Journey to the West (Xi You)


Continua, nonostante l'addio dichiarato dopo la presentazione in quel di Venezia del bellissimo Stray dogs (Taiwan, 2013, 128'), l'esplorazione del personaggio monacale di Lee Kang-sheng iniziata con Walker (Cina, 2012, 27'), e continua perché, nonostante i movimenti e le parole abbiano trovato una propria, naturale fine, rimane il silenzio di quella fine, la stasi che segue un addio: Journey to the west (Taiwan, 2014, 56') enuclea, rappresenta e mostra quella stasi, quel silenzio sconfortante e ineluttabile che è, in senso per niente lato, il cinema in quanto tale, nell'essenza più intima e profonda che Tsai aveva già colto nell'elegiaco Goodbye, Dragon Inn (Taiwan, 2013, 82'). Cos'è il cinema? La domanda vibra e rieccheggia sin da prima dell'omonimo scritto bazianiano, ma solo i grandi autori – i mostri sacri, gli eterni della settima arte – sanno porla in modo continuamente nuovo, rinnovandola in ogni singola pellicola. Ecco, Journey to the west è la domanda, ma questa domanda è formulata a mo' di grido – «un grido in cerca di una bocca». Per nulla criptico e anzi più che mai empatico e sensibile, Tsai Ming-liang rivolge, con il presente lungometraggio, una sorta di tributo alle tribolazioni di un cinema che necessita di riformulazione, cui risultano insufficienti le categorie di immagine-movimento e di immagine-tempo e di che altro per assere apprezzato, poiché ora la domanda che pone non circola più intorno all'immagine ma è sull'immagine stessa, sulla sua essenza, e per far ciò è imprescindibile il movimento fichtiano* di risalita dietro l'immagine, prima cioè che questa divenga mezzo di rappresentazione e si presenti quale essa è, ontologicamente, in tutta la sua purezza; a questo proposito risulta essenziale, per quanto appunto rappresentativamente esiziale, il fotogramma del muro verniciato di rosso, forse cardine e fondamento dell'intera opera proprio perché rappresentativamente esiziale e, conseguentemente, essenzialmente immagine. Certo, a questo punto il rischio di palesarsi come nemici dell'immagine è prossimo e, molto probabilmente, è ciò che molti cineasti tentano – penso, per esempio, a Buenas noches, España (Spagna, 2011, 73') – ma credo che si debba considerare questo rischio come nient'altro se non una modulazione dello stesso atteggiamento che porta il cineasta ad amare l'immagine a tal punto da avanzare la domanda sull'immagine in sé, tant'è che lo stesso Raya Martin, nel film appena citato, non fa che distruggere l'immagine per scavalcare la bal(l)ade dei protagonisti, ovvero quell'immagine-tempo che pare ora abbia fatto il suo tempo. Si tormenta l'immagine, è vero, ma la si tormenta in quanto immagine-che-deve-rappresentare-qualcosa, il che, come accennavo in Pieghe #8: Spinoza e il finale de Il cavallodi Torino, porta l'autore ad essere nemico di quell'immagine precisa, quindi partigiano dell'immagine pura. Certo, i tempi di Rebels of the neon God (Taiwan, 1992, 106'), de Il buco (Taiwan, 1998, 95') e delle altre opere del taiwanese risulteranno parecchio lontani, ma ciò non si deve ad altro se non al fatto che, come scriveva Lukács, ogni fine autentica è una fine vera e propria: «Ogni fine autentica è una fine vera e propria» scriveva Lukács, «la fine di un percorso dove percorso e fine non costituiscono un'unità, non sono collocati uno accanto all'altra come equivalenti, eppure coesistono: la fine è impensabile e irrealizzabile se il percorso non viene compiuto in modo sempre nuovo; non c'è fermata alcuna, ma arrivo, non pausa, ma scalata». La fine del cinema, dunque? No, quella c'è già stata. La fine di Ming-liang? No, anche quella c'è già stata. La fine di cosa, allora? In effetti, la fine di quel cinema, di quel Ming-liang, di quell'immagine – ed è una fine autentica, che cioè autentica ciò che la seguirà, ciò che verrà dopo e, almeno di primo acchito, qui è già in nuce; non è un caso, infatti, che Tsai metta al centro della scena il suo alter-ego, Lee Kang-sheng, e, ancora più interessante, non è un caso che questo alter-ego abbia – finalmente! – una sorta di seguace (Denis Lavant, ossia il Merde di Holy motors (Francia, 2012, 115') di Carax e Tokyo! (Francia, 2008, 112') di Carax, Joon-ho, e Gondry), una bocca nella quale poter impiantare il proprio grido, la propria domanda. Del resto (e infine) ciò che risulta subito all'occhio, una volta terminata la pellicola, è l'assenza dell'elemento primo del cinema di Tsai Ming-liang: sì, manca la pioggia in Journey to the west o, per meglio dire, la pioggia è finita – qualcosa vorrà pur dire, no?



* Mi riferisco a quello che Fichte tentò nei confronti dell'Io kantiano.

20 commenti:

  1. Interessantissimo, ma dove sei riuscito a beccarlo? Davvero non piove mai? Che ci fa Denis Lavant? E' tutto molto strano.
    A proposito, spero finalmente di vedere "Stray dogs". Grazie infinite! Non vedo l'ora!

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    1. Ehi, ti avevo scritto una mail, non l'hai ricevuta? Comunque se googli "Tsai journey to the West streaming" lo trovi subito (purtroppo non riesco a linkartelo perché sono col cellulare, scusami). Devi però affrettarti, perché sta in streaming per una settimana.

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    2. Ah, ecco, ce l'ho fatta: http://thefilmstage.com/news/denis-lavant-stars-in-tsai-ming-liangs-journey-to-the-west-streaming-online-for-one-week/

      Ma il tuo indirizzo e-mail non è più bombusargillaceus? E, inoltre, dove hai pescato quel capolavoro di "Stray Dogs"?

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    3. Sì, l'ho ricevuta, e ti ho risposto, ma con il cellulare non riuscivo ad aprire il link. Domani vedo anche questo. Grazie due volte, allora.

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  2. Recensione ottima e analisi sulla "fine" azzeccatissima, Yorick! Una fine che a mio avviso oltrepassa quell'assenza ming-liangiana (e non solo) facendone una sorta di riformulazione, e che da una parte è già presente fin dalla prima, infinita sequenza fissa sul volto di Lavant (e quindi mette in luce già il seguace dell'alter-ego) e dall'altra, è un perfetto ponte di collegamento con il finale, o meglio, il pre-finale (che è meglio del finale vero e proprio) di "Stray Dogs". Senza contare due osservazioni molto interessanti che hai fatto: il muro (e su quella "immagine" ci avrei lavorato anch'io) ma soprattutto l'acuto riferimento all'elemento mancante: la pioggia, bravissimo. Mi era proprio sfuggito questo particolare, sicuramente perchè concentrato a mia volta su altri due fattori che hanno catturato la mia attenzione:
    1) la stimolazione nell'individuare l'elemento "estraneo" all'interno dell'immagine; l'esempio migliore è l'ultima sequenza, che a mio vedere è quasi un rebus (la prima cosa che ti induce a fare, prima ancora dell'apparizione del monaco, è proprio quella di indovinare il punto da dove costui potrà apparire) oltre che geniale, anche perchè si serve di un riflesso (il soffitto specchiato) per dare nuovamente senso alla riformulazione (e qui, mi viene in mente Raya Martin), tra l'altro girata in campo lungo e quindi in antitesi con il primissimo piano dell'inizio.
    2) la distanza; quella che separa le figure del monaco e di Lavant, in molte inquadrature (la spiaggia, per esempio / la giostra) ma in maniera più analitica, quando quest'ultimo segue il monaco passo dopo passo, cercando di imitarne non solo le movenze, ma proprio il percorso. Inizialmente, la cinepresa sembra inquadrarli più ravvicinati, ma in realtà se noti, Lavant riesce a mantenere costantemente una distanza precisa... Fantastico!
    Visto che ne hai appena scritto, su "Echi" voglio contribuire a questo tuo post con una serie di fotogrammi che sono riuscito a catturare direttamente dallo streaming :)

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    1. Sì, hai ragione. L'elemento spaziale è di primaria importanza. Purtroppo io, per questioni di argomentazioni, ho preferito declinare il discorso in maniera diversa e queste considerazioni fondamentali, che ti ringrazio d'avere espresso, non hanno trovato modo d'essere nel post. Di sicuro il cinema di Ming-liang, se addirittura non si basa, di certo fa dello spazio un elemento fondante e fondamentale, e a memoria della sua cinematografia mi vien da dire che il suo percorso, da questo punto di vista, abbia portato a una progressiva saturazione dello spazio. Una spazializzazione, sì, ma una spazializzazione del vuoto, una sorta di riempimento di vuoto dello spazio, che, come giustamente dici tu, destabilizza lo spettatore: da dove entrerà il monaco? C'è tanto da vedere, l'occhio si perde (specie nella sequenza specchiata) e tutto scivola via... la mia impressione è stata più o meno questa. La distanza è un altro fattore, che però non riesco bene a decifrare: che pensi voglia significare?

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    2. Ma guarda, sono semplicemente rimasto catturato proprio da questo tipo di "pedinamento" a distanza, appunto. Su come possa essere interpretato, ti dirò che non ci ho ancora pensato.

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    3. Da teorizzazione la sequenza del muro rosso invece (hai fatto bene a inserire i fotogrammi), altrochè!

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    4. Sì, serviva. Più allo spastico che ha commentato qui sotto che a me, a dire il vero. Ma, sai com'è, io in fondo ho lo spirito dell'umanista!

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    1. Anche l'evoluzione, però - sai com'è - è essenziale.

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    2. La noia è la soglia di grandi imprese, diceva Benjamin. A posteriori, dovresti esserne contento.

      IV

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  4. Bellissimo ed eterno, poetico e totalizzante. Tsai è un regista la cui evoluzione non conosce limiti, manipolatore geniale della dimensione diegetica. Non saprei che altro scrivere perchè non trovo le parole dinanzi a tale opera immensa. Condivido tutto ciò che hai scritto, grande Yorick!

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    1. Gentile come al solito, Andrea. Effettivamente, questo è davvero un gran bel film, anche se credo attenda un completamento con la terza parte contenuta in "Letters..." - ma già questo dittico è sufficiente per far gridare al miracolo (miracolo che non abbia smesso di girare, per prima cosa).

      Scusa la curiosità, ma sei anche tu su blogger con un blog?

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  5. Non sapevo fosse un trittico, molto interessante! Comunque l'altro miracolo lo vidi alla proiezione lidense di "Stray Dog", non dimenticherò mai più quella giornata :) Avevo letto in qualche tuo post che pure te eri presente! Ed è una fortuna che non abbia smesso di girare :)
    Per ora seguo solo il tuo blog ma non ne ho uno mio, poco tempo da dedicarci purtroppo :(

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    1. Sì, se non ho capito male dovrebbe essere un trittico.
      Visione superlativa, quella lidense! Per me, il miglior Ming-liang - assoluto!

      Spero allora che il tempo si dilati come in un film contemplativo, da quel poco che ti conosco sarebbe un blog che leggerei volentieri, il tuo :)

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  6. Ti ringrazio molto Yorick :) Dedicherei la mia vita al cinema. Di fatto l'equazione "cinema = vita" è un elemento fondamentale della filmografia di Tsai, già intimamente presente nel primo lungometraggio, "Rebels of the Neon God", che amo! La scena finale, quell'inquadratura su un cielo plumbeo, con un sottofondo musicale (tema del film) le cui note incantano lo spettatore, non lascia speranza alcuna, è l'immagine del vuoto esistenziale, è poesia pura ed imprescindibile.
    Quando ho scoperto il tuo blog, ho scoperto un mondo che mi attira sempre di più!
    Cito nuovamente una tua frase che è, secondo me esplicativa, in merito a ciò che vado cercando: "Bisogna allora tornare indietro, tornare al film e non considerare nient'altro, solamente il film nella sua peculiarità, nella forza sismica che crolla lo spettatore schiantandosi nella sua vita."

    Purtroppo con il lavoro ho meno tempo, però la qualità dei film che vedo mi appaga pienamente! Grazie Yorick:)

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    1. Sì! E' vero! E' proprio un vuoto, un vuoto che riempie - hai ragione. E ciò che riempie è appunto quel senso che nel film circola fino ad arrivare allo spettatore, alla sua esistenza. Giustissimo!

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  7. Sono le 02:22 della notte.
    Mi sono appena svegliato dopo aver avuto una paralisi nel sonno, mentre in televisione trasmettono questo film.
    E' bloccata l'immagine, il viso di un uomo, e sono bloccato anche io non riesco a muovermi, ho gli occhi chiusi ma vedo il soffitto e vedo il film, mi faccio forza mi sveglio prendo il telecomando e cambio canale ma torno subito indietro e l'immagine e' scomparsa.
    Quello che ho capito mentre dormivo, cosa mi ha trasmesso il film nel sonno e' : disperazione, pace e consapevolezza essere se stesso cosciente in un mondo indifferente.

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