Maps to the stars


Tagliamo la testa al toro: l'ultimo film di Cronenberg, Maps to the stars (Canada, 2014, 111'), è un film brutto, cadaverico, inutile per certi versi e innocuo per altri, in cui il possibile non emerge, soffoca, si necessita ed è necessità: è un film che non ha niente da dire, Maps to the stars, ma che, ciononostante, vuole dire, e quel che finisce per dire è così pacchiano da risultare irritante. Non per tutti, certo. Anzi, sono abbastanza convinto che chi non abbia dimestichezza con la teoria junghiana degli archetipi possa pure trovarlo interessante, Maps to the stars, ma appunto perché non lo capisce, non coglie il fraintendimento che ne sta alla base e che, di fatto, lo genera e muove: Hollywood non c'entra niente - non siamo miopi; la mappatura stellare del titolo, risolta con il frustrantemente didascalico finale, non ha niente a che fare con la mappa delle case delle star hollywoodiane e si riferisce, invece, a una serie di cose come per esempio la libido, i simboli, gli archetipi (appunto), l'inconscio collettivo eccetera. In questo senso l'agire di Agatha non è dettato che dall'infanzia famigliare sedimentatasi nel suo inconscio, quindi da quell'incesto che tenta disperatamente di replicare: morire è il suo slancio vitale, per usare un termine di Bergson, o la sua libido, per usarne uno di Jung, e già da qui s'intende bene come Cronenberg tenti di offrire allo spettatore una visione disperata e disperante della vita, il che è inaccettabile perché ingiustificato, se non addirittura erroneo; Jung, infatti, sostiene che la nevrosi, di cui - nel film - è vittima Agatha, si manifesta solo nel momento in cui l'evoluzione della libido è arrestata da avvenimenti non passati (come in Freud) ma presenti, ed è proprio per questo suo essere presente che l'avvenimento, l'arresto dell'evoluzione della libido, garantisce quella regressione libidica che è causa della nevrosi. Al contrario, Cronenberg pone l'arresto nel passato e la nevrosi nel presente, quindi intende la vita di Agatha come un continuo ritorno al passato, una non-crescita, un'involuzione statica. Stando così le cose, la nevrosi non sussisterebbe, perché il passato cui Agatha ritorna è già nel momento in cui avviene l'arresto, mentre Agatha evolve per involvere: vive per morire, Agatha, ecco lo scandalo. Cronenberg svuota la libido della sua essenza, del suo essere slancio vitale e non l'arresta ma la trasforma in una pulsione di morte. È una visione della vita che non porta a nulla, si capisce bene. Non c'è positività, e per certi versi nemmeno pessimismo - non c'è vita, in effetti. Cronenberg riduce la vita alla morte, ecco il suo scempio! Riconducendo l'inconscio collettivo* a un'incestuosa predeterminazione familiare alienata nel simbolo junghiano della fede nuziale, Cronenberg arresta la vita, la potenza di una vita - cosa può fare un corpo, per citare Spinoza - e, con essa, la potenza del cinema, ridotto, attraverso didascalie che uccidono l'immagine cinematografica rendendola altro da sé, quindi altro dal cinema (si pensi alle numerose e fastose sequenze musicali inserite per enfatizzare il momento e anticiparne la risoluzione), a un involucro informe, in-formato da un'unica istanza, cioè quella egoistica di Cronenberg di voler divulgare un proprio pensiero; in questo senso Maps to the stars non è cinema, è proselitismo, ed è per ciò ignobile, meschino, irridente nei confronti di quanti si trovano in sala per assistere a un'esperienza cinematografica come può essere, per esempio, quella di Ten skies (Germania, 2004, 102'). Purtroppo, però, mi rendo conto che forse è proprio questo che il pubblico vuole, e prova ne sarà il fatto che questa recensione avrà più visite di quelle in cui parlo di James Benning, perché alla gente non gliene frega niente di esperire il cinema - vuole guardarlo e non vuole alienarsi nell'immagine di Crude oil (Olanda, 2008, 840'), vuole qualcosa di statico come la morte e non la vita che vibra in capolavori come Cove (USA, 2012, 6'), vuole le Lisa Costa e le Arwen Lynch e non gli Yorick e i ViS, il che è frustrante, certo, ma è anche il motivo per cui mi sorge il dubbio che, forse, Cronenberg ha davvero sfornato il capolavoro, perché è riuscito a dare alla gente ciò che vuole, ad accontentarla con quest'inautenticità che è la vera e propria metastasi del cinema, il suo depotenziamento, la destituzione del suo carattere eversivo - dubbio, questo, al quale segue immediatamente la mia sensazione di essere totalmente inattuale. 

* Che Jung stesso, ne La struttura della psiche, definisce come un «patrimonio ereditario di possibilità» - possibilità che Cronenberg non solo non fa emergere ma trasforma addirittura in necessità.

9 commenti:

  1. Cronenberg è un regista che adoro e spero di vedere questo film al più presto per poter dire la mia.
    Comunque scusa, che ha di male la povera Lisa Costa?

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    1. A me Cronenberg non ha mai entusiasmato, invece. Trovo non abbia molto da dire, ma probabilmente - e a differenza tua - io non l'ho mai approfondito, e il solo film che mi sia rimasto davvero impresso è "A history of violence". Aspetto di leggere le tue impressioni a proposito di quest'ulivo, allora, ché magari mi illumini e mi fai rivalutare Cronenberg. Comunque, il riferimento alla Costa era puramente epesegetico, e almeno per 'sta volta non volevo in alcun modo offenderla. Secondo me lei e Arwen tipizzano abbastanza bene i due generi di blogger che ormai affollano la rete: la Arwen, per esempio, è una fascista che esprime il suo giudizio come nell'Unione Sovietica - quello e solo quello è la verità, perché il resto non lo si conosce (è palese), e se qualcuno osa dire qualcosa di contrario, ecco che si ritrova nel gulag (i commenti vengono eliminati, si apre una campagna contro di lui in cui si cerca conforto nei fedelissimi etc.). La Costa, boh, mi pare un caso abbastanza diverso, quello cioè di una persona che, dopo essere stata alla Biennale, è riuscita a raccogliere una gran quantità di consensi e, sull'onda della popolarità, ha rinunciato a qualsiasi brandello di personalità per rifondare il blog nell'ottica, appunto, di allargare il più possibile il proprio pubblico. Quando leggo la Costa non trovo la Costa, e post come quello degli incassi, delle nuove uscite etc. acuiscono questa sensazione, perché più tipici di un sito o di un motore di ricerca senz'anima che di una persona. Pure le recensioni hanno davvero poco di suo, ed escludendo che non abbia un'idea sul cinema mi vien da pensare che quest'idea non debba trasparire affinché più gente possibile si ritrovi in ciò che scrive, tant'è che la maggior parte dei commenti che lascia e che gli altri lasciano nel suo blog non apportano niente alla discussione ma vengono postati per una sorta di contraccambio di visite che mi ricorda più la pubblicità o i favori mafiosi piuttosto che un interesse nei confronti di una persona. Ecco, la Costa credo abbia fatto a meno della sua umanità per essere chiunque. È una storia tristissima, la sua...

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    2. Ti dirò, io la seguo e il suo blog mi diverte. Nulla di trascendentale, ma non mi pare che lei si atteggi a grande esperta.
      Tornando al film, dai, spero di vederlo presto, ma la distribuzione dalle mie parti è tiranna.

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  2. Per quanto mi riguarda, nel corso degli ultimi anni l'interesse per Cronenberg è andato progressivamente calando e sinceramente, mi dispiace, perchè comunque stiamo parlando di un regista che in passato rientrava tra i miei prediletti. Tu lo sai, amavo (e continuerò a farlo, nonostante tutto) il cronenberg più viscerale, fino a "Crash", che oltre a considerare, forse, il suo film migliore dopo "Videodrome" rappresenta il punto di svolta più significativo del suo percorso. Ora però, diciamo che con questi suoi insistiti contorsionismi psicologici (ha decisamente peggiorato da "A Dangerous Method") il nostro ha, permettimi il termine, rotto i coglioni. Probabilmente hai ragione: "Maps to the Stars" potrebbe essere il suo vero capolavoro, le oltre 250 sale in Italia parlano, ma personalmente, dopo quel pippone di "Cosmopolis", ormai ho perso la voglia di scoprirlo...

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    1. P.S. Comunque, Cronenberg ha sempre visto il sesso come "macchina di morte", fin dagli albori (Stereo - Il Demone sotto la pelle). Solamente, una volta esprimeva questo suo concetto in maniera decisamente più interessante, e originale.

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    2. Sì, ricordavo questa tua stima nei confronti del primo Cronenberg e, come giustamente osservi tu, il punto di rottura è senz'altro "A dangerous method", un film di psicanalisi spicciola, davvero frustrante. Qui, se possibile, il discorso si complica, e forse Cronenberg cerca di risolvere quanto aveva mostrato in "A dangerous method". Ci riesce? Secondo me, no. E questo, come dicevo, perché è un film di morte ma che non è decadente. Esistono film cadaverici che sono bellissimi e, ancora di più, film in cui il nulla sopraggiunge - e non è più solo la morte, ma l'inesistenza totale, quella a cui io e te, ormai, siamo abituati. Penso a "Il cavallo di Torino", ma per certi versi anche a tutta la poesia di Baudelaire, alla vita di Artaud, alla "Pietà" di Tiziano. In questi esempio la morte c'è, sussiste e insiste, non avviene semplicemente; eppure questa gente riesce a darle un ritmo, una melodia... c'è una décadence, ed esperirla significa comunque trovare quelle vibrazioni nella morte che non solo la vivificano ma sono esse stesse vita. Ecco, in questo senso "A maps to the stars" è cadaverico: perché parte morto, resta morto e finisce morto. Che senso ha? E non è solamente il sesso ad essere una macchina di morte, è la vita stessa. Questo per me è inaccettabile, non mi interessa, non credo ci sia poesia in tutto questo, manca di vibrazioni, direi anche di cinema, visto che il cinema presenta una temporalità fluida, viva.

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    3. Cronenberg non ha alcuna intenzione di rappresentare la psicanalisi (neppure l'aveva girando "Spider" o "A Dangerous Method"). Parla del nulla questo film: un nulla nauseabondo come i peti di Havana e la merda delle giovani stelle. Ed attorno a questo nulla si attorciglia, finché non resta che il vuoto. È un'opera notevolissima, anche se io sono di parte, avendo una predilezione per il canadese fin dai primi anni '80.

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  3. Già partivo con l'entusiasmo sotto le scarpe. Le tue parole non mi sono state di alcun conforto, ma ovviamente tu non hai colpa. Anche se credo che difficilmente potrà essere peggio di Cosmopolis.
    (se questo post raggiungerà un numero record di visualizzazioni sarà dovuto al fatto che, stranamente, parli di un titolo che è decisamente mainstream rispetto ai tuoi standard)

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    1. Sì, e me ne dispiace, perché se uno legge solamente dei film che ha visto allora ha davvero poco rispetto per la sua persona. L'ho già detto, non mi piacciono le recensioni, le trovo arroganti, perché si basano sul presupposto che a qualcuno freghi qualcosa di quello che penso: quello che scrivo, invece, nasce da un desiderio di condivisione e nient'altro. Non guardo solamente film impersi, ma tendo a scrivere solo di quelli perché vorrei che questo spazio fosse fruibile da chiunque e desse qualcosa a chiunque, cioè aiutasse x, y o z a scoprire un film che magari non ha avuto distribuzione ma che potrebbe adorare. In questo senso preferisco segnalare film piuttosto che recensirli (anche se ultimamente la tipologia della recensione mi dà la possibilità di esprimere un mio pensiero, che è però sul cinema e non sul singolo film), per rispetto nei confronti del cinema, di fronte al quale i blogger, me in primis, sono il nulla.

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