Oxhide II (牛皮贰)

Il cinema di Liu Jiayin testimonia un rispetto estremo per il cinema in quanto tale, perché il cinema di Liu Jiayin sembra essere una rielaborazione per immagini di un pensiero al contempo etico e teoretico, e qui, in Oxhide II (Cina, 2009, 133'), più ancora che nel precedente Oxhide (Cina, 2005, 110') perché qui viene anche recuperata un'unità di rappresentazione che per certi versi radicalizza il percorso intimo e volitivo della regista cinese; Liu Jiayin, infatti, torna a fare della propria famiglia il nucleo tematico del proprio cinema, come già era per Oxhide, ma questo nucleo è intercalato ora nel realismo più radicale e sconcertante che possa essere filmato, ovvero in una quotidianità che la cineasta tenta di manipolare il meno possibile, accostandosi, per certi versi, al realismo ontologico di baziniana memoria: la mdp è fissa e posizionata in maniera (apparentemente?) casuale*, i piani-sequenza appaiono lunghi e incessanti e tutto ciò che ne risulta è una quotidianità insopportabile, estenuante, impossibile da vivere. Già siamo a conoscenza della quotidianità della famiglia Jiayin, ma, appunto, si tratta di una conoscenza avanzata da caratteri puramente e prettamente mostrativi, quasi a preambolo della conoscenza (più nuova che rinnovata) che con il secondo capitolo di quella che, ad oggi, è una trilogia acquista caratteristiche percettive e, soprattutto, una struttura corporea e corporale. Cosa filma, dunque, Jiayin? Nient'altro che la preparazione, e la successiva consumazione all'ora di cena, degli gnocchi. Estetico ed estatico come il miglior cinema contemplativo sa essere, Jiayin propone una sfida, e per chi scrive il criterio di valutazione di un'opera d'arte non è che il fondamento della sfida stessa. Non l'opera in sé, ma quello che fonda l'opera d'arte stessa, ovvero la sfida. Cos'è una sfida? La sfida è fatica, sopportazione, lenimento. Solo un decerebrato o la giuria degli Academy Awards (o entrambe le cose, nel caso voi siate il presidente della giuria suddetta) può pensare che un'opera d'arte sia accomodante e pacifica. Affatto, l'opera d'arte richiede disciplina e questo per il semplice fatto che proprio dell'opera d'arte è entrare nel tuo io, nel tuo mondo e per far questo necessita innanzitutto di portare te dentro il suo mondo – operazione, questa, che richiede una certa disciplina sia da parte dell'artista sia da parte dello spettatore; la difficoltà sta tutta qui, nella fondazione della sfida: io creo l'opera affinché lo spettatore possa vincere la sfida che l'opera d'arte gli pone e, decifrandola, provi godimento per l'opera d'arte stessa. È faticoso, ma anche, per utilizzare un lessico banalmente e orrendamente bancario, remunerativo. Ora, quello che accade assistendo a Oxhide II è giusto questo: ci si ritrova di fronte al classico film durante il quale la sala si svuota entro i primi venti minuti e chi rimane fino alla fine, all'uscita, avrà le mani sanguinanti a forza di applaudire, perché di fatto non si assiste a Oxhide II, si contempla Oxhide II e, contemplandolo, si ha la netta percezione che quanto si ha davanti sia assolutamente onesto, il che, visto il carattere della pellicola, implica una serie di cose come per esempio la fatica (appunto) e l'affranto. È vita, quella? Evidentemente sì, sicuramente sì – e per questo è cinema. Grande, grandissimo cinema che solo chi teme la vita può disprezzare. Liu Jiayin, con disincantato realismo, invita lo spettatore a farsi spettat(t)ore, a diventare cioè parte di quel male di vivere montaliano che solo colto nella sua genuinità (la preparazione degli gnocchi, ripresa con uno stile documentaristico che, lungi dal farsi asettico, è invece caldo e vibrante) può lavorare nello spettatore a livello ora epidermico ora intellettuale, ora spirituale ora viscerale e farsi contemplazione che è azione, azione che è contemplazione. Contempla-azione. Non basta, a Liu Jiayin, mostrare il materiale da lei elaborato e, come una novella Updike o, meglio ancora, come un Carver cinese, proletario, giovane e donna, si sforza d'inventare una tecnica espositiva (il minimalismo canalizzato dal realismo: in una parola, la povertà della working-class cinese) affinché a quel materiale filmico venga adoperata per opera dello spettatore (ecco la sfida, la difficoltà) una transustanziazione che lo faccia ridiventare materiale o frammento di vita, quale di fatto era**: cinema, lo è stato per essere comunicato ed è stato comunicato per essere (ri)vissuto: di nuovo, cinema che è vita e vita che è cinema - vita che non può essere senza cinema e cinema che non può essere senza vita. Spendere ulteriori parole riguardo l'encomiabile e commovente rispetto che questa regista nutre nei confronti della settima arte è ora superfluo.

* O almeno l'effetto è questo, visto che le teste, molto spesso, vengono mozzate dallo schermo.
** Jiayin commistiona volentieri fiction e documentario, ma, a differenza del primo capitolo, qui l'elemento documentaristico è, come accennato più sopra, preponderante.

2 commenti:

  1. Da quel che ho capito, ti ha entusiasmato ancor più del primo capitolo (forse per l'elemento documentaristico più predominante). Poi hai delineato aspetti che solitamente tendono ad attirarmi come una calamita, per esempio quando fai riferimento a un certo stile di posizionamento della cinepresa, inquadrature che mozzano le teste (mi viene in mente Lanthimos, ma anche, più commercialmente, "Afterschool") nonchè, questa soffermazione sull'attività culinaria, cosa che mi spinse ad accostarmi (prima ancora di conoscere la regista) la prima volta verso "Jeanne Dielman", inizialmente infatti, credevo che tutto il film si concentrasse in cucina, o quasi. Inoltre parli di trilogia, c'è anche un "Oxhid III" oppure ti riferisci a qualche film precedente che possa, in qualche modo, accostarsi a questo dittico?
    P.S. Liu Jiayin, non è quella su cui facevano la retrospettiva all'ultimo TFF?

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    1. Sì, mi ha entusiasmato (curioso usare questa parola per un film del genere: è la parola giusta, ma l'ultima che andrei a pensare. Quando lo vedi, capirai), e molto più di "Oxhide". Plastico, incisivo, onesto - davvero un gran film! Anche se in "Oxhide" c'è più roba, per certi versi... Comunque, da quel che ho capito esiste un "Oxhide III", ma credo sia ancora in post-produzione o qualcosa del genere, perché ne ho letto pochissimo e tutte notizie vaghe e indistinte.
      Comunque no, non era lei - era un altro di cui, ora, mi sfugge il nome. Credo fosse taiwanese...

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