Silence


Non c'è niente di metafisico, in Silence (Irlanda, 2012, 84'), anzi tutto è molto concreto, esperienziale, si direbbe quasi materico, perché materica, esperienziale e concreta è l'assenza che il protagonista, un tecnico del suono di ritorno in Irlanda da Berlino per registrare il silenzio delle lande irlandesi spoglie di ogni residuo d'umanità, ricerca e nella quale vagabonda, e in questo senso Silence descrive una sfida, un tentativo di esperire l'inesperibile, quel vuoto dentro il quale, una volta che l'individuo ci si pone, svanisce, perché svanire deve anche il (rumore del) suo corpo, pena la perdita dell'assenza, del silenzio così affannosamente ricercato; il pensiero, allora, potrebbe sgattaiolare, pur rimanendo all'interno della cornice qui succintamente delineata, a 4' 33'' di John Cage, ma ancora non basterebbe, perché 4' 33'' è a tutti gli effetti musica - musica di silenzio o silenzio di musica - mentre quello che Eoghan cerca è il suono del silenzio, qualcosa cioè che con la musica non abbia niente a che fare dal momento che la musica è un artificio prodotto (o, almeno, colto) esclusivamente da esseri umani: è un processo di annientamento, Silence, ma lo è come esperienza genuina di (con)fusione, di assalto a ciò che inevitabilmente può sussistere solo nel mio, tuo, suo - nostro - non esserci. Il che significa non essere lì (non esserci lì) ma essere lì (essere il lì), ovvero coniugarsi con l'assenza, entrare nel vuoto e farsi vuoto, smaterializzarsi in quanto individuo e materializzarsi in quanto vuoto. Spinoza direbbe: «Sentimus, experimurque, nos aeternos esse» (Eth., Vp23s). L'alternità cessa immediatamente di essere forma e diventa simbiosi, qualcosa che non ha niente a che fare con il misticismo ma è inscritto nel nostro io più profondo: non riscoprire la natura ma riscoprirsi natura, e un chiaro rimando a pellicole come Two years at sea (Inghilterra, 2011, 88'), A spell to ward off the darkness (Francia/Germania/Estonia, 2013, 95') e L'homme sans nom (Francia, 2009, 92') è doveroso quanto necessario, perché anche lì la libertà è rappresentata come realizzazione della natura umana a seguito del ricongiungimento con la natura in quanto tale. E cos'è la natura? Ebbene, essa è silenzio. Il rumore è sempre un'intrusione, un'insinuazione nel silenzio, e noi, come mostra l'avanguardistico Disorder (Cina, 2009, 58'), siamo abituati a questo rumore e alcuni addirittura lo ricercano (i regimi di folli che frequentano le discoteche*, per esempio), lo normalizziamo e non ci accorgiamo che la città è per definizione invivibile, strutturata per allineare l'individuo da se stesso e farlo essere massa, quindi senza un che d'identitario che lo renda se stesso, differente rispetto agli altri, e, di più, perché l'isteria del nuovo millennio vuole che questo sistema di rumorofilia e alienazione venga esteso il più possibile, edificando in ogni dove e spaziando in ogni dove: «Il mondo ha perso la sua capacità di essere mondo: sembra avere acquistato solo la capacità di moltiplicare, con tutti i mezzi di cui dispone, l'immondo, che finora, anche senza farsi troppe illusioni sul passato, non aveva mai marcato a tal punto la totalità dell'orbe. È come se, a conti fatti, il mondo fosse oggi percorso e permeato da una pulsione di morte che presto non avrà altro da distruggere che il mondo stesso» (Jean-Luc Nancy, La creazione del mondo o la mondializzazione); al contrario, e sfuggente a questa pulsione di morte, la natura presenta un silenzio originario che si ode nel frusciare delle fronde degli alberi, nello sciabordare delle acque di un ruscello etc., ed Eoghan, questo, non lo sa, abituato com'è alla vita berlinese, ma introdursi nella natura, percettivamente e intimamente, significa farsi natura, e questo confondersi con essa porta all'annullamento di un suono che è solo nella nostra testa, perché solo nella nostra testa il frusciare delle fronde è distinto e diverso dallo sciabordare delle acque, mentre in natura questi due suoni sono univoci, un'unica voce che è anche la nostra, che con la nostra si confonde in un solo e indistinto suono di silenzio, per dirla con Simon e Garfunkel


* A proposito di questo regime di folli che frequenta le discoteche rimando a un mio altro scritto, intitolato - emblematicamente - Bellezza e verità.

8 commenti:

  1. Ecco uno di quei film che richiede (almeno per me) un recupero obbligatorio (confermami se è il torrente da 521mb).
    Visto come inizi la recensione, non è che per caso hai letto "Metafisica del silenzio"? :)

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    1. Ciao, Rombro. Sì, questo è un film che merita sicuramente un recupero, poco ma sicuro. Il mio file (è un .mkv) pesa 538 MB, quindi penso sia giusto quello che hai reperito te.
      Quel libro su Cage mi manca, com'è? Ho però letto "Silenzio" dello stesso Cage e un altro libro (non di Cage ma su Cage) di cui ora mi sfugge il nome, e in uno dei due (probabilmente in entrambi) si parlava appunto di questa camera anecoica, dove, data l'insonorizzazione assoluta, Cage sentiva soltanto il rumore del sangue nel suo corpo, da qui la riflessione - nella recensione - sul "farsi silenzio".

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  2. "Metafisica del silenzio" è di questo Michele Porzio che ha incontrato Cage negli ultimi anni della sua vita. Lo ritengo un ottimo testo di infarinatura generale (ma non per questo superficiale) per avvicinarsi al pensiero di Cage, che spesso viene giudicato e schernito solo sulla base di 4',33'' che è stata sputtanata in ogni modo immaginabile.
    L'aneddoto della camera anecoica ha dimostrato a lui stesso che il silenzio totale, di cui lui voleva provare l'esperienza, in fin dei conti non esiste o comunque non possiamo "concretamente" percepirlo, dato che, anche in assenza di rumori circostanti, il corpo avverte il suono grave del sangue in circolo e quello acuto del sistema nervoso.

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    1. Uhm, sembra interessante. Adesso con la pausa universitaria di metà aprile spero di poterlo leggere. Purtroppo sto in un periodo in cui, oltre ai testi universitari, sono ingarbugliato (non so neanch'io come) nelle dispute post-femministe della Butler e della Preciado e, insomma, è un argomento così vasto che richiede molto impegno, oltre che tempo. L'aneddoto sulla camera anecoica, d'altra parte, l'ho trovato interessantissimo, specie per le sue implicazioni, ed è stato il motivo per cui ho approcciato (con non poche difficoltà, devo ammettere) i testi di Cage, sul quale - sfortunatamente - devo darti ragione, perché anche io lo sento troppo spesso giudicato sulla base di 4' 33'' - quasi che la sua opera si saturasse in quell'unico pezzo. Mah.

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  3. ho visto solo alcune immagini, mi viene in mente questo(http://markx7.blogspot.it/2013/06/eri-eri-rema-sabakutani-shinji-aoyama.html)

    mai visto?

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    1. Manca. Il regista lo conosco solo di nome, ma da come ne parli merita di essere tra quelli da visionare il prima possibile. Grazie.

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