Manufactured landscapes



Documentario atipico, Manufactured landscapes (Canada, 2006, 80'), tanto più se si considera il paese di produzione, così lontano da quella che, a prima vista, potrebbe benissimo essere considerata la terra da cui è nato un simile esemplare, cioè la Cina, il che potrebbe ricondurlo, almeno per certi versi, a Last train home (Canada/Cina/Inghilterra, 2009, 87'). Quisquilie, specie se si considera il marchio di distribuzione che vanta il lungometraggio di Jennifer Baichwal, la Zeitgeist Films, che nel tempo ha sfornato diamanti del calibro di Into Great Silence (Svizzera, 2005, 169'), The pervert's guide to ideology (Inghilterra, 2012, 134'), ideale seguito di The pervert's guide to cinema (Austria, 2006, 150') e lo stesso Last train home. E quisquilie ancora, soprattutto se si dà un'occhiata all'opera di Ed Burtynsky, il cui itinerario fotografico è tracciato dalla Baichwal in maniera così lucida e disincantata da far emergere chiaramente l'intento che soggiace alla sua intera opera e la potenza espressiva che ne consegue: sono i paesaggi fabbricati del titolo, nella doppia accezione di paesaggi costruiti, artefatti e di paesaggi fatti, composti di fabbricati; la dimensione industriale di cui permea Manufactured landscapes è infatti la stessa che Burtynsky cattura nelle proprie fotografie, al punto che buona parte del documentario è composto dalle stesse o da piano-sequenza che le ricalcano, il che ha come un effetto straniante, inquietante e destabilizzante sullo spettatore, perché si ha come l'impressione che quella desolazione, quell'abbandono e quella miseria prendano vita, si vivifichino e diventino reali, troppo reali. Siamo lontani, e pure così così vicini, alle atmosfere di Tie Xi Qu: West of the Tracks (Cina, 2003, 556') e Crude oil (Olanda, 2008, 840'), forse pure a quelle di Yumen (USA, 2013, 65'), di certo prossimi all'alienazione di Cobra mist (Inghilterra, 2006, 7') e Petrolia (Inghilterra, 2005, 7'), perché al di là dell'estetizzazione dirompente ciò che ammalia nelle fotografie di Burtynsky è la ricerca e, quindi, la scoperta di un'industrialità opulenta e al contempo asettica, che si fa paesaggio e diviene subito territorio, ambiente, naturalità, dunque c'è senz'altro un pronostico d'inquietudine, nell'opera del canadese, quasi una condanna in anticipo che la Baichwal veicola nella pellicola come anticipo della condanna, la quale è immediatamente fatale e fattuale, ineluttabile, assieme destino e destinazione. Una fine, allora? Può darsi, senz'altro l'origine di qualcosa.

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