Autohystoria


Una persona con la maglietta bianca cammina su un marciapiede. La mdp lo inquadra fino a che questa entra in un'abitazione, dopodiché l'inquadratura è fissa sull'abitazione. È un piano-sequenza di più di mezzora, girato in un b/n granuloso e che si presenta come una sorta di carrellata con macchina a mano. Quando questa persona entra nell'abitazione, poi, la mdp rimane fissa sull'abitazione e una voce fuoricampo dice: «La notte scorsa ho sentito qualcosa a proposito di Andrés Bonifacio. Lo hanno assassinato assieme a Procopio Bonifacio. Ho chiesto a mio fratello come fosse successo: nessuna risposta. Poco dopo, ho preso sonno». È una voce abbastanza nitida, si capisce che non ha niente a che fare col luogo in cui si trova, perché quel luogo è rumoroso e dispersivo, tant'è che la persona che si vedeva camminare, di tanto in tanto, svaniva dietro un'auto. 


La scena cambia, e questa volta è colori e a macchina fissa. I suoni sono in un certo modo più chiari, quindi il chiasso metropolitano è frastornante. Anche questo è un piano-sequenza, di circa dieci minuti. Viene mostrato un monumento in mezzo a una strada molto trafficata.


Si passa all'interno di un'automobile, e due ragazzi, uno dei quali veste una maglietta bianca, si agitano, fremono, e nei loro occhi è inscritta la paura. 


Taglio: luna. 


Di nuovo taglio. In un bosco, i due ragazzi che si trovavano nell'auto camminano davanti la telecamera, dandole le spalle. 


Taglio: alba. 


Di nuovo taglio. Ora i due ragazzi sono in piedi davanti alla mdp, uno ha il braccio fasciato. Sono stati pestati. L'inquadratura si protrae per cinque minuti abbondanti. Quindi uno sparo squarcia il tempo, uno dei due ragazzi si accascia e muore. 


Taglio: monti. 


Taglio: cielo. 


Taglio: cascata. 


Taglio: immagini di repertorio.


Autohystoria (Filippine, 2007, 95') non è solo la storia degli ultimi momenti dei Bonifacio ma anche e soprattutto una riflessione sulla storia, tema cardinale del cinema di questa new wave filippina, così attenta e sensibile nei confronti del proprio passato e delle proprie radici - come testimoniano, tra gli altri, Evolution of a filipino family (Filippine, 2004, 540') di Lav Diaz e A short film about the Indio Nacional, or the prolonged sorrow of the filipinos (Filippine, 2005, 96') dello stesso Raya Martin - nonché della realtà presente da cui questo cinema emerge e rispetto alla quale la new wave mantiene sempre posizioni critiche e cariche di uno spinta rivoluzionaria che spinge i registi a ricercare sempre nuove e innovative forme di linguaggio attraverso le quali canalizzarla (v. The family that eats soil (Filippine, 2005, 75'), Buenas noches, España (Spagna/Filippine, 2011, 71') e Imburnal (Filippine, 2008, 212'), e a voler fare qualche passo indietro v. anche l'Hiamala (Filippine, 1982, 124'), dato che Bernal può a buona ragione essere considerarto tra i padri putativi, assieme a Brocka, della new wave filippina). Raya Martin presenta così, nella prima scena, quello che poi intendiamo essere uno dei due Bonifacio, fondatori del movimento anticolonialista Katipunan e giustiziati da Aguinaldo (colto, costui, con le sue armate nelle immagini di repertorio mostrate nel finale) dopo lo scisma tra le forze rivoluzionarie. Attraverso un montaggio accorto, però, Raya Martin, oltre alla storia, ci mostra la Storia, ovvero la rivoluzione, e lo fa sin da subito, intercalando cioè quel piano-sequenza nel quale è inquadrato non tanto il monumento quanto la monumentalità che esso promana. Ebbene, quella è la monumentalità della Storia, è la storia stessa in quanto rivoluzione permanente, inspodestabile centro gravitazionale attorno al quale ruotano le esistenze di tutti: è la rivoluzione, il senso della storia, la sua circolazione, senza la quale la storia si rattrappirebbe, perché anche nel morire la rivoluzione fa circolare un senso che diventa storico, anzi è la Storia così come sarà; morendo, infatti, i fratelli Bonifacio sono usciti dal tempo-durata e si sono fatti senza-tempo, e la rivoluzione è divenuta eterna. Indifferente a tutto ciò, la natura si mostra, ma è una natura spoglia di qualsiasi umanità, segno che l'uomo non può che erigersi sul terreno di ciò che è (già) stato e di cui, eternamente, porta il segno (e come dimostra in Now showing (Filippine, 2008, 180') Raya Martin, questo, lo sa bene). Da qui, il titolo: auto-hystoria (biografia), quindi quella storia che, pur parlando d'altri, parla comunque di noi e, di più, scrivendo la quale stiamo necessariamente scrivendo la nostra biografia. 


Come i poveri povero, mi attacco 
come loro a umilianti speranze, 
come loro per vivere mi batto 
ogni giorno. Ma nella desolante 
mia condizione di diseredato, 
io possiedo: ed è il più esaltante 
dei possessi borghesi, lo stato 
più assoluto. Ma come io possiedo la storia, 
essa mi possiede; ne sono illuminato: 
ma a che serve la luce?
(Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci)

2 commenti:

  1. E anche l'attesissima ultima opera di Diaz "The Great Desaparecido", narra della morrte/scomparsa di Bonifacio. Questo di Martin comunque l'avevo già occhiato, meriterà un recupero, tra i tanti... Ottima la tua idea di recensire le varie sequenze, accompagnandole in progressione con i fotogrammi!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, è una recensione-spoiler, forse un po' bastarda, ma di fatto per certo cinema parole come "spoiler" perdono ogni significato per la loro profondità

      Elimina