At sea


Esistono pochi documentari così seminali e radicali da passare direttamente alla storia, e At sea (USA, 2007, 60') è uno di questi; infatti, l'operazione dello statunitense Hutton, che pure ricorda qualcosa di James Benning, è colossale, ma questa sua grandezza è ridotta all'osso, e ciò che si ha davanti, durante la visione della pellicola, è soltanto cinema, e dico soltanto perché, appunto, questo cinema è colto nella sua essenza, nella sua essenzialità più esiziale: spoglio di suoni e spogliato di sonorità, At sea è immagine in movimento, punto. Hutton fa volentieri a meno di tutti quegli orpelli che rendono un film fruibile in modo umano, troppo umano, e il suo può e deve considerarsi come un tentativo di ricercare l'umano nell'inumano, cioè di inumanizzare l'umano e di umanizzare l'inumano. Gli riesce, e su questo non ci piove: filmando quella che potrebbe essere descritta come la deriva esistenziale di una nave, lo statunitense mostra l'inumanità di chi lavora nel cantiere, disumanizzato dalla catena di montaggio post-fordista, e, assieme, inumanizza lo spettatore, travolto dal rumore del silenzio e dalla staticità ieratica della nave, colla quale, infine, si congiunge per mezzo di un'empatia che trova il proprio sbocco nel cantiere inquadrato nel finale, un cantiere di demolizione del Bangladesh dove la nave, dopo le traversate riprese nella parte centrale della pellicola, viene smantellata. Si assiste pertanto a un'escatologia della tecnica, certo, ma questa tecnica non è altro che l'appendice di un'umanità di cui Hutton riprende il farsi e il disfarsi, sicché il suo At sea, come sarà poi ad esempio per il Na change rein (Francia, 2009, 100') di Pedro Costa, si configura come un tentativo di cogliere l'arte nel suo farsi, e dunque è artificio, cioè ars facere, il fare e il farsi dell'arte colti nella loro (co)incidenza. La quotidianità, per mezzo di questo movimento, rientra direttamente nell'arte (o viceversa), ma al contempo è l'arte stessa che va a perdere ogni connotazione romanticistico-trascendentale per acquisire uno statuto ontologico vicinissimo, direi quasi prossimo e adiacente, contiguo, all'esistenza più ingenua, e ciò lo si intuisce nel momento in cui, grazie all'ausilio del treppiede, che enfatizza il tutto, Hutton mostra una mdp in balia delle onde, al pari degli uomini dell'equipaggio e della nave stessa; in questo senso credo sia sbagliato, come alcuni hanno fatto, leggere in At sea una sorta di trascendimento della tecnica, una mostrazione di come la tecnica (la macchina, la nave) comandi gli uomini poiché, banalmente, la nave è continuamente mostrata in ambienti umani - costruita, guidata e infine distrutta dagli uomini, che dominano e contemporaneamente sono dominati da essa - e più giusto e coerente con quanto Hutton mette in scena penso sia scorgere quel neanche tanto labile filo che congiunge nave e uomini, rendendoli interdipendenti l'una dagli altri e facendo di essi due scogli in balia delle onde - foglie al vento. Certo un accenno alla globalizzazione c'è, e bisogna essere davvero miopi per non coglierlo, ma è un accenno appunto intercalato in un contesto per così dire dell'impermanente, della permanenza dell'impermanente, del flusso continuo (delle onde del mare che congiunge, che globalizza), sicché pure la globalizzazione (in balia delle onde) è riportata alla sua umanità, all'essere una tecnica, una protesi o almeno un'appendice dell'uomo così come tutti i processi economici, sebbene ciò, in epoca di crisi, venga facilmente dimenticato. At sea, dunque, si manifesta tende a una stilizzazione dell'etica attraverso un'estetica del naturale, e credo stia qui la sua magnificenza: nel mostrare cioè l'esistenza che è propria di tutte le cose, uomini e oggetti, e, soprattutto, nel far emergere questa vicinanza tra uomini e oggetti, tra due realtà che stupidamente e platonicamente vengono considerate con due differenti statuti ontologici, nell'attimo stesso in l'esistenza si compie, ovvero con la morte, la quale nel suo presentarsi assume la forma di un'apocalisse e, come tale, è sempre inattuale.

6 commenti:

  1. Ho cercato di farmi un'idea mentre leggevo questa recensione bellissima, che probabilmente apprezzerò più del film stesso, credo :) Comunque mi era già saltato all'occhio questo titolo, ora non ricordo esattamente in che contesto, forse sbirciando nella filmografia di Benning, e infatti credevo fosse suo. Praticamente ci troviamo di fronte a un'opera totalmente muta, come "Hotel Monterey" o il film sull'autopsia di Brakhage per esempio?
    Mi incuriosisce "Na change rein" di Costa, non lo conoscevo...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E' il primo film della lista CC: Starter pack, forse l'hai adocchiato lì. Non sbagli su Benning, comunque, per quanto essenzialmente differente dal suo cinema, Hutton ha sicuramente mutuato qualcosa dell'ultimo Benning (più di Benning che della Akerman, nel cui cinema comunque è presente una componente narrativa che strutturi la pellicola, e di Brakhage, che è invece più avanguardistico per certi versi - almeno secondo me) su questo non c'è dubbio, e forse è anche questo che mi ha portato a scriverne, perché considero Benning uno dei registi più interessanti, intelligenti, ammalianti e quant'altro del cinema contemporaneo, imprescindibile sotto tutti i punti di vista. Ti consiglio "RR" e "Stemple pass", suoi. Film meravigliosi, non puoi non vederli. Ti avevo passato qualcosa, se non ricordo male... forse pure SP. Visto niente?
      Il film di Costa credo sia uno dei film più belli del regista. Ci metterei quello e "Colossal youth" ai vertici, appena sopra "Ossos". Di NCR dovrei scrivere, ma è così difficile che rimando sempre. Anche questo, comunque, film fondamentale, seminale - estremo tentativo di presentare l'opera d'arte come ciò che colga l'arte nel suo farsi anziché come prodotto artistico finito. Arte in divenire o qualcosa del genere, indeterminata e indefinita - echeggia eternità, no? Vedilo, ti stregherà.

      Elimina
    2. Si, di Benning avevo visto qualche corto sul tubo che però sono svaniti presto dalla memoria. Inoltre mi ero scaricato "Landscape Suicide", ma non l'ho guardato nemmeno tutto, anche perchè era in una qualità pessima. Devo decidermi a vedere "Stemple Pass", se non altro perchè ne avevi scritto. Costa è tosto, bisogna riuscire a prenderlo nel momento giusto, ma se il film che citi lo poni ai livelli di "Colossal Youth" un recupero mi sembra obbligatorio. Superiore ad "Ossos" però, personalmente ho trovato "No Quarto da Vanda", non l'hai visto?

      Elimina
    3. Ah, vero, anche Vanda è un grandissimo film. Hai ragione, pure quello sta ai vertici. Di Costa, ricordo che ne avevi scritto, cosa che farò anch'io - prima o poi. Il punto è che Costa, per me, è uno di quei registi che, come Reygadas, Tarr, Dumont, Wang Bing etc., vanno approfonditi ampiamente e, insomma, il tempo è quel che è.

      Elimina
  2. Un altro film di Hutton è facilmente reperibile sul DVD di Wendy and Lucy. Il film (in realtà sono tre) è New York Portrait. Poi giusto una curiosità: per caso disponi di un account su Karagarga?? Perchè mi sta divorando il fatto di non averci accesso e volevo sapere che "prelibatezze" si possono trovare

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non sapevo ci fossero film di Hutton nel DVD della Reichardt. Curioso. Comunque, sì, ho un account ma non lo uso mai perché non mi sono mai messo a capire il funzionamento di KG, cosa che dovrei effettivamente iniziare a fare.

      Elimina