Dogora (Dogora: Ouvrons les yeux)


Epstein, a proposito della lirosofia, sosteneva l'esistenza di un universo creato esclusivamente dal sentimento e perciò slegato da quello scientifico, costruito e strutturato razionalmente, e parlava della necessità di una lirosofia, appunto, cioè di una simultaneità del sentimento e della ragione come (l'esempio è dello stesso Epstein) due facce della stessa medaglia. Patrice Leconte sembra aver perfettamente colto lo spirito che animava il regista di Cœur fidèle (Francia, 1923, 87') e in Dogora (Francia, 2004, 78') tenta in qualche modo di concretizzarlo; di Dogora, infatti, si dovrebbe parlare in maniera duplice e unica, poiché doppia è l'univocità della pellicola, la quale va via via componendosi alla stregua di un volume creato dall'unione di due singole linee (per riprendere un altro esempio di Epstein): da una parte la ragione e dall'altra il sentimento, da una parte l'etnografia e dall'altra la suggestiva suite di Etienne Perruchon. Come si sarà ora intuito, siamo lontani dal cinema etnografico comunemente inteso ma vicinissimi, direi praticamente sovrapposti, alla sensibilità che diversi registi mostrano nei confronti di questo tipo di cinema, ormai percepito come un qualcosa da rinnovare - se non addirittura da riformulare - a tutti i costi (Let each one go where he may (USA, 2009, 135') di Ben Russell ne è un esempio). L'anomalia di Dogora, però, dev'essere intesa - mi pare - quale anomalia di un'etnografia che si è da sempre mostrata indifferente nei confronti del principio di indeterminazione di Heisenberg pur non essendo riuscita ad evitarlo, quindi praticandolo silenziosamente e non riservandogli alcun valore nell'economia della ricerca; da ciò emerge chiaramente nel lungometraggio di Leconte il tentativo di far confluire in una medesima foce due culture distanti e per certi versi antitetiche, manifestando in questo modo quello che è il principio di ogni studio etnografico: l'incontro. E che cos'è l'incontro? In Dogora, è il film stesso (si pensi alle sovrimpressioni nel finale), frutto dell'adiacenza della musica di Perruchon sulle riprese che ritraggono la quotidianità cambogiana. Ecco la lirosofia, ecco il mare leibniziano il cui suono è prodotto da quelli impercettibili delle diverse onde, ecco l'incontro, ovvero l'etnografia.

2 commenti:

  1. Orpo, cosa mi sei andato a scovare, l'avevo praticamente rimosso! Un film parecchio strano, di difficile inquadramento, almeno per le mie linee. Scrivi: "siamo lontani dal cinema etnografico comunemente inteso"... e in effetti, da quel che ricordo, non mi aveva dato quell'impressione ma piuttosto, un qualcosa che definirei quasi "orchestrato". La cosa che balena maggiormente in testa, credo sia proprio la musica di Perruchon...

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    1. Il cinema etnografico credo sia uno dei territori cinematografici più interessanti, oggi come oggi. Questa pellicola, effettivamente, rievoca un che d'orchestrato, ma ci sono delle riprese che non si dimenticano: illuminazione e giochi di luci pazzeschi, da capogiro.

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