Pieghe #8: Spinoza e il finale de 'Il cavallo di Torino'


Il cavallo ha smesso di mangiare, il pozzo non contiene più acqua. In prossimità della fine, padre e figlia lasciano la loro abitazione e si avventurano sulla collina che limita la loro valle. La macchina da presa non li segue, è fissa, e l'inquadratura diventa un campo lunghissimo che li mostra, dopo essere giunti alla sommità della collina, costretti («Nella natura non c'è nulla contingente, ossia suscettibile di esistere o di non esistere: ma tutte le cose sono determinate dalla necessità della natura divina ad essere e ad operare, e questo in quella certa maniera») a tornare indietro e rientrare nella casa. Cos'hanno visto? Béla Tarr non lo mostra, non c'è n'è bisogno: oltre la collina il paesaggio, che determina il loro cammino («Un qualsiasi ente specifico e riconoscibile, ossia una cosa qualsivoglia che è finita ed ha un'esistenza limitata, non può esistere né essere determinato ad operare se all'esistere e all'operare non sia determinato da una causa che anch'essa è finita e ha un'esistenza limitata; e, di nuovo, questa causa non può, anch'essa, né esistere né essere determinata ad operare se non sia determinata all'esistere e all'operare da un'altra causa ancora, anch'essa finita e dotata di un'esistenza limitata: e così all'infinito») è lo stesso di quello che c'è al di qua. La collina non è più ――― un limite: dalla verticalità della collina all'orizzontalità della valle, cioè dall'eminenza all'immanenza («Di tutte le cose Dio è causa immanente, non transitiva»), dal differente all'indifferenziato* («Non si può concepire secondo verità alcun attributo della Sostanza il quale comporti che la sostanza possa essere divisa»), l'oltre si mostra ovunque o, meglio, non c'è più un oltre ma un qui che è ovunque e un ovunque che è qui, da intendersi – questo qui – come la località dell'infinità («Ogni cosa, dico, è in Dio, e tutto ciò che accade accade soltanto per le leggi dell'infinita natura di Dio») o, il che è lo stesso, l'infinità della località («Dalla necessità della natura divina debbono derivare in infinite maniere infinite cose, cioè tutte le cose che possono comprendersi da un intelletto infinito»); il tornare indietro di padre e figlia, infatti, è dovuto al fatto che solo allora l'univocità della sostanza («La aostanza assolutamente infinita è indivisibile»; e anche: «All'infuori di Dio non può esserci, né si può pensare, alcuna sostanza»), il suo essere cioè una voce (Verbo per la Bibbia, Azione per il Faust di Goethe), riecheggia nelle orecchie dei modi che essi sono e che, specie nell'oscurità e nel silenzio finali, si fondono con quell'univocità e con gli attributi che, differenziandola («Due o più cose che siano distinte si distinguono l'una dall'altra o per la diversità degli attributi delle sostanze in cui esse sussistono, o per la diversità delle affezioni delle sostanze stesse») infinitamente («Ogni sostanza è necessariamente infinita»), rendono possibile la sua intensività («Infatti è proprio della natura della sostanza che ciascuno dei suoi attributi sia concepito per sé: dato invero che tutti gli attributi che una sostanza possiede si sono sempre trovati in essa nello stesso tempo e insieme, e nessuno di essi ha potuto esser prodotto da un altro; e ognuno esprime la realtà e l'essere della sostanza.»): espresso ed esprimibile, se si distinguevano prima per la loro intensività, per la loro potenza, per cui gli espressi (o modi) dipendono da rapporti e relazioni («In natura non possono darsi due o più sostanze che abbiano la medesima struttura o attributo») mentre gli esprimibili (o attributi) sono già nella sostanza («Per attributo intendo un'entità che l'intelletto percepisce tanto come manifestazione o aspetto della sostanza quanto come costituente o struttura dell'essenza della sostanza stessa»), si fondono e si confondono, poiché rimane solo l'essere («All'infuori di Dio non può esserci, né si può pensare, alcuna Sostanza»), che è («Dio, ovvero una Sostanza che consta di infiniti attributi, ognuno dei quali esprime un'essenza eterna ed infinita, esiste necessariamente») ― potenza («La potenza di Dio è la stessa sua essenza»), o espressione («Qualunque cosa noi concepiamo essere in potere di Dio esiste necessariamente»). L'oscurità finale, però, non è da intendersi quale oscurità della fine ma, piuttosto, come oscurità nella fine, oscurità che perviene sullo schermo non già perché esistente solo da allora ma poiché solo allora i modi (padre, figlia e cavallo, per l'appunto) la incontrano effettivamente (come insegna l'esperienza, si incontra sempre qualcosa che già c'è, che era già presente prima dell'incontro) dopo averla prima percepita sulla collina e intesa, allora, come relazione entro la quale loro, modi alla stregua di qualunque altri, sono sempre sussistiti («Ogni cosa, dico, è in Dio, e tutto ciò che accade accade soltanto per le leggi dell'infinita natura di Dio») – mai irrelati («Un qualsiasi ente specifico e riconoscibile, ossia una cosa qualsivoglia che è finita ed ha un'esistenza limitata, non può esistere né essere determinato ad operare se all'esistere e all'operare non sia determinato da una causa che anch'essa è finita e ha un'esistenza limitata; e, di nuovo, questa causa non può, anch'essa, né esistere né essere determinata ad operare se non sia determinata all'esistere e all'operare da un'altra causa ancora, anch'essa finita e dotata di un'esistenza limitata: e così all'infinito»), il che spiega la vicinanza tra virgolette spirituale (ma sarebbe meglio utilizzare il termine di empatia e, vista la luttuosa situazione, di simpatia) di padre e figlia col cavallo; in questo senso, non c'è origine («Dio, ovvero una sostanza che consta di infiniti attributi, ognuno dei quali esprime un'essenza eterna ed infinita, esiste necessariamente») ma tutto è originario («Tutti gli enti che seguono dalla natura assoluta, cioè propria e considerata in sé, di un attribute di Dio, debbono avere esistito sempre e con la qualità di infiniti; ovvero essi sono, grazie all'attributo considerato, infiniti nella durata e nell'estensione») e originale (critica alla nozione di originarietà e di discesa ontologica da ripercorrere epistemologicamente in modo critico**, cioè fondativo di valori e qualificazioni (appendice), quindi qualitativo e valorizzante) e questo tutto è tutto ciò che è («Qualsiasi cosa, che sia, è in Dio, e facendo astrazione da Dio niente può esistere né esser pensato»), si tratta solo di coglierlo. Così, la sostanza infine mostrata non è più il piano di proiezione nel quale insistono infiniti punti di fuga com'era, per esempio, nei giorni precedenti l'escursione in collina, quando i preti iniziavano a chiudere le chiese e l'acqua, nel pozzo, si limitava a scarseggiare, bensì come quel piano di proiezione in cui tutti i punti di fuga convergono – e convergono nell'oscurità finale, sostanziale e indifferente*** – o, meglio, come la convergenza stessa («Di tutte le cose Dio è causa immanente, non transitiva»; e anche: «Stimo infatti sia già chiaro, grazie a quanto precede, per Natura naturante noi dobbiamo intendere ciò è in sé e si concepisce per sé, ossia quegli attributi della Sostanza esprimono un'essenza eterna e infinita, cioè Dio in quanto è considerato causa libera; mentre per Natura naturata intendo invece tutto ciò deriva dalla necessità della natura di Dio o di ciascun attributo di Dio, vale a dire tutti i modi degli attributi di Dio in quanto sono considerati come enti sono in Dio e astraendo da Dio non possono essere né essere pensati. In altri termini con Natura naturante può intendersi la sostanza in quanto attiva, e con Natura naturata può intendersi la sostanza nell'infinità delle forme essa assume, permanenti o transeunti che siano»).

* Il silenzio e l'oscurità del finale.
** Cfr. Platone e la teoria della partecipazione (su cui si veda Deleuze, Logica del senso). L'indifferenziato tarriano, in questo senso, rivela ora più che mai la sua vicinanza al Nietzsche de La genealogia della morale, il quale – a sua volta e in più punti – ha ribadito il proprio interesse nei confronti di Spinoza (per esempio nella lettera a Overbeck: «Sono veramente sbalordito ed incantato! Ho un precursore e quale precursore! Non conoscevo quasi Spinoza: che adesso abbia desiderato di leggerlo è stato un atto istintivo. Non solo la tendenza generale della sua filosofia è uguale alla mia – fare della conoscenza l’affetto più potente – io mi ritrovo ancora in cinque punti capitali della sua dottrina; questo pensatore, il più abnorme e solitario che sia esistito, è appunto il più vicino a me in queste cinque cose: egli nega il libero arbitrio; gli scopi; l’ordine morale del mondo; il disinteresse; il male. Se, certo, anche le differenze sono enormi, queste sono da attribuire soprattutto alla differenza dei tempi, della cultura, della scienza. In summa: la mia solitudine – che, come accade in alta montagna, spesso mi toglieva il fiato e mi faceva trasudare sangue dai pori – è ora, per lo meno, una solitudine a due. Meraviglioso!»).
*** La sostanza, insomma: o almeno così com'è percepita («Per sostanza intendo una realtà che sussiste per sé e che può essere pensata assolutamente, cioè senza bisogno di derivarne il concetto da quello di un'altra realtà»).

6 commenti:

  1. Per quanto possa aver compreso di questa minuziosa analisi, credo che la sequenza di quel viaggio a "vuoto" sia tra le più importanti (se non la più importante) e rappresenti il punto focale; il centro universale di tutta l'opera e forse, di tutta la poetica tarriana, almeno da "Satantango" in poi. Lavoro eccellente Yorick, che spero possa esser letto, apprezzato e soprattutto, commentato da chi di competenza, più che dai soliti (me compreso) lettori o semplici appassionati di cinema. Complimenti e in bocca al lupo per il proseguimento di questo studio su Spinoza!

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    1. Grazie, ViS. Certi commenti danno davvero la forza di tenere aperto un blog.

      Comunque, per quanto riguarda Spinoza, è un filosofo sto letteralmente riscoprendo. Avevo avuto modo di leggerlo, ma ero al liceo e studi critici al riguardo mi erano del tutto oscuri. Adesso Deleuze, Negri, Lowith e chi altri mi stanno folgorando su quest'autore, tant'è che in pochi giorni ho finito e riniziato l'"Etica". Tarr, per quanto mi riguarda, è vicinissimo al pensiero di questo filosofo, e lo è appunto nella sua capitale scelta di non mostrare: Tarr è fondamentalmente nemico dell'immagine (almeno credo, devo approfondire - ti scrivo per mail), e ciò si coglie in maniera lampante sia nel momento cardinale del film (il viaggio in collina), che Tarr appunto non mostra, sia nella realizzazione finale del film stesso (l'oscurità, il non-visto che si mostra e occlude la vista...).

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    2. Orpo! Interessantissima questa analogia. Cioè, io non conosco Spinoza ma è vero che Tarr rifiuta di mostrare, è lampante. Ma è ancora più assurdo che non mi ci sia mai soffermato su questo aspetto. Sequenze tra l'altro fondamentali, come giustamente fai notare. A riguardo aspetto con piacere altre illuminazioni via mail allora :)

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    3. Credo sia un aspetto importante, e come tale - di solito - si percepisce, non si coglie intellettualmente: credo che la grandezza di Tarr stia qui, altrimenti sarebbe un Godard come un altro :P

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  2. dice un amico che "dopo venti volte che l'ho visto comincio a capirne qualcosa", a proposito di un film di Kubrick, che non è 2001..

    una citazione tratta da Imdb:
    In the premier screening of the film, 241 people walked out of the theater, including Rock Hudson who said "Will someone tell me what the hell this is about?" Arthur C. Clarke once said, "If you understand '2001' completely, we failed. We wanted to raise far more questions than we answered."

    Tarr ogni volta che lo vedi lavora nella testa, non capita a tutti (nel senso dei registi, e nel senso delle teste)

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