e Tutto, ma d'altra parte è proprio grazie a questa esclusione che si materializza un limite invarcabile, che se da un lato ci esclude dall'altro marca una linea di prossimità dalla quale possiamo affacciarci per assistere a quest'autentica visione sospesa e, conseguentemente, sentire ed esperire di essere eterni** - eternamente esclusi, vivi, sì, ma di vita inautentica. Ora, per quanto scritto fino a qui, non si pensi che l'opera di Weberg sia una celebrazione della morte o un facile sofisma che risolva l'esistenza in un non-essere o in un non-appartenere più al mondo; al contrario, Numb si rivela come quello che è con ogni probabilità il film più toccante che mi sia mai capitato di vedere proprio perché denso di un lirismo che ne fa un che di vibrante, e tragico o no ciò che vibra esiste, vive - nella gioia o nel dolore; del resto, per quanto la vita - l'al di qua - lasci afasici ponendoci di fronte a determinate circostanze (la morte di un figlio), riempie di gioia riuscire ad affacciarsi al bordo e trovare nell'arte un'immagine, un gesto o una parola che faccia in qualche modo circolare il senso, che per quanto inesperibile perché situato nell'al di là da cui siamo esclusi è comunque presente, il che forse è l'unico afflato di speranza che ci è dato. In attesa di quello che sarà senz'altro il film definitivo***, Ambiancé (Svezia, 2020, 43200'), quindi la fine del cinema in quanto tale, è meraviglioso accorgersi di come il cinema riesca ancora a virtualizzare l'esistenza, rendendola autentica - una vita, appunto. Ritorna allora alla mente il capolavoro di Robert Todd, Cove (USA, 2012, 7'), come pure le parole di Deleuze, che forse proprio nel cinema (in questo cinema) trovano la loro più concreta e significativa formulazione: «Non bisognerebbe limitare una vita al semplice momento in cui la vita individuale affronta l'universale morte. "Una" vita è ovunque in tutti i momenti attraversati da questo o quel soggetto vivente e misurati da tali oggetti vissuti: la vita immanente porta in sé gli eventi o le singolarità, e questi non fanno che attualizzarsi nei soggetti e negli oggetti. Questa vita indefinita non ha momenti, per quanto vicini siano gli uni agli altri, ma soltanto frat-tempi, fra-momenti. Non sopraggiunge né succede, ma presenta l'immensità del tempo vuoto dove si vede l'evento ancora a venire e già arrivato, nell'assoluto di una coscienza immediata»****.


* E del resto è giusto che sia così, perché è cinema.
** Baruch Spinoza, Ethica (Vp23s).
*** Uso il termine definitivo come definitiva definizione. Del resto è palese che il cinema non possa reggere una pellicola come Ambiancé, quindi a mio preavviso, vista la matericità delle immagini nel teaser e la durata complessiva dell’opera, più che una visione sarà un’esperienza di vita (proiettato in una sola occasione, dovremmo adattarci noi al cinema e non come spesso accade adattare il cinema alla nostra vita, ai nostri impegni), la cui logica conseguenza non può che essere la distruzione della pellicola stessa, il suo funerale, in seguito al quale non sussisterà niente, così come alla morte del corpo non sopravvive un'anima: non assistendo ma esperendo Ambiancé e non adattandolo a noi ma adattandoci a lui, ecco, noi davvero diventeremo cinema (definizione) - e poi più niente (definitivo).
**** Gilles Deleuze, L'immanenza - Una vita.

8 commenti:

  1. Pensa da un minuto di frame che analisi sostanziosa sei riuscito a trarne, dura più la recensione del film! Sono veramente curioso, perchè mi è già capitato di vedere proiezioni di durata così minima, ma nessuna ha mai lasciato segni eclatanti. I fotogrammi mi ricordano una fusione tra "Oigo tu Grito" e il recente "Then" visto su vimeo...

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    1. Anche questo lo trovi su Vimeo. Sono abbastanza certo ne rimarrai colpito, anzi forse ci rimarrai proprio. Attendo conferme. Come ti ho scritto per mail, per me è il primo capolavoro del 2014, nonché con ogni probabilità uno dei film più belli mai visti, direttamente sul podio con "Ten skies" e "Cove".

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    2. Ah, perfetto, stavo giusto per riscriverti per sapere se era disponibile su vimeo, grazie!

      P.S. Da ieri sera non hai che pensieri nefasti sul destino degli amici, come mai? XD

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    3. E con questo commento il post rientra di diritto negli annali.

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  2. "Ho inventato la poesia distrutta, data in pasto sacrificale alla Dispersione, all’Annichilimento: sono il solo che ha buttato via il meglio che ha fatto".

    (Emilio Villa)

    Sapevo che l'avrei (ri)trovato (anche )qui. Magnifica analisi, tra l'altro.

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  3. Ciao, secondo te cosa spinge un regista a fare un'opera di 1'? pensa che Absent dura addirittura 36''! Ma su Ambiancé si hanno novità? Hai visto altro di Weberg?
    Ciao

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    1. Ho visto quello che c'è sul suo Vimeo.

      Che significa "cosa spinge un regista a fare un'opera di un minuto"? Il regista è solamente un medium...

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