Captive of the desert (Le captive du désert)


Si è parlato, a suo tempo, di Raymond Depardon e del suo Un homme sans l'Occident (Francia, 2002, 104'), di quella metafisica di luce che totalizzava lo spazio in un singolo punto indefinito, non solo portando l'ovunque qui e il qui ovunque ma anche - e soprattutto - mostrando la possibilità di un film fatto esclusivamente di luce, cioè di ombre che sono anfratti-fessure in quella luce abbagliante e unica. Ecco, Le captive du désert (Francia, 1990, 96') può essere per certi versi considerato un germe del progetto portato a compimento nel 2002 e può esserlo per il semplice fatto che Depardon gira ancora una volta nel deserto, ovverosia in quello spazio che si annulla nella sua spazialità; come in Un homme sans l'Occident, infatti, anche ne Le captive du désert lo spazio è ridotto a una spazializzazione infinita, ma se in Un homme sans l'Occident quest'infinità era dovuta in gran parte a un'indefinitezza di spazio e tempo ne Le captive du désert l'infinito è puro e semplice, materico se vogliamo. Questa sensazione di realtà e di naturalismo, fortificata dallo stile documentaristico del francese, decade però nel momento in cui la storia e la Storia - la storia della Storia, vien da dire - fanno il loro ingresso in scena e noi spettatori scopriamo che quella ragazza bianca è stata sequestrata dai ribelli africani con cui, per diversi mesi, si ritrova costretta a vivere. Una cosa simile accade anche in Un homme sans l'Occident, basato tra l'altro sulla storia vera di un berbero decaduto, tale Alifa, e come lì anche ne Le captive du désert il meccanismo attraverso il quale il film procede fa in modo che questa vena storicista decada senza irrealizzarsi: rimane, certo, la sofferenza di chi è ridotto non a vivere ma a sopravvivere così come permane la fisicità di questo dolore, incarnata ora in Alifa ora in Bonnaire, eppure, contemporaneamente e parallelamente, Depardon è abile, a differenza di tanto cinema contemporaneo, a non surclassare il cinema con la letteratura e anzi, dimostrandosi un abilissimo cineasta, colmo di rispetto verso l'arte che lo impiega, a far implodere le peculiarità proprie del cinema in quanto arte, le specificità che lo differenziano da cose come il teatro, la letteratura etc. e gli fanno meritare il titolo di arte #7, cioè arte a sé stante; infatti, anziché procedere permeando la pellicola con la Storia, Depardon fa della spazialità un qualcosa di pervasivo, così pervasivo da entrare nella Storia e, di fatto, appropriarsi della sua essenza. Niente di reazionario, sia chiaro. Come scritto poco sopra, la sofferenza rimane e permane la fisicità (quando la Bonnaire sarà liberata, il ribelle le dirà: «Il comitato di comando della II armata ha deciso di liberarvi: finalmente il vostro governo ha accettato. Stanotte verrà a prendervi un aereo. Potete testimoniare le difficoltà in cui si dibatte il nostro popolo. Lo sapete anche voi, ci manca tutto. Non ci sono scuole, non ci sono dottori. Il governo è irresponsabile e corrotto»), ma sono fisicità e sofferenze appunto spaziali - abiti che ognuno veste e può vestire, indifferenti poiché la sofferenza è la stessa per chiunque, che si tratti della Bonnaire o dei ribelli o dell'uomo senza Occidente o di te che stai leggendo quello che sto scrivendo. In questo senso, nonostante appaia più compiuto o, meglio, risolto Un homme sans l'Occident per le spaesanti e deterritorializzanti declinazioni ottiche lì presenti, già Le captive du désert fa emergere un'immagine-spazio che Depardon, inquadratura dopo inquadratura, tenta di cogliere nella sua purezza, ovvero nella sua più intima e umana fisicità, ed è quest'immagine-spazio che segnerà il suo percorso registico, perché è quest'immagine che, al di là del sociale, della politica etc., riporta l'uomo alla sua propria integrità: un atomo, un punto, un quid costretto all'erranza, al vagabondare, a coprire spazi di volta in volta nuovi, sconosciuti e metafisici, insomma un qualcosa che nemmeno è e nemmeno esiste, perché esiste solo spazio.

4 commenti:

  1. Guarda di non perderti troppo in questo spazio desertico che nemmeno è e nemmeno esiste. Non vorrei trovarti un giorno o l'altro tramutato in un atomo, un punto, un quid costretto all'erranza, al vagabondare in uno degli spaesanti fotogrammi che abbini quotidianamente alle tue interessanti riflessioni :D
    Scherzi a parte, nelle immagini qui sopra ho notato subito un'affinità con "L'homme sans l'occident", che tra i tanti, devo ancora vedere. Cercherò di rimediare al più presto completando la visione, a questo punto, anche con "Le captive du désert ". Ha fatto altro di simile questo Depardon?

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    1. Eh, ci sarebbe da perdersi e sperdersi sì in questi spazi! :p

      Comunque fai bene a recuperare "L'homme...", è indubbiamente un grande, grandissimo film. Se lo anticipi con questo, poi, credo riuscirei ad apprezzarlo ancora di più. Di Depardon, per ora, ho visto solamente questi due, ma non credo che altri siano simili a questi: forse "Donner la parole", ma mi manca...

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  2. ho qualcosa di Depardon, provo a vedere qualcosa

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    1. Spero tu abbia "Untouched by the west", che secondo me è il suo capolavoro: film folgorante :)

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