The sky, the earth and the rain (El cielo, la tierra, y la lluvia)


Il cielo, la terra e la pioggia (Cile, 2008, 110') è un grande film. Il modo in cui le cose e i personaggi acquistano un senso perdendo la loro originaria direzione è sconfortante, ma in un certo modo è il vivere stesso. Nessun esistenzialismo, perché qui la vita non c'entra niente; ne Il cielo, la terra e la pioggia non è la vita ad essere rappresentata bensì il vivere, e il vivere è un circ()lare: bal(l)ade, scriveva Deleuze ne L'immagine-tempo, e noi ora possiamo dire che la grandezza di un film come L'eclisse (Francia, 1962, 126') di Antonioni, la sua carica rivoluzionaria, sta nell'aver cessato di rappresentare la vita e di aver cominciato a dar forma al vivere. Cos'è il vivere? Il vivere è senso, muoversi – spaziare – in quello spazio che non è il cinema ma lo spazio in quanto tale, pluridimensionale e pluridirezionale, non costretto in una cornice ma libero, totale. Ecco, il senso è questo vagabondare. L'Unione Sovietica ha perso la guerra fredda perché l'Unione Sovietica non aveva più senso e non aveva più senso perché non aveva più spazio, e si direbbe pure che il capitalismo si dovrà anch'esso inceppare quando avrà suppurato della propria arroganza ogni vuoto e ogni zolla terrestri: non avrà più spazio, quindi non avrà più senso, perché il senso circola (cfr. Essere singolare plurale) e, quando smette di circolare, si rattrappisce e cessa d'essere. Ne Il cielo, la terra e la pioggia, invece, lo spazio è presente e anzi l'intera pellicola si risolve nel tentativo di mostrare una spazializzazione in esso. Tutti vagano e vagabondano, e così il senso è perennemente rinnovato, riscoperto, ricostituito – e lo si contempla, questo senso, ma in maniera sempre diversa, da prospettive comunque differenti. Ricorda un po' Psycho (USA, 1960, 109'), da questo punto di vista, poiché, come nel capolavoro di Hitchcock, anche qui lo spettatore è reso schizofrenico a se stesso, non si riconosce perché deve continuamente modificare il proprio punto di vista, quindi il proprio essere, la propria alienazione; i quattro personaggi in atto e nell'atto sono infatti la propria distanza, che li divide non solo l'uno dall'altro ma persino da se stessi, e cercano di colmarla, questa distanza, e il tentativo di colmarla non fa che produrre un senso nuovo e altro. Vivono, ma vivono perché percepiscono la mancanza (della vita e non soltanto), la suppurazione della quale soltanto potrebbe stabilizzarli e rattrappirli: la vita uccide, questo mostra il film di José Luis Torres Leiva, mostra la vita come significato e il vivere come significante, la vita come espresso e il vivere come espressione, perché vivere è un clamore, è un equivoco ed è l'equivocità stessa. È senso, e Il cielo, la terra e la pioggia, a differenza della realtà odierna e come tutto il cinema contemplativo, il quale invero si definisce proprio per questa sua peculiarità, costituisce e restituisce questa logica (del senso), ed è per questo che il cinema contemplativo salverà il mondo.

4 commenti:

  1. Azzeccato il riferimento a "L'Eclisse" e mi piace molto anche quell'ultima frase: "il cinema contemplativo salverà il mondo", interessante! Ottima recensione per un film che non pensavo potessi apprezzare così tanto. E francamente, anche se l'ho nominato spesso (ancora con la recensione di "Obreras saliendo de la fabrica") ora il ricordo è veramente vago, o almeno "i quattro personaggi in atto e nell'atto sono infatti la propria distanza" e "la vita uccide": questo è quello che aleggia nella mia memoria. Ricordo proprio questa solitudine dei protagonisti, il tentativo di colmare una distanza e il vuoto della morte (del padre? la madre di lei? Dimmi se sbaglio). Un tema per certi versi simile al turco "Watchtower"... Da rivedere assolutamente, probabilmente potrei apprezzarlo ancora più della prima volta.

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    1. La madre morente, certo. Figura ancora più cupa e pregnante del morto, il morente, perché la marginalità della morte è la morte-in-vita di coleridgiana memoria e, insomma, ci affetta e in un certo senso ci raffigura: l'aldilà nell'aldiqua tipica dell'anziano e del malato, concetto interessantissimo - hai ragione.

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    2. Ho fatto bene a non scriverne niente finora, avrei sicuramente sminuito quello che come giustamente scrivi in apertura "è un grande film"! E ho fatto bene invece a limitarmi a "Obreras Saliendo de la Fabrica", di cui praticamente eClTylL ne è in un certo senso l'estensione...Porca miseria, Yorick, rivalutato come pochi altri a una revisione, e non di poco. Anzi; a ogni fotogramma, ogni carrellata che avanzava mi stupivo e pensavo come la prima volta, potessi averle appioppato solo tre stelle su Mubi. La cosa imbarazzante, è che ai tempi, Slow mi chiese come fosse "Verano", il film successivo di Torres Leiva e io gli risposi che secondo me era migliore di questo. Mai osservazione fu più errata, ora me ne pento, incredibile questa svista per un film, che è contemplativo all'ennesima potenza, cribbio, non ci piove!

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    3. Non so, a me "Verano" è piaciuto, ma non mi ha esaltato. Forse dovrei rivederlo. Questo, invece, l'ho rivisto da poco e rimango abbastanza convinto che sia davvero potente, davvero. Ora sono curioso di vedere "Ver y escuchar", ma onestamente non sono così entusiasta, viste le clip che girano per internet. Mah, sarebbe davvero un peccato che il suo genio si esaurisse nel primo corto e nel primo lungometraggio.

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