Fogo

Un'ora, ovvero l'essenza. L'essenza di cosa? Dell'assenza, naturalmente. Yulene Olaizola, appena un anno dopo il bellissimo e struggente Paraísos artificiales (Messico, 2011, 83'), torna a lavorare di sottrazione alla ricerca, pare, dell'immagine pura. Il risultato è Fogo (Messico, 2012, 61'), ovvero l'essenza dell'assenza e l'assenza dell'essenza, perché non c'è nulla in Fogo ma quel nulla c'è, esiste ed è presente come nell'ultimo fotogramma de Il cavallo di Torino (Ungheria, 2011, 149'), colla sola e unica differenza che se nel capolavoro di Béla Tarr il nulla era un punto d'arrivo, un termine che ancora pochi (penso al Ming-liang di Journey to the west (Taiwan, 2014, 56'), per esempio) percepiscono come nuova frontiera da cui ripartire, nella pellicola della Olaizola il nulla è il senso, quindi evento, vapore che emerge come possibile e possibile diventa, è; il minimalismo di fondo di Fogo infatti, così come la vena contemplativa che lo struttura, è forma, ma, come canta Battiato, «la forma è sostanza», sicché la sottrazione formale si trasforma immediatamente in una sottrazione sostanziale, e Fogo è questa sottrazione: non c'è azione, in Fogo, poiché l'azione di Fogo è la sottrazione di se stessa, dell'azione, un tentativo cioè di autoeliminazione che per certi versi è l'evanescenza. Ecco, Fogo è un film evanescente, è Dy/Dx in cui Dy = 0 e Dx = 0, cioè una pellicola da guardare nell'ottica di un calcolo infinitesimale che la mantenga presente ed esistente nonostante il rapporto tra i due termini tenda all'annullamento degli stessi, e in ciò ricorda per certi versi il primo Bartas, quello di Koridorius (Lituania, 1984, 95'), da cui pure si discosta per quest'alterazione spazio-temporale che modula il film come una vibrazione senza però alterarlo, perché Fogo è la stasi, una stasi vibrante però, rappresentata tramisticamente seguendo le vicissitudini di un gruppo di anziani abitanti dell'isola omonima, costretti a fare i conti con un'inospitalità climatica e ambientale che li costringe a prendere atto della necessità di muoversi e scomparire dall'isola, e fondamentalmente l'intero minutaggio della pellicola non è che questo tentativo di muoversi e di agire mentre tutto intorno cessa di esistere. La fine del mondo diventa così la fine di quel mondo, e Fogo è, come Two years at sea (Inghilterra, 2011, 88'), un film alla fine del mondo, intriso della volontà di Yulene Olaizola di portare il nulla in scena, il fuoricampo nell'inquadratura. Ci riesce? Sì, ma solo nel momento in cui ciò non accade e il capolavoro della Olaizola diventa il nulla, il fuoricampo, una sorta di resistenza della desistenza.

2 commenti:

  1. Ho goduto come un porco dal primo all'ultimo fotogramma. Questa evanescenza che trasuda dalla contemplazione del nulla, è esattamente ciò che amo nel cinema (e non solo)...è pazzesco come ti fa vibrare qualcosa che non comprendi e che oltre l'apparente mancanza o svuotamento di senso, ha una potenza viscerale inesprimibile in qualunque forma verbale.
    Ora ti mando una cosa sulla mail che per qualche motivo ho associato a questo Fogo, anche se non raggiunge certo la sua foghezza...!
    Ovviamente grazie per il post ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Anche a me ha entusiasmato come pochi. Ma com'è possibile girare qualcosa del genere in neanche un'ora di pellicola? Cristodiddio, mi ha tolto il fiato e la vita: pazzesco, hai ragione.

      Il film, l'ho visto su WT, però sono costretto a scaricarlo domani per via che sono a Torino e devo utilizzare il wi-fi dell'università, altrimenti mi brucio la chiavetta. Grazie in anticipo, ti invio anch'io qualcosina...

      Elimina