Faccia d'angelo


Esistono tesori e tesori. C'è il tesoro pirata, custodito dagli abissi e noto soltanto a qualche marinaio che tutti ritengono pazzo, e c'è il tesoro esposto al Louvre o in qualche altro museo, noto a chiunque, persino a chi non sa distinguere l'oro dall'argento, ma esiste anche un altro tipo di tesoro, più particolare e interessante, ed è quello che, pur essendo sotto gli occhi di tutti, non è considerato per la sua inestimabilità. A voler ricondurre al cinema queste tre tipologie di tesori si potrebbe collocare Imburnal (Filippine, 2008, 212') nel primo tipo, Offret (Svezia, 1986, 145') nel secondo e, infine, Faccia d'angelo (Italia, 2012, 190') nel terzo; la portata eversiva della pellicola di Porporati, infatti, oggi si ritrova raramente, specie in Italia, dove il cinema, escludendo tesori pirati come, per esempio, Il castello (Italia, 2011, 90'), sonnecchia e si adagia in produzione di poco pregio, noiose secondo il sottoscritto. Al contrario, Faccia d'angelo emerge, nel pallore degli oggetti che si scorgono da distante, alla stregua di un oggetto nuovo, teso a ribaltare le carte in tavola, e ci si può confondere, certo, magari giudicando quel pallore come un che d'intrinseco e non, invece, per quello che è: una luce fortissima e lucente che appare pallida ai miopi o a chi gli è lontano. La televisione italiana, del resto, ci ha abituati a questo genere di lungometraggi ideati per la televisione (Romanzo criminale), cose di dubbio valore ma cazzutissime, che vien voglia di seguire nonostante abbiano tutta l'aria di non essere altro che prodotti hollywoodiani di provincia, e pure il cinema non ha saputo fare di meglio, anzi con Gomorra (Italia, 2008, 137'), patinandosi di quella pseudo-intellettualità che va tanto di moda in un paese in cui è Fazio a dettare cultura, è riuscito pure a peggiorare le cose. Ecco, in questo senso Faccia d'angelo non ribalta soltanto le carte in tavola ma anche, e soprattutto, ribalta il tavolo su cui queste carte si trovano appoggiate, strizzando l'occhio ora all'americanità che gli statunitensi hanno imparato da noialtri (si pensi a C'era una volta in America (Italia, 1984, 220'), ad esempio) ora al cinema italiano sopramenzionato e, così facendo, svincolandosi da quanti criteri possano idealmente strutturare un film sulla malavita, perché di fatto Faccia d'angelo non è un film sulla malavita ma sulla sua genesi, ed è questo che conta, poiché è questo che lo svincola e lo rende un film anarchico e nicciano. Purtroppo, in Italia facciamo ancora fatica ad ammetterlo, e prova ne sono le polemiche che seguirono certe dichiarazioni di de André, però è così: la mafia esiste, sussiste ed insiste laddove non c'è Stato, ovvero nei luoghi in cui lo Stato necessita di una protesi, di un'appendice che gente come dell'Utri, Berlusconi, La Malfa, Bossi, Cuffaro, Ferrara, Craxi, Maroni e via dicendo ritrova nelle figure dei vari Riina. Su questo Porporati è chiaro, e sin dai primi istanti mostra come, nelle zone di Campolongo Maggiore, allora paese rurale e arretrato, si ritrovassero a convivere ricchi e poveri, col risultato che questi ultimi diedero avvio a una serie di furti (salami, animali e poi denaro) non perché invidiosi o necessitati dalle circostanze ma a frutto proprio di questa convivenza, di un'urbanistica che il potere ha meditato un po' ovunque (si pensi a Torino) e che, a breve, potrebbe portare a una vera e propria guerra urbana. In questo senso, Faccia d'angelo è un film anarchico, perché muove innanzitutto contro il potere, e anche un film eversivo, perché non si pone nell'aut-aut ma nell'e-e, nel congiuntivo che unisce ciò che nella realtà si ritrova intimamente connesso e che al cinema, per meglio formalizzare il target di spettatori a cui il film è rivolto, viene spaccato in due: o Romanzo criminale o Il divo (Italia, 2008, 110'). Proseguendo su questa linea, Faccia d'angelo non tende a mostrare l'ascesa e il declino di uno Scarface ma, al contrario, indaga il declino e la perdita di potere della polizia e dei centri di controllo del potere per opera di Felice Maniero e della sua banda, che si espandono e saturano il loro territorio, e lo fa servendosi della caratterialità e del carisma di Maniero, quindi della sua causticità, del suo sarcasmo, del suo continuo corrodere, verbalmente e operativamente, il potere, colla logica conseguenza, nella seconda parte, di destrutturare a sua volta il personaggio di Maniero, ormai diventato egli stesso un luogo di potere. È strano, però, come la metamorfosi si attui, tant'è che si potrebbe ritrovare nella relazione d'amore di Maniero e nel suo tragico epilogo il centro nevralgico e vero e proprio punto di stravolgimento totale o, meglio, di accelerazione di questo processo; strano, sì, ma mica tanto, perché una volta che Maniero perde l'amore, il quale - come dice la più grande mente musicale di tutti i tempi, John Fogerty - è la cosa più bella del mondo, allora Maniero si smaterializza e diventa puro e semplice centro di potere, da decostruire e braccare sino al suo svanimento... e svanirà, infatti, Maniero, si farà altro da sé, non più se stesso, qualcuno dice a Milano, qualcun'altro dice altrove - non ha importanza. Quello che conta, invece, è aver ben chiaro il movimento di Porporati, la logica con cui fa proseguire la pellicola e attraverso la quale rende questa pellicola il film italiano più bello degli ultimi trent'anni.

10 commenti:

  1. Grandissimo post. Su Maniero ho intravisto un documentArio recentemente passato su Sky..non mancherò di prendere visione dell'opera di Porporati.

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    1. Grazie, sei gentile :)

      Il documentario che potresti aver visto credo sia quello fatto in parallelo appunto a "Faccia d'angelo" e mandato in onda insieme a quest'ultimo la prima volta che lo diedero. Se è quello, è fatto davvero bene, cioè con intelligenza.

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  2. Di sicuro è interessantissima una ricostruzione sotto quest'ottica. E devo dire che all'inizio sono rimasto un attimo spiazzato nel scorgere nell'EdP un tale prodotto ma poi, è risultata immediatamente chiara la tua necessità di scriverne, visto l'attaccamento territoriale. A fiuto, così, leggendo mi immagino uno stile alla "Roberto Succo" (l'hai visto quel film?) che non mi era neanche dispiaciuto. Solitamente però, faccio molta fatica ad accostarmi a questo genere di produzioni realizzate per la tv.

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    1. "Così te me rompi el cambio, poi te me lo paga ti coi schei che te ciapi"... Bellissima XD

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    2. Grandiosa quella! La mia preferita è questa: https://www.youtube.com/watch?v=22eH49Anqos :D

      Comunque, sì, l'attaccamento territoriale non conta poco, ma in questo caso è un blockbuster ben fatto, intelligente sotto molti punti di vista e nonostante diverse macchie (lo svelamento della barca parallelato allo svelamento degli appunti d'indagine, un po' telefonato). Certo, toccata e fuga, del resto il nostro cinema è un altro, però te lo consiglio caldamente, credo ti piacerà. Inoltre ci sono scene che ormai sono davvero storiche.

      "Roberto Succo", lo vidi quando uscì e non mi lasciò molto...

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  3. "Non essere cattivo" di Claudio Caligari lo hai visto?nel caso,che ne pensi ?

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    1. Non ti é piaciuto minimamente o come si svolgovono alcuni momenti ?Francamente è uno dei pochi film italiani recenti che mi ha,prima,rapito nel guardarlo e ,una volta finito,smosso come esperienza di visione.Caligari come regista ti piace ?"Amore Tossico" sulla genesi eroina lo trovo inarrivabile.Ripetuti complimenti per gli articoli.

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    2. Come vedi dagli articoli, generalmente guardo altro. Quel cinema di cui tu parli m'interessa poco e al più mi disgusta

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  4. Te lo chiedevo proprio perché Caligari è sempre stato un pesce fuor d'acqua,per la sua idea di cinema ha finito per pagarne le conseguenze,rimasto nell'anonimato e nonostante questo,solo tre film,si è inscritto nella cultura degli amanti del cinema vero.Comunque non importa,grazie.

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