The family that eats soil (Ang pamilyang kumakain ng lupa)


Weird e sperimentale, eccessivo e caleidoscopico, politico e volgare, pornografico ed eterogeneo, spirituale e sacrilego, assurdo e logico in quest'assurdità, pop e postmoderno, iconoclasta e culturale, cultuale e controverso, realista e surrealista: The family that eats soil (Filippine, 2005, 75') è un film necessario, che spinge la contingenza situazionale in una situazione di necessità stringente e centripeta, e la famiglia che mangia il suolo del titolo è emblematica in questo senso. Khavn, il cui documentario sulla new wave cinematografica filippina, Philippine new wave: this is not a film movement (Filippine, 2012, 75'), aveva già testimoniato l'attenzione che questo regista ripone sulla cultura della propria terra, attenzione che lo riconduce direttamente a quella nuova ondata di cui, per intenderci, fan parte cineasti del calibro di Lav Diaz, Raya Martin e Sherad Antony Sanchez e a proposito della quale si è avuto modo di discorrere in più occasioni*, conduce ora i valori culturali, i costumi e le tradizioni del proprio paese alle loro estreme conseguenze, mostrando così la relatività di essi e la necessità di cambiare prospettiva. È un cinema rivoluzionario, il suo, e non solo contenutisticamente; le trovate estetiche e stilistiche si sprecano e rompono gli argini di un cinema che ha ormai fatto il suo tempo, ma, per quanto già dal prologo in stop-motion inerente delle statuette di terracotta che violentano un'altra statuetta di terracotta e vengono poi uccise da un giocattolo di Goldrake o Mazinga** si abbia l'impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di destabilizzante e privo di senso, questo non deve stupire o destabilizzare, perché, di fatto, The family that eats soil è un film omogeneo nella sua eterogeneità, con un nucleo tematico ben preciso e canalizzato, appunto, da più estetiche e da più situazioni, da più storie, più idee e più personaggi. Non sto parlando di eterogenesi dei fini, mi sto precisamente riferendo alla portata rivoluzionaria che fa da perno all'intero film e che porta Khavn a riflettere sulle (estreme) conseguenze della filippina odierna. Ci troviamo così di fronte a una famiglia composta, tra gli altri, da un padre che fa da angelo della morte a bambini ospedalizzati, un figlio che si occupa di torturare e uccidere i cinesi, un altro che è invece un santone o qualcosa del genere, una figlia che scopa i fantasmi o il cui spirito è scopato in una dimensione che è altra rispetto alla nostra, una madre che gestisce un bordello... e tutti mangiano il terreno, ovvero il suolo, ovvero la patria, facendosi dunque sovrastrutture così materiche da incarnare nelle proprie persone la patria che simboleggiano e mangiano: loro sono le Filippine, loro sono il motivo per cui le Filippine devono divenire altro. Questo, credo, il grimaldello per accendere, per penetrare The family that eats soil, un film che traspira rivoluzione da ogni singolo fotogramma e che è rivoluzione esso stesso.



* e.g. Batang west side (USA, 2001, 300'), nota, o Imburnal (Filippine, 2008, 2012), infra.
** Mi si perdoni la velleità, ma non sono preparato in materia di robot giapponesi.

8 commenti:

  1. "un padre che fa da angelo della morte a bambini ospedalizzati, un figlio che si occupa di torturare e uccidere i cinesi, un altro che è invece un santone o qualcosa del genere, una figlia che scopa i fantasmi o il cui spirito è scopato in una dimensione che è altra rispetto alla nostra, una madre che gestisce un bordello... " E' una follia 'sta roba, credo proprio sia un "pop" che potrei non solo apprezzare, ma probabilmente, anche rimanerne entusiasta!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Di sicuro non ti lascerà indifferente ;)

      Elimina
    2. Lo penso anch'io. I fotogrammi mi hanno ricordato i film estremi del giapponese Shozin Fukui: "964 Pinocchio" e "Rubber's lover", hai mai avuto occasione di vederli?

      Elimina
    3. Sì, ancora quando stavo dietro a Tetsuo e roba simile, però non li ricordo con precisione. Dovrei riprendere in mano tutta quella'estetica. Ho da poco comperato il cofanetto di Tetsuo della RARO, che ti consiglio vivamente (tre film, booklet pieno di roba, intervista di Ghezzi al regista e una video cosa dello stesso Ghezzi), e non sarebbe una cattiva occasione per recuperare certo cinema fuori dagli sche(r)mi.

      Elimina
  2. Ciao yorick!
    "statuette di terracotta che violentano un'altra statuetta di terracotta e vengono poi uccise da un giocattolo di Goldrake o Mazinga..., un figlio che si occupa di torturare e uccidere i cinesi, ... una figlia che scopa i fantasmi...una madre che gestisce un bordello... e tutti mangiano il terreno, ovvero il suolo, ovvero la patria". Questo lo devo vedere, assolutamente!!! Grazie!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. ombus! Grandissimo, spunti proprio a pennello per una recensione su un film che definire pazzesco è dire poco! Spero ti piaccia, a dire il vero alcuni l'hanno sgradito totalmente e altri l'hanno definito mediocre, ma indifferente - come dicevo a ViS - non lascia, il che è già un buon punto.

      Elimina
  3. Un film davvero disgustoso, girato malissimo, assurdo, una apoteosi del cattivo gusto. Mi è piaciuto moltissimo!
    Non ho capito cosa c'entrava con la famiglia il personaggio con la bambagia nel naso, né perché la madre parlasse spagnolo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io l'ho preso tipo per fratello maggiore, ma al 90% mi sbaglio. La madre che parla spagnolo (non me ne ero neanche accorto, a dire il vero) potrebbe essere un riferimento alla dominazione spagnola, quasi che certi (dis)valori debbano essere riferiti in primo luogo a quell'epoca là... ma qui l'ermeneutica si fa parecchio soggettiva.

      Elimina