Nana





Cosa significa abituarsi alla morte? Valérie Massadian sembra fondare il suo Nana (Francia, 2011, 68') su quest'interrogativo e con lo sviluppo della storia una risposta sembra formularsi, più o meno appannatamente: abituarsi alla morte significa vivere, o quantomeno riuscire a vivere. Questo non significa che il senso della vita sia la morte né che il vivere si risolva in un lento morire; al contrario, vivere è un atto d'immanenza solo e unico, che esclude la possibilità della morte ma la esclude enucleandola, introiettandola - non sottrarsi a essa ma inglobare la sua ingiustizia, perché se è vero che si vive su un piano d'immanenza la morte avverrà o si troverà sullo stesso piano. Certo rendere giusta la morte è impossibile, perché comunque rimane un frammento di vita che in noi continua a battere fintantoché riusciamo a respirare o ad avere un cuore pulsante, però giustificarla, la morte, questo sì che è possibile, e anzi risulta necessario: formulare la sua incidenza come una coincidenza, come un che che coincide con - e non interrompe - la vita. In questo senso i primi, estenuanti piano-sequenza di Nana non presentano soltanto un'incarnazione della morte (lo sgozzamento del maiale) ma pure (e soprattutto) una visione della morte, l'urto che questa ha sulla sensibilità dei bambini che stanno seduti lì vicino; il prosieguo della storia, con l'abbandono di Nana da parte della madre e, conseguentemente, la solitaria vita della bambina di quattro anni all'interno della fattoria che abitava con la genitrice, non è che un apostrofo a quest'antefatto, perché tutto è contenuto, in quel micidiale inizio, e ciò si palesa incontrovertibilmente soprattutto nel momento in cui Nana scopre una lepre morta nel sottobosco: di fronte all'animale, la bambina non prova repulsione né tristezza, la guarda e la tocca, e questo perché quella morte fa parte della sua vita, è sul suo cammino. La morte, però, non è mai singolare e quella che di essa si definisce un'ingiustizia non riguarda altro che la potenza che instancabilmente si espande e affronta chiunque le stia d'attorno, come il figlio del padre in Boven is het stil (Olanda, 2013, 94') o il padre del figlio in Las (Polonia, 2009, 75'): la nostra tristezza è la sua ingiustizia, ciò che la rende eterna, perché eterno è quello che la morte lascia della vita; come sottolinea Gilbert Simondon, chi muore diventa eterno, rimane nella vita che procede (il padre che muore lascia orfano il figlio e il figlio ritrova eternamente il padre in questa sua orfanità), e questo residuo del morto coincide di fatto con ciò che aveva realizzato nella propria vita della propria vita: «Sfuggire alla morte non è possibile» scrive Gilles Deleuze in Cosa può un corpo? Lezioni su Spinoza, «ma possiamo far sì che il suo arrivo non riguardi che una piccolissima parte di noi stessi». Ecco, io penso che la Massadian abbia voluto rappresentare questo concetto, visualizzarlo nella storia di una bambina (Nana) che si ritrova da sola con la vita a soli quattro anni e che sia giusto questa solitudine e l'ingenuità data dalla sua età a permetterle di affrontare la vita in maniera per così dire polimorfa - come una continua scoperta di differenze che sono già state scoperte e si ritrovano nell'atto stesso di esistere (la vita, la morte e nient'altro) ma che ci scompigliano suscitando in noi meraviglia per il diverso carattere che di volta in volta assumono (il maiale, la lepre, l'abbandono materno). In fondo, e molto banalmente, esistere non significa altro che incontrare di volta in volta la vita e la morte, mentre il vivere, il vivere bene e felicemente, implica qualcosa in più, una consapevolezza tale che permetta all'individuo di ri(con)durre ogni singolo paesaggio (la gonna della madre, lo sgozzamento del maiale etc.) a uno dei due corni dell'alternativa - la vita o la morte - e, dunque, un sentimento tale che definisca la vita come unica cosa realmente esistente, capace di inglobare persino la morte.

4 commenti:

  1. Anche se triste, tristissimo, lo cerco subito. Dal commento e dalle immagini che hai inserito, sembra un film che mi si addice (nonostante la scena del maiale sgozzato). Grazie!

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    1. Sì, è molto triste, però non credo che sia disperante, e questo è già qualcosa, no?. In fondo, anche se molto in fondo, un tenue bagliore di speranza c'è, almeno credo... Spero ti piaccia, comunque :)

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  2. Molto bello e recensione azzeccata, secondo me. Non potevi iniziare meglio con quella frase "Cosa significa abituarsi alla morte?". Un inizio che rispecchia perfettamente quello del film, seppur di una certa crudezza, con lo sgozzamento del suino, ma dove giustamente, già si palesa quella condizione di morte che pervade poi tutta la pellicola. Triste lo è di certo, ma più che altro la bambina mi ha suscitato grande tenerezza (esemplare la scena del coniglio, è vero). C'è solo un dubbio per quanto concerne la seconda parte: la madre si allontana sparendo nel bosco, è lampante. Ma poi, verso la fine, poco dopo l'ultimo fotogramma che hai postato (che è chiaramente un flashback) la vediamo riversa a terra, sulla coperta mentre la figlia la osserva prima di allontanarsi. Non è che anche quella scena possa far parte di un ricordo?... Comunque mi ha ricordato parecchio "La Influencia" di Aguilera, anche lì emerge una simile condizione di "abitudine" alla morte, con la sola differenza che lì c'è tutto un percorso crescente che fa presagire al distacco, mentre qui l'abbandono è improvviso, ancora peggio.

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    1. Grazie, ViS.
      Io, quella scena, l'ho interpretata come una vera e propria morte: non so se simbolica o reale, immaginata dalla bambina o meno, però credo che, di fatto, la regista volesse evocare la morte della madre...
      "La influencia" - hai ragione - ci sta tutta, non c'avevo pensato.

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