Right now (À tout de suite)


Di À tout de suite (Francia, 2004, 95') bisogna innanzitutto dire che è film nato vecchio, anacronistico, ma questo suo carattere riluce in quel bianco e nero che sgrana la pellicola, arrivando anche ad attualizzarsi nel finale che, di fatto, riformula l'intero lungometraggio. Perché, dunque, premettere l'anacronismo? Be', fondamentalmente perché Benoît Jacquot, con questa pellicola, sembra guardare e anche rivolgersi a quel cinema francese intimo e politico - politicamente intimo e intimamente politico - qual è stato rappresentato negli anni Settanta da registi del calibro di Garrel, Rivette e quant'altri, il che per certi versi infastidisce, specie se si pensa ai progressi che alcuni francesi (in primo luogo, come si è visto a proposito di Pieghe #5, mi riferisco a Philippe Grandrieux, ma va pure ricordato Un homme sans l'Occident (Francia, 2002, 104') del grandissimo Depardon) stanno facendo fare al cinema in barba a quanti, invece, non fanno che mostrare il proprio francesismo a tutti i costi e a ogni piè sospinto (punto il dito verso coloro che ancora tentano di sviscerare le dinamiche conflittuali nei rapporti di coppia attraverso la morbosità sessuale e sessuofobica, e a questo proposito rimando a Chroniques sexuelles d'une famille d'aujourd'hui (Francia, 2012, 87') di Barr e Arnold e a Mes séances de lutte (Francia, 2013, 98') di Doillon), rimanendo così arenati in un terreno fangoso. Ecco, À tout de suite si presenta nel rischio ed è a tutti gli effetti questo rischio, ma riesce in qualche modo a uscirne o, ancora meglio, a scardinarlo, a farne un proprio potenziale. L'inizio smaccatamente politico infatti, durante il quale si assiste all'innamoramento della borghese Lili nei confronti di Bada, un marocchino che solo poi si scoprirà essere coinvolto in una rapina, annoia e in fin dei conti sa di già visto; ciononostante, nel corso del minutaggio, la pellicola deraglia, e anziché farsi apologia o critica di questa o quella cultura, di questo o quello strato sociale, si tramuta sorprendentemente in un viaggio nell'intimo di Lili, dove convivono i sentimenti più contrastanti, com'è d'uopo quando ci si innamora. In questo senso, il lungometraggio di Jacquot si avvicina di molto al formidabile Hadewijch (Francia, 2009, 120') di Bruno Dumont, dove pure la politica non è che superficie di una profondità gorgogliante e davvero destabilizzante, e se Pascal scriveva che «il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce» risulterebbe forse interessante interpretare il lato politico come un qualcosa di ragionevole e, come tale, d'irriducibile al sentimento - ma è proprio così? In effetti, è la risposta a questa domanda che fa pendere la bilancia a favore o contro À tout de suite, e personalmente ho trovato che il tentativo del regista, per quanto suggerito, non risulti poi così radicalmente e che, insomma, nonostante le buone intenzioni ci siano e la pellicola di per sé regga, fosse solo per lo svolgimento più che convincente e l'accurata introspezione psicologica svolta sulla protagonista, manchi quel qualcosa che è bivio e discrimine, scelta che include ed esclude. Ecco, il cinema dovrebbe mostrare l'esclusione e dovrebbe fondarsi su questa anziché appannarla. Merlau-Ponty, a proposito del cinema, parlava del mostrato come un qualcosa di strutturato sul non-mostrato, sul fuori-campo, e io credo che questa prospettiva possa e anzi debba essere rivolta anche alla trama, al concetto che basa il film; al contrario - e sta qui, a mio parere, il punto debole del film - Jacquot altalena e fa rimanere in bilico sia l'aspetto politico che quello sentimentale separandoli in maniera così netta da svilirli entrambi, sicché la pellicola dà l'impressione di un che d'incerto, che può cedere da un momento all'altro.

2 commenti:

  1. Cavolo, una recensione davvero convincente!
    Sarò di parte e poco obiettivo, perché adoro il cinema francese e anche se al film manca "quel qualcosa che è bivio e discrimine", lo cercherò comunque. E anche se "la pellicola dà l'impressione di un che d'incerto, che può cedere da un momento all'altro" a me basta che tu l'abbia paragonato a"Hadewijch". Basta e avanza!

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    1. Grazie, bombus. Spero, però, che rimanga chiaro il fatto che "Hadewijch" resta qualcosa di inarrivabile (ché se no arriva ViS a bacchettarmi sulla trascendenza e l'incommensurabile in Dumont!), e solo per certi aspetti questa pellicola lo riporta alla mente (appunto per il fatto di aver portato il "politico" nell'intimo, all'intimità); per il resto, c'è un discrimine incredibile tra le due pellicole, e non nascondo il mio privilegiare l'estetica dumontiana.

      P.S. Visto che, quando lo recensii, sembrava interessarti, hai visto che l'ultimo di Moodysson è uscito (v. Cinesuggestions) con tanto di subs italiani? Così come l'ultimo Sion Sono, che pure mi pareva interessarti.

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