Pursuit of loneliness




La prima sensazione che segue immediatamente la visione di Pursuit of loneliness (USA, 2012, 96') è di aver appena assistito a qualcosa di grande, così grande da metterti in ginocchio, ed è una sensazione strana, perché fa tremare il cuore considerare come in fin dei conti il film di Laurence Thrush sia così facilmente fruibile da dare l'impressione di passarti semplicemente accanto e di sfiorarti appena, salvo poi verificare che ti ha letteralmente investito, schiantato; del resto, non è forse questo che dovrebbe fare il cinema? Attraversarti, entrarti davvero dentro... Ecco, lo statunitense, questo, lo fa, aiutato – anche e soprattutto – da uno stile quasi documentaristico e da una scorta di attori non professionisti che aumentano la sensazione voyeuristica (acuita da alcune inquadrature «di sotterfugio») di star spiando persone reali vivere, affannarsi e morire in un mondo reale. C'è del naturalismo, dunque, e anche qualcosa che fa sconfinare questo naturalismo nella cronaca, nel diarismo, e infatti di cronaca e diarismo si tratta, perché, se da una parte vediamo Cynthia alle prese con gli ultimi giorni della sua vita, dall'altra parte (e parallelamente) assistiamo al lavoro della burocrazia ospedaliera che si arrabatta per venire a conoscenza di un parente più o meno prossimo a cui comunicare la morte di Cynthia. È tutto molto concreto, specie nella registrazione della meticolosità con cui la burocrazia agisce e si muove, ma al contempo qualcosa si trasforma, diviene altro: Cynthia muore, e la sua esistenza diventa qualcosa di astratto, un fantasma che sopravvive soltanto nei database dell'ospedale, pertanto è come se Cynthia, la sua esistenza, si eternasse, cessasse di essere corpo ma sopravvivesse sotto altra forma e altro aspetto. Un nulla, sì, ma un nulla esistente, aleggiante nel mondo dei vivi e, anzi, informante il mondo dei vivi, l'esistenza stessa di chi vive. «L'eterna verità dei rapporti», direbbe Deleuze (cfr. Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza). Tutt'altro che kafkiana, la burocrazia in Pursuit of loneliness assume così tratti smaccatamente umani, ed è bravo Thrush a ricondurre, con quel montaggio parallelo di cui sopra, l'astrazione all'astratto, a ciò che viene astratto: qui la morte viene ricondotta alla vita, lì la burocrazia viene ricondotta ai burocrati, alle persone che lavorano nella burocrazia. Con questo doppio movimento Thrush riesce, in qualche modo, ad abolire la morte come una sorta di Proust del cinema, a negarle al pari di un Epicuro quell'ingiustizia che ai nostri occhi le è propria, ed è per questo che il suo film mette in ginocchio lo spettatore e che - in fin dei conti - lo libera davvero.

3 commenti:

  1. E vai, eccolo qua! L'avevo timorosamente intuito una quarantina di minuti fa, guardando il tuo "Eco #1". Quando ho sentito che nominavi quel titolo "Ricerca della solitudine", e capendo che doveva averti coinvolto, ho subito pensato che mi sarei trovato un post bello che pronto a riguardo. Il fatto è, che questo è uno di quei film a cui corro dietro da tantissimo tempo, non ricordo nemmeno cosa mi avesse spinto a fissarmici (forse una locandina accattivante) perchè il trailer lo vidi solo in seguito, tanto che volevo addirittura inserirlo tra le visioni in attesa (ma forse, nel periodo di "Century of Birthing" lo avevo anche fatto). Ora ho letto solo le prime righe della rece, perchè prima voglio assolutamente vederlo, ma da quanto ho percepito avevo sicuramente adocchiato giusto. Questo recupero è per me una graditissima sorpesa, Yorick! Grazie :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Orpo, non sapevo lo stessi inseguendo. A me è capitato sottomano del tutto casualmente, e a dire il vero non è che mi aspettassi 'sto gran film. Sono stato piacevolmente smentito, perché PoL è un film intelligente, umano e terribilmente profondo.

      Elimina
    2. Visto! Allora, rileggendo la tua acuta recensione o per meglio, leggendo tutto con precisione, mi trovo d'accordo con quanto hai scritto su molti aspetti: a partire da quello stile, effettivamente parecchio documentaristico, con il quale vengono scrutate le persone (inquadrature di "sotterfugio", non potevi esprimerlo meglio). Attentissimo ai particolari questo regista, ai primissimi piani, i dettagli, i volti ripresi ai margini dello schermo, etc. E' interessante anche il parallellismo che fai notare, tra la vita di Cynthia e "l'affanno" burocratico del personale ospedaliero. Insomma, complessivamente direi che mi è piaciuto abbastanza, però non mi ha attraversato: non mi ha messo in ginocchio come è capitato a te. E questa volta non credo sia solo una questione di lingua, di dialoghi. Di solito ci ripenso sempre il giorno dopo, e sinceramente non è rimasto molto. Tutta la parte del supermercato e del ritorno a casa della donna, sfinita dal caldo asfissiante però è memorabile, quel segmento da solo, vale tutto il film secondo me...

      Elimina