Everything is fine (Tout est parfait)



Colpisce diritto al cuore, Tout est parfait (Canada, 2008, 118'), e alla testa, e mentre qualcuno guarda al cinema di van Sant, in particolare a quello della trilogia della morte, composta da Gerry (USA, 2002, 96'), Elephant (USA, 2003, 81') e Last days (USA, 2005, 97'), e per quanto in effetti il film di Fournier gli avvicini e anzi sembri proprio richiamare il cinema dello statunitense, Tout est parfait è e si presenta come una scatola chiusa, sigillata, quindi soffocante al pari del mondo dell'asettico mondo di cemento in cui si muove l'ultimo sopravvissuto di una compagnia di amici disgregata dai suicidi dei suoi membri, Josh, teso tra l'amore per Mia e una pulsione di morte sedimentata nel ricordo e affiorante di continuo: è questa pulsione a essere al centro della scena, insieme elemento alienante-catartico e disgregatore, anzi catartico proprio perché disgregatore e annichilente; Josh, infatti, vagabonda in un mondo asettico, e l'unica vibrazione che attraversa questo mondo, che in qualche modo lo vivifica, è appunto la pulsione di morte che immobilizza Josh ma che, al contempo, lo schioda dall'apatia borghese* che ha costretto al suicidio o, meglio, non ha salvato dal suicidio i suoi amici: «La tua vita è stata un'ipotesi. Chi muore da vecchio è un cumulo di passato. Si penso a lui, e compare ciò che è stato. Si pensa a te, e compare ciò che avresti potuto essere. Sei stato e rimarrai un cumulo di possibilità»**, scrive Levé prima di suicidarsi dell'amico che, prima di lui, si è suicidato, dando così forma a quella potenzialità del suicida che è tale, cioè potenziale, solo nella sua inattualità attuale; Fournier, dunque, lavora in modo carsico, e sul finire fa spiovere questo semplice dato di fatto, che, data la cornice in cui si mostra, riluce e splende come il mare in cui gli amanti si tuffano, si baciano e fanno il bagno, e questa riflessione rimaneggia l'intera pellicola, facendone un film sulla vita e sull'amore piuttosto che sulla morte, ed è ciò che a conti fatti lo allontana dal collega statunitense: una pulsione di morte è impensabile, impossibile, poiché ogni essere vivente tende alla sopravvivenza, e il suicidio, in Tout est parfait non è che un modo come un altro per sfuggire alla Vita-in-Morte (cfr. Coleridge) che è l'esistenza sfibrata, vien da dire inesistente alla quale gli amici di Josh sono piegati. Il suicidio come fuga, quindi. Fuga da una vita e un'esistenza che, come ebbe a dire Wallace, «spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili»***, perché «la persona che ha una così detta "depressione psicotica" e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un'occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l'altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta»****. Nel suo andare e scorrere, quindi, Tout est parfait si performa e si deforma: è un cammino, e i cammini cambiano le cose e le persone, e la deformazione che qui è in atto è la deformazione della morte, la sua incidenza  e coincidenza con la vita*****, ovvero la vita, che nel film di Fournier si forma attivamente, al pari di una presa di coscienza, di un che d'esperito, di un vivere-la-morte e rigettare la morte nell'esistenza, in qualche modo acquisirla, convivere con essa per non vivere attraverso/nonostante/prima/- di essa. Solo così è possibile l'amore, perché solo così è possibile avere chiara in sé l'ipotesi di esistere, di star vivendo, e l'amore è una conseguenza di questo. L'assetto - per così dire - contemplativo di cui Fournier dota il film, infine, agisce in questo senso, arrivando****** a intercalare lo spettatore nella vicenda nel momento stesso in cui questa diventa un inno alla vita o, il che è lo stesso, cinema; questo, infatti, non può che essere una rappresentazione, una figurazione della vita: i film anemici, ebefrenici, disperati e disperanti******* sono vuoti e non hanno profondità né senso, sono una follia in cui il senso non circola ma è rattrappito, e Tout est parfait si discosta mirabilmente da questo genere di cinema per farsi sorprendentemente gioia, vita.


* Si noti come la critica e l'insofferenza nei confronti della società borghese affiori spesso nella new wave canadese di matrice francofona (quebechiana, per intenderci), e a questo rimando - a mo' d'esempio - a Vic + Flo ont vu un ours (Canada, 2013, 93') di Denis Côté, a Derrière moi (Canada, 2008, 87') di Rafaël Ouellet e a Polytechnique (Canada, 2009, 77') di Denis Villeneuve.
** Suicidio.
*** Brevi interviste con uomini schifosi.
**** Infinite jest.
***** «Isolare la morte dalla vita, impedire che l'una sia intimamente intrecciata con l'altra, che ognuna faccia intrusione nel cuore dell'altra, ecco ciò che non bisogna mai fare.» (Jean-Luc Nancy, L'intruso)
****** Grazie anche a uno studio sulla colonna sonora encomiabile ed efficace, vista l'incidenza che i pezzi di Cat Power, Calexico e quant'altri hanno sull'animo dello spettatore.
******* Come quelli di Xavier Dolan, cui pure questo film è stato - credo erroneamente - accostato, e mi riferisco in particolar modo al suo esordio, J'ai tué ma mère (Canada, 2009, 96').

6 commenti:

  1. In effetti, ad una prima occhiata ricorda molto lo stile di Van Sant, anche se poi, come scrivi, da un lato sembra prenderne le distanze... Ti dirò, che complessivamente non credo sia uno di quei film che possano catturarmi più di tanto, non saprei, tu più o meno conosci i miei gusti e magari riesci a dirigermi meglio. Invece ho apprezzato parecchio tutta l'analisi sulla "paura della caduta" espressa nel punto **** (Jean-Luc Nancy, L'intruso)

    P.S. Non offendere Dolan: "J'ai tué ma mère" è un grande film :p

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    1. Eh, Dolan - prima o poi lo capirò (spero) :p

      Comunque, sì, non è uno dei film che reputo "nostri", però è un buon film, con una sceneggiatura molto solida e profonda e girato in maniera intelligente. Non te lo sconsiglio, questo certo, anche se sono certo che avrai una caterva di film in lista più sulle tue corde di questo. A ogni modo nei prossimi giorni tornerò sui nostri passi e i film recensiti saranno RADICALMENTE contemplativi, anzi uno (ne scrivo domani) di questo è imprescindibile - e credo valga come statuto ontologico del cinema contemplativo in quanto tale.

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    2. Quel RADICALMENTE in maiuscolo mi fa tremare dall'attesa ;)

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    3. Secondo me li cazzierai di brutto, invece XD

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    4. Ma noo... XD
      100% docu? 100% Oriente? :p

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    5. 1000% docu! :D

      Ho pure creato l'etichetta per i documentari. Ormai le cose più radicalmente contemplative si trovano lì.

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