Georgica


Georgica (Estonia, 1998, 109') è un film crudo e, per quanto più spoglio di simbologie di The temptation of st. Tony (Finlandia, 2009, 114') del connazionale Veiko Õunpuu, forse anche di difficile decifrazione. Parla di un ragazzino che, divenuto muto durante la seconda guerra mondiale, viene mandato dalle autorità in un'isola abitata da un vecchio apicoltore e da nessun altro, e per questo utilizzata dall'aviazione sovietica come luogo d'esercitazione. La narrazione ondeggia, così come ondeggia lo stile filmico, ed è probabile che l'intento di Keedus sia quello di lasciar vivere la pellicola piuttosto che di farla vivere così da lasciare lo spettatore in balia di suggestioni che, per quanto singolarmente indefinibili, vadano infine a formare quell'unica, densa suggestione che è Georgica, quasi compiendo il movimento auricolare delle onde del mare descritto da Leibniz. Su tutto questo, come un fantasma, aleggia la poetica metafisica di Tarkovskij, specie del Tarkovskij di Sacrificio (Svezia, 1986, 149') e di Nostalghia (Italia, 1983, 125'), lungometraggi coi quali Georgica condivide una sensibilità nei confronti della fine (in particolare, in questo caso, la fine dell'URSS) e un interesse pressoché atavico per la memoria (del vecchio isolano), la quale non può che strutturarsi appunto al termine, alla fine di qualcosa; è in questo senso che il film di Keedus ondeggia, perché non si fossilizza ma è continuamente teso nella piega che intercorre tra un'onda e l'altra: il ragazzino e il vecchio, la morte e la memoria, le api (la terra) e la barca (il mare), la parola e l'ascolto, la pace interiore e la guerra nei cieli. Certo la componente mortuaria è prevalente e tutto, in Georgica, ci suggerisce l'avvento della morte, ma è una morte in qualche modo rivitalizzate, che deve esserci per poter prolungare indefinitamente la vita del morente. Così, il vecchio racconta al ragazzino del proprio impegno missionario in Africa durante la Grande Guerra e, così, il ragazzino ascolta, e in quell'ascolto ci sta tutta una vita - quella sua e quella dell'isolano - tanto da portare l'isolano Jakub a soprannominare il ragazzino Mecenate, a memoria di colui che aiutò Virgilio durante la stesura delle sue Georgiche, opera che Jakub vorrebbe a tutti i costi veder tradotta in swahili, e non è un caso che il film di Keedus prenda il titolo da questo poema, che faccia cioè di questo evento il proprio fulcro; Georgica, infatti, non è altro che un inno alla vita, quella stessa vita che Virgilio vede risorgere in maniera ciclica dall'inazione e dalla morte: elemento conduttore e unificatore, le api, che Jakub alleva e che in Virgilio sono sempre prodigi di rinascita. Per questo scrivevo che Georgica è un film che ondeggia, perché l'ondeggiare, il movimento, è la vita, vita che è assieme morte e rinascita, e per questo credo che, di un film del genere, si dovrebbe davvero far tesoro. 

2 commenti:

  1. Eh, attira di brutto questo, voglio ondeggiare anch'io :)
    Poi sai che dopo le visioni di Õunpuu, per me l'Estonia è diventata un'altra interessante realtà tutta da approfondire. E restando in nazionalità, aspetto con trepidazione quel "Sonnambulance", da troppo tempo ormai, nella mia lista delle attese...
    Segnalazione accattivante, grazie!

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    1. "Sonnambulance" secondo me è un capolavoro, ma ne parlerò domani, anche se già questo magnifico esordio non fa che prospettare un futuro luminosissimo: hai ragione, l'Estonia è senz'altro una terra, anzi una miniera, da esplorare - col rischio e la speranza di rimanerne sommersi.

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