Disintegration loop 1.1

Con troppa facilità ci si chiede cosa sia il cinema e, così facendo, il rischio di perimetrare un territorio dentro al quale possano non trovare spazio determinate realtà cinematografiche è tangibile e gravoso. La circolarità che questa domanda implica, lo spazio che chiude anziché aprire ed estendere, il suo presentarsi in maniera più esclusiva che inclusiva, risulta infine inefficace, qualora emergano realtà che sono altre rispetto a quelle perimetrate e che con quest'altreità s'insinuano appena fuori dal cerchio, quasi come un affronto alla loro stessa esistenza e con una carica destabilizzante e tellurica rispetto allo spazio piano e soffocato della circonferenza. È il caso - lo si sarà intuito - di Disintegration loop 1.1 (USA, 2001, 62'), quel ieratico piano-sequenza a macchina fissa (difficile non scorgere influenze benninghiane) tramite il quale il musicista William Basinski, se da una parte tenta di trovare un supporto sensibile alle proprie sinfonie, a immaginarle, cioè a rendere immagini, dall'altra estende la propria filosofia artistica. Una filosofia fatta di loop e inganni, di accenni, sospiri e silenzi. I Disintegration loop, in questo senso, non portano sulla scena solamente un ambient minimale e minimalista ma pure un esterrefatto senso d'angoscia di fronte agli eventi dell'11 settembre. Un unico sgomento, perché il lamento è unico, diviso in due parti, la prima di sessantadue minuti e la seconda di dieci: differenze impercettibili da istante a istante, per il resto nient'altro che questo lamento che si protrae, quell'angoscia che non cessa. È il tempo, che scorre indifferente nella differenza, ed è come un'eco, inestinguibile. Non sembrerà un caso, dunque, che Basinski abbia trovato nel cinema l'affluente più proprio della propria arte, la musica, perché solo a riuscire ad esprimere il flusso, perenne e perentorio, del tempo. Cosa può il cinema? Questa dev'essere la domanda fondamentale. La distinzione tra video-arte e film non sussiste, perché sono il tempo e la luce - la luce del tempo, ma non sempre il tempo della luce - a farla da padrone, in ambedue i casi. Basinski, questo, l'ha colto appieno, sì da veicolare un'elegia ultraterrena attraverso quell'arte che sola riesce a far permanere l'istante nel suo farsi istante, a fissare insomma ciò che mutevole non scorre ma rimane impigliato in quel frammento di eternità che è esso stesso eterno.

2 commenti:

  1. Non conosco questo Basinski, ma non appena letto, il titolo sembrava provenire proprio da certi dischi di natura techno-ambient di metà anni '90... Interessante poi, aver scoperto dalla lettura del post, che effettivamente la musica c'è. In compenso, ultimamente, nelle tue segnalazioni è la figura umana a estinguersi del tutto ;)
    Comunque, nella concezione che ci sta dietro, mi sembra che ci si possa avvicinare in qualche modo a "Wavelenght" di Snow, o sbaglio?

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    1. Be', per certi versi la genealogia è quella, però conta che Snow è davvero più sperimentale e trascendente rispetto a quest'opera di Basinski. Cioè, due livelli completamente diversi. (Hai visto il voto di Slow a "Wavelenght", a proposito?) Comunque vista la tua sensibilità musicale e il tuo amore per il minimalismo, più che al film in sé, ti consiglierei di dare un'occhiata ai dischi di Basinski. Credo possano piacerti. Lì sì che è seminale da far paura :)

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