Il castello


Massimo d'Anolfi e Martina Parenti sono il cinema. Non che esautorino il cinema nelle loro persone o nelle proprie opere, ma a guardare Il castello (Italia, 2011, 90') si ha come l'impressione che siano proprio fatti di cinema* nelle e che, dunque, il film non sia altro che una sorta di estrinsecazione, di esplicazione, di protesi o d'appendice delle loro menti e dei loro corpi. È un gran film, Il castello, ed è grande per questo, perché è onesto, genuino, direi quasi superficiale se con ciò si vuole intendere un effetto di superficie che mostra la profondità che l'ha fatto emergere. Ecco, Il castello è sostanzialmente questo: un oggetto in cui esterno ed interno trapassano continuamente l'uno nell'altro. È naturalmente un effetto dovuto in gran parte alle stasi contemplative che macchiano il documentario, quasi un'ascesi alla stasi e al silenzio più pervasivi, tant'è che il luogo scenico, l'aeroporto di Malpensa, viene ossessivamente decostruito fino alla smaterializzazione finale, a quell'inquadratura che guarda o mostra un aereo allontanarsi in un cielo color pastello. Prima, però, la decostruzione, operata attraverso un'esposizione del dietro le quinte di Malpensa, dove il clima è destabilizzante e claustrofobico e la sicurezza è repentinamente messa a repentaglio; qui, infatti, gli immigrati vengono interrogati, scannerizzati, violentati nel loro intimo in vece di una sicurezza abbastanza metafisica, e sono bravi d'Anolfi e Parenti a mostrare come la sicurezza escluda la sicurezza, come cioè il gioco del potere consista nel creare, anzi nel mettere in scena una fittizia sicurezza mediante un infinito instillare insicurezza in corpi «presi a prestito» dalla scena e destituiti alla loro corporalità, alla persona che dunque sono nel dietro le quinte del teatro-Malpensa, dove chi agisce sono i poliziotti, la guardia di finanza, il personale dell'aeroporto predisposto alle perquisizione etc. In questo modo, la mdp da presa tenta intelligentemente di superare il panopticon dell'aeroporto facendo di sé una sorta di über-panopticon, ed è così che Il castello diventa quell'oggetto di superficie di cui si accennava sopra, che interno ed esterno si trapassano e tutto è visibile come gli scatoloni e le borse esaminati dalla scientifica di Malpensa. Formidabile, in questo senso, la scelta del pre-finale, in cui si segue la quotidianità di un'anziana costretta a vivere nel terminal. Ora, la quiete prende il posto della sicurezza, la naturalità quello dell'artificio e l'azione si fa attesa: ciclità ed evanescenza. C'è un eco di Ming-liang, in tutto questo, almeno nei modi**, e forse non è poi così importante sottolinearlo. Quel conta, invece, è riflettere ancora una volta sulle potenzialità del cinema italiano, che non sembra aver scordato la lezione di Piavoli e, sebbene in maniera quasi esclusivamente carsica e tra virgolette nascosta (penso, per esempio, a Michelangelo Frammartino), continua ad elaborare film di tutto rispetto, pezzi d'arte che devono assolutamente entrare a far parte della nostra cultura, dei nostri riferimenti cinematografici.


* «Hanno il cinema nelle vene», ha detto una volta Claudio Romano, regista de In the fabulous underground (Italia/Croazia/USA, 2012, 42').
** La discesa dalle scale ricorda da vicino Goodbye, Dragon Inn (Taiwan, 2003, 82')

6 commenti:

  1. Realtà italiane sotterranee come questa servono, e vanno assolutamente divulgate. Citi Ming-liang (il secondo fotogramma dall'alto?) e aggiungerei, a impatto immediato anche la Akerman di Hotel Monterey (il penultimo fotogramma). Tra l'altro, la scelta di girare in questi luoghi di viaggio, di incontri multietnici, se vogliamo, mi fa pensare a un film alquanto corale che combinazione ho visto da poco: Gare du Nord (Claire Simon, 2013) girato appunto nella famosa stazione ferroviaria parigina. Non male, volevo anche scriverne due righe...

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    1. Assolutamente, sono realtà di cui andare fieri. Non vedo l'ora di vedere "Materia oscura" loro, sembra ancora più micidiale. Comunque il riferimento a Ming-liang era per un fotogramma che non ho inserito qui, ma se vai sull'album che ho creato in Facebook ti accorgi subito qual è. Pure la Akerman ci sta tutta, hai ragione.

      "Gare du Nord", ce l'ho, ma non mi pare d'averlo visto. Merita?

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    2. Ah, l'ho sentito nominare spesso "Materia Oscura" (titolo fenomenale tra l'altro), ma non sapevo fosse loro, ancora irreperibile?
      "Gare du Nord" a differenza della maggior parte delle opinioni lette (abbastanza sul negativo) a me non è dispiaciuto. Sia chiaro, nulla di che, effettivamente va preso un pò a frammenti e in toto non le daresti più di due stelle (anche se io ne ho messe tre, ma perchè alcuni momenti mi sono piaciuti parecchio, e poi c'è Monia Chokri, collaboratrice di Dolan :D). Forse però per te è troppo francese :p

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    3. Ahimè, sì, non esiste neppure in DVD :(

      Per "Gare du Nord" aspetterò la tua recensione, allora. Sperando che invogli di più di quello che mi hai appena scritto :p

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    4. Ho appena guardato i fotogrammi: sbaglio o l'aspect-ratio è sballato? Cioè, è chiaro il formato in 4:3 (1.33.1) ma le figure sembrano allungate, come se si trattasse in realtà di un widescreen (16:9 / 1.85.1) ristretto... Sai che ho una fissa per 'ste cose ;)

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    5. Sì, è un 16:9, infatti. Purtroppo l'ho dovuto rippare per vederlo, perché il lettore DVD ce l'ho a Torino - e, insomma, a me lo mostra due formati diversi a seconda che lo veda sul piccì o in tv, quindi non vorrei che l'effetto fosse accentuato da questo.

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