Simulacri #3: Marketa Lazarová




Negli ultimi mesi, il blog ha seguito una linea che, ultimamente, ha iniziato a subire: recensire film di cui, almeno in Italia, non si parla. Film più che altro contemplativi, molto spesso dal taglio documentaristico, tutti non anteriori agli anni zero. È una linea che intendo perseguire e proseguire, ma con calma e con quella riflessione che il cinema che amo richiede e per certi versi implica. Certo, la curiosità è importante e per me rimane pietra angolare di ogni cinefilia che si rispetti, ma appunto questa curiosità dev'essere non fine a se stessa bensì veicolata da un qualche sostrato che - come dire - la sostanzializzi; ecco, dunque, la scelta di aprire una nuova sezione nell'EdP, dove poter discutere di quei film dei tempi andati che sono pilastri di quelli di cui da questa parti s'intende oggi parlare. Ho scelto di inaugurare questa sezione con una pellicola che, pur essendo del '67 e, soprattutto, pur essendo stata più volte e a più voci dichiarata un capolavoro, in Italia non vanta ancora il successo che merita: Marketa Lazarová (Cecoslovacchia, 1967, 165'), un complesso e rapsodico lungometraggio ambientato in un semi-mitologico Duecento cecoslovacco, durante il quale si consuma o, meglio, continua a consumarsi un conflitto feudale (tra barbari e cristiani) che è superficie di altri ben più profondi ed eterni: l'umano e il naturale, il sangue e lo sperma, la furia e la stasi, il pagano e il cristiano non si trovano mai effettivamente in scena, ma, continuamente suggeriti, si palesano efficacemente, producendo cioè gli effetti politici svolti nella conflittualità palese, di superficie, tra barbari e cristiani, per emergere infine in superficie e arrivando addirittura a fare propria quella superficie sino alla quale, fin prima, soltanto echeggiavano. È un film profondo, Marketa Lazarová, nel senso che è un film di profondità, di vibrazioni e percezioni che si lasciano solamente intuire, e qui sta la sua forza. C'è chi ha paragonato l'opera di František Vláčil ai primi lavori di Tarkovskij, e in effetti le assonanze (fosse solo per l'uso del cinemascope) sussistono, ma a differenza del sovietico il cecoslovacco gioca alla destabilizzazione, fondando il proprio film su una sorta di apoptosi spazio-temporale d'inaudita potenza; come un'apoptosi, infatti, Marketa Lazarová sacrifica la linearità temporale e fa dell'analessi il proprio punto di forza, ma questo punto è un punto di rottura, una rottura che, però, è simultaneamente congestione, unione, il che, se dapprima si concretizza in una difficoltà nella decifrazione e anche nella sola fruzione del lungometraggio da parte dello spettatore, diventa presto anche ciò che, come si è accennato, rende il lungometraggio più suggestivo e vicino al cinema contemplativo contemporaneo. Nel cinema contemplativo contemporaneo, si sa, la superficie è la possibilità - e di fatto il cinema contemplativo dischiude un orizzonte sostanzialmente democratico o, meglio ancora, equivoco, aperto a tutti. Ora, questo «tutti» (i personaggi che vagabondano sullo schermo) sono potenze in continua fase d'attualizzazione, che non hanno una meta precisa e che per questo sono costantemente attuali, e in Marketa Lazarová le cose non sono poi così diverse: vivendo, i personaggi - in particolar modo la protagonista - non fanno che rinnovare una morte inscritta nei loro animi, e per ciò sopravvivono, per ciò non fanno cioè che attualizzarsi per tutto il minutaggio della pellicola, perché, appunto, l'attuarsi sarebbe un cedere, un fidarsi della persona sbagliata, dell'ipocrita, della signora con la falce. E così lo spettatore, costantemente costretto a tenere le redini di se stesso, della propria mente - a essere attuale. Ciò gli è richiesto dalla frammentazione temporale di cui sopra, che, se da una parte equivoca una storia tutto sommato abbastanza lineare (almeno nella fabula), dall'altra parte proprio grazie a quest'equivoco rende spettat(t)ore lo spettatore, costringendolo a essere nella pellicola, ad attualizzarsi in essa, e lasciarsi suggestionare da un tempo che scoprirà, infine, dover essere non da ricostruire ma da lasciar mancante, perché essere nel tempo - come si è detto - significa vivere la morte, attuarsi, cedere. Bisogna emergere in tutta la propria potenza, continuare ad attualizzarsi come possibilità in perenne attuazione e, quindi, sempre inattuali: l'umano e il naturale, il sangue e lo sperma, la furia e la stasi, il pagano e il cristiano sono queste possibilità, che, una volta attuate nel conflitto della politica, semplicemente sono, in tutta la loro stringente necessità - e così cessano di essere, semplicemente muoiono. Il tempo si disfa, e si disfa per resuscitare, per possibilizzare, per far rivivere. La bal(l)ade trova qui uno stato ontologico che, per certi versi, ribalta quella rosselliniana di Germania anno zero (Italia, 1948, 71'), poiché, se lì la perdita di una meta doveva essere imputata a un orizzonte politico incerto e desolante, qui è l'orizzonte politico che si fa incerto e desolante per la perdita di una stella polare verso cui dirigersi. È una questione esistenziale, ma, proprio per questa sua mancanza di un finalismo, rifiuta ogni esistenzialismo, e così è Marketa Lazarová: una pellicola che, pur parlando di un periodo lontano e pur frammentando il tempo così violentemente da dissolverlo e, dunque, da allontanarlo il più possibile da quello vissuto dallo spettatore quotidianamente*, scavalca ogni barriera per risalire dietro l'esistenza, nelle pieghe più intime e profonde dell'essere umano, quelle che accomunano ogni essere umano esistente ed esistito sulla faccia della terra. E per questo fa male. Anzi, peggio: e per questo spaventa, perché ci fruga dentro.


* Ricorda, questo, il procedimento utilizzato da Hitchcock sui personaggi per forsennate il punto di vista dello spettatore e mettendo in crisi l'immagine-movimento.

12 commenti:

  1. E vai col terzo, che mi ritrovo tra quelli che mi avevi passato...:O
    Questo comunque, dev'essere veramente un filmone, comprensivo di tutti gli elementi propri del cinema est-europeo di quel periodo (nonchè tarkovskjiano), nel quale, le produzioni ceche in particolare erano quasi sempre una garanzia. Visivamente mi ricorda in parte "Madre Giovanna degli Angeli" (Polonia, 1961), tratto dal romanzo "I diavoli di Loudun", a cui dieci anni dopo, quel folle di Ken Russel si ispirò per il suo "I Diavoli".
    Ovviamente, complimenti per la nuova rubrica, Yorick. Mi fa piacere che alla fine tu abbia deciso di concretizzare questa idea che, a quanto pare, ti frullava in testa da tempo. Ma era necessaria, per fortificare il percorso del blog!

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    1. Grazie, ViS. Sì, questo è un filmone a tutti gli effetti (fatti un giro sulla mia pagina Facebook, Cinema contemplativo, e butta un occhio agli altri fotogrammi che, per questione di spazio, Blogger non mi lasciava mettere: da brividi!), e sono certo che ti piacerà moltissimo. Mi fa piacere che questa rubrica ti piaccia: l'idea, come ti avevo accennato, era da un po' che ce l'avevo, ma ero sempre incerto a riguardo; alla fine, però, l'ho aperta per, appunto, fortificare il percorso del blog, cioè per dare un fondamento, una profondità, un qualcosa da cui il possibile possibile possa emergere al cinema che adoriamo.

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  2. Questo sito è un patrimonio dell'umanità.
    Cercherò di reperire (anche) questa pellicola.

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    1. Esagerato come tutti i derridariani :p

      A parte gli scherzi, grazie. Rincuora molto :)

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  3. Dove posso trovare il film completo ?

    scrivetemi in pvt : irregular2@hotmail.it


    grazie

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    1. Si reperisce facilmente su kickass o in DVD nell'edizione - consigliata - della Criterion. Sottotitoli in italiano ancora non ci sono, ma so che su Asianworld ci stanno lavorando. Comunque, ti scrivo per e-mail.

      Ah, comunque il blog lo gestisco solo io, quindi dammi del tu o mi fai sentire schizofrenico - o, peggio ancora, fascista. :p

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  4. l'ho trovato in ungherese (penso), coi sottotitoli in spagnolo

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    1. Be', di sottotitoli se ne trovano a iosa, purtroppo per quelli italiani bisognerà affidarsi ai tempi di Asianworld. Comunque, se sai lo spagnolo, tanto vale vederlo: gran film, cribbio!

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  5. Buongiorno. Mi inserisco tra i commenti per 'rassicurarvi' a proposito della traduzione dei sottotitoli del film in questione. Faccio parte dello staff di AsianWorld e ho "in cura" (diciamo così) la pubblicazione degli stessi dato che mi occupo della sezione Altro Cinema.
    Sono felice di potervi dire che il traduttore di Marketa L. mi ha contattato proprio durante questa settimana per dirmi che non manca molto al completamento della traduzione.
    Vi chiedo quindi di pazientare ancora un po'. L'Altro Cinema è una sottosezione che ha delle regole proprie (sicuramente più flessibili) rispetto al resto del sito, ad esempio non è prevista la calendarizzazione e, di conseguenza, il tempo non è un problema.
    Aggiungiamo poi che Marketa Lazarová conta oltre 1500 battute, è caratterizzato da un registro linguistico elevato (piuttosto impegnativo da adattare in lingua italiana) e il resto viene da sé considerando anche che, generalmente, i subbers lavorano per conto proprio.
    Chiaramente non mettiamo mai fretta a nessuno, anzi.... ci è andata pure bene perché il film era stato prenotato inizialmente dal sottoscritto ma, considerando tutto ciò che mi passa sotto gli occhi, non so proprio quando avrei iniziato a tradurlo. Il caso (o forse no? O_o) ha voluto che proprio quest'anno si facesse avanti un 'temerario' e quindi ho subito accettato la proposta in modo da accorciare ulteriormente i tempi.
    Se voleste sapere altre informazioni, sentitevi liberi di contattare me (JulesJT) o anche Yorick dal momento che siamo 'amici su Facebook'. Sarò ben contento di tenere aggiornato sia lui che voi.
    A presto.


    Jules

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    1. Grazie, Jules, sei gentilissimo ad averci aggiornati. Anch'io non vedo l'ora di rivedere ML subbato in italiano, per cui ci sto pure io in mezzo a quelli che trepidano. Ho condiviso il tuo messaggio anche sulla pagina Facebook, spero non ti dispiaccia. Grazie ancora :)

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    2. Figurati, no problem per FB. Capisco (eccome!) la trepidazione.

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  6. Ottima notizia, aspetto di gustarmelo sottottitolato pure io allora, grazie!

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