The train stop (Polustanok)

La perdita e l'assuefazione a questa perdita come tentativo di incarnazione della perdita per non dover infine soccombere alla perdita. In un certo senso è l'unico modo di sopravvivere, questo. Si guardino i derelitti ripresi da Loznitsa in The train stop (Russia, 2000, 25'): essi sono davvero dei de-relitti, cioè degli abbandonati per sempre («derelitto», dal latino «de-relinquere»: lasciare indietro, abbandonare), ma ciò perché hanno incarnato la perdita, l'abbandono. Perdita di cosa? ricchezza? umanità? vita? Non ha importanza, perché ora loro sono quell'abbandono. È una strategia di vita, e forse c'è della poesia in tutta questa miseria: ti abbandoni a ciò che perdi o ti abbandoni all'abbandono, non colmando quella perdita se non col proprio corpo, esistendo così in essa e come essa piuttosto che nonostante essa. Si può essere tristi per ciò che si è? Credo di sì, anzi forse è l'unica forma di tristezza autentica... ma è vita, e cioè un vivere e soprattutto un viversi, dunque un affronto all'oblio: «La mia ferita esisteva prima di me, io sono nato per incarnarla» scriveva Joe Bousquet, e di fatto si risolve tutto qui - non c'è altro, tranne il sonno dei derelitti, un fugace abbandono dell'abbandono (dev'essere questo il senso di The train stop, e forse l'intera opera di Loznitsa non è che una meditazione sull'abbandonarsi), una tregua.

6 commenti:

  1. "il sonno dei derelitti". Terribilmente oscuro! Di Loznitsa ho visto qualcos'altro, il fatto è che non ricordo cosa, ma sono quasi certo che era un corto anche quello. Autore da approfondire, sicuramente!

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    1. Oscuro, sì, ma pieno di vita - e non di vita stagnante, ritratta, rinnegata. Vita che si afferma, che vive, vibra: meraviglioso!

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  2. del regista ho visto questo
    http://markx7.blogspot.it/2012/06/schastye-moe-my-joy-sergei-loznitsa.html

    e ho da qualche parte questo: http://www.imdb.com/title/tt2325741/?ref_=nm_flmg_dr_5

    mi sa che lo cerco, "The train stop" mi manca.

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    1. Sono due film spettacolari, intimamente legati da questa poetica dell'abbandonarsi che Loznitsa, secondo me, dichiara più apertamente che in qualunque altra opera in questo "The train stop". A dire il vero, per ora è miglior Loznitsa che mi sia capitato di vedere, questo.

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  3. Grazie a Markx, ora è tutto chiaro... non era un corto: "My Joy"!

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    1. Questo è abbastanza diverso da "My joy", soprattutto per l'approccio, etereo ed onirico, quindi indissolubilmente intrecciato alla vita. Son certo non ti deluderà.

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