ARAL. Fishing in an invisible sea

L'Aral è quel lago salato sul confine tra Uzbekistan e Kazakistan. La sua fama è dovuta in gran parte allo sproporzionamento che, negli anni e per mano umana*, ha subito; nel 1960, infatti, esso era annoverato tra i quattro laghi più grandi del pianeta, mentre ciò che dal 2007 ne resta è inferiori al 90% della sua dimensione originaria. L'attività della pesca, all'epoca perno dell'economia della regione, si è drasticamente ridimensionata, portando di fatto al collasso di diversi villaggi sulle sponde del lago. ARAL. Fishing in an invisible sea (Uzbekistan, 2004, 52') prende le mosse da quest'orizzonte riarso e disperante, e ciò che subito va a presentare è un bacino lacustre smoderatamente piccolo, contornato dai relitti arrugginiti di quelle barche che, presumibilmente, erano una volta adibite alla pesca (fotogramma #1): sopraggiunge una macchina, ne scendono due uomini, uno di questi taglia un oggetto (la carcassa della nave?) con una fiamma ossidrica (gesto che, con una maniera che ricorda quella del Buñuel in Un chien andalou (Francia, 1929, 16'), è equiparato al varco celeste che due serie di nuvole non coprono) e infine i due caricano quella che ha tutta l'apparenza di essere una bombola nell'auto, quindi ripartono. La sensazione di aver assistito a un'attività rutilante è avvallata dalla ripresa successiva, in cui si vede una donna filare nell'androne buio di una casa, ma ciò che più commuove e, di fatto, vena l'intero documentario è proprio l'azione di recupero e di ricerca fatta dai due uomini, paradigmi di un'umanità per così dire residuale, che tenta di sopravvivere attraverso il recupero e la riutilizzazione di cadaveri ferrigni, quindi un'umanità fondamentalmente vecchia, passata prima ancora che povera, la cui vicinanza a quegli oggetti spogliati della loro utilità dal tempo e dunque anche della loro oggettualità, della loro intima essenza oggettuale è non soltanto geografica e metaforica ma reale e concreta. Contraltare di questo scenario derelitto è la gioventù, esemplificata da un ragazzino che ai ricordi genitoriali ha sostituito la visione di un presente che fagocita e annulla il passato: «Mio padre e mia nonna dicono che il mare** era grande. Che era pieno di pesci che in esso nuotavano. Dicono che era pieno di barche. Queste nuotavano e giocavano con la schiuma delle onde, sdraiate sul mare. Mio padre e mia nonna si divertivano e guardavano le barche andare e tornare. Io non gli credo. Non ho mai visto questo mare, non posso immaginarlo». E ancora: «Se l'acqua non torna, qui non si potrà più pescare. Se l'acqua mancherà per sempre, qui non ci sarà futuro. Dovremo andarcene da qui. L'acqua è l'unica cosa che abbiamo perso, non ci sono altri problemi da queste parti. Quando c'erano i pesci, il cibo non mancava». È la fine di un mondo, il rinnovato consumarsi di un'apocalisse che, agli occhi del ragazzino, ha già devastato il passato e promette, ora, di fare lo stesso con il futuro; il gap tra passato e presente, infatti, è palese e concreto, tant'è che difficile sarebbe, date le immagini proposte da Carlos Casas e Saodat Ismailova, immaginare come dev'essere stato vivere sulle sponde dell'Aral intorno agli anni Sessanta, e questo inevitabilmente corrobora la percezione che il presente dell'Aral non poggi in realtà su nessun passato, che passato e presente di quella regione facciano parte, sì, di un unico mondo ma senza in effetti essere comunicanti, come dinosauri ed esseri umani. Luogo della memoria più che depositario di essa rimane comunque un vecchio pescatore disilluso o realista, il quale racconta: «Ai vecchi tempi, i ricchi possedevano degli schiavi. Sono dispiaciuto che si stia tornando a quei giorni lì. Era il tempo del feudalesimo, quindi è arrivato il capitalismo e più tardi si è stabilizzato il socialismo, e ora stiamo tornando al capitalismo. E cosa succederà, se torneremo ai tempi del feudalesimo?». L'angoscia nei confronti del futuro è dunque la linea d'ombra su cui tutti gli abitanti del villaggio camminano, chi prospettando il feudalesimo e chi, invece, prospettando il nulla, e la visione che ne emerge, almeno per lo spettatore, almeno per il sottoscritto, è paurosamente simile a quella che si presentava sul limitare della collinetta al padre e alla figlia ne Il cavallo di Torino (Ungheria, 2011, 146'): il nulla o per meglio dire l'infinitamente identico, la ripetizione di ciò che già c'è ed è già qui, di cose come per esempio la perdita del tempo, l'offuscamento della memoria, la percezione di rinnovare quotidianamente l'apocalisse col solo atto della propria esistenza eccetera. Cose insomma che ci riguardano tutti da vicino, molto di più di quanto ci sia dato credere.

«Faccio spesso sogni riguardanti i vecchi tempi. Sogno che stavo pescando su di una barca... ma è inutile, ora. È tutto dentro di me, nel mio cuore. E torna a mostrarmisi come in una visione. Ma tutto ciò è inutile: l'unico luogo verso cui salperò, ora, sarà la tomba.»


* I due immissari del lago non compensano l'evaporazione dello stesso, dovuta all'aridità caratteristica del bassopiano turanico, a causa dello sfruttamento adoperato su di essi dai consorzi agricoli.
** In realtà l'Aral è un lago o bacino endoreico, in quanto mancano gli emissari che lo colleghino all'oceano. In chirghisio, comunque, Aral significa mare delle isole per via della grande quantità di isolotti in esso presenti.

13 commenti:

  1. Ciao, Yorick! Impressionante è guardare le immagini del lago che dal 1985 ad oggi ha perso più del 90% della sua portata idrica. Soprattutto la parte uzbeca è ormai perduta. Per sempre. Uno dei tanti disastri ambientali da imputare alla ex URSS.
    Questo deve essere davvero un bel documentario. Ma è uno di quelli che non riesco proprio a vedere senza deprimermi. Guardare come l'uomo riesca a distruggere in così poco tempo una meraviglia naturale, un vero mare in questo caso, a causa della sua dissennatezza, mi causa una rabbia tremenda. Qualche anno fa ho letto il bel libro di Goldschmidt "Lo strano caso del Lago Vittoria" e i danni causati dall'introduzione della perca del Nilo, che in pochi anni ha devastato un intero ecosistema. Ho evitato, però, come la peste il documentario tratto dal libro!

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    1. Bombus! Che bello saperti vivo, da quale anfratto del globo terraqueo mi scrivi? Spero che la tua indole da ebreo errante ti abbia fatto scoprire cinema impersi di cui qua non si sente manco l'eco :)
      Il libro di Goldschmidt, comunque, non l'ho letto, e mi manca persino il documentario, ma visto che ultimamente non sto vedendo altro che documentario lo recupererò appena possibile. Purtroppo i disagi dell'URSS non si fermano qui, ma in questo caso sono stati bravi i registi a evocare l'idea della colpa tramite l'inquadratura, fugace, del volto di Lenin, quasi a dire che, sì, la responsabilità è sovietica, ma che anche è fondamentalmente una caratteristica dell'umanità distruggere ciò che gli sta d'attorno.

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  2. Nessun lido terrestre (e non) potrà più sfuggirti, oramai sei il Re della docu-contemplazione ;)
    @ Ciao bombus, qui ti aspettiamo!

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    1. Aveva ragione rombro: noi siamo gli Holly e Benji del cinema contemplativo, nel senso che pur giocando allo stesso gioco occupiamo due posizioni ormai ben distinte - tu quella narrativa, io quella documentaria. Scherzi a parte, la prossima recensione sarà su qualcosa di narrativo (e contemplativo, ovviamente!), promesso. Però, cribbio, dammi un po' di soddisfazione: a forza di sfiancarti con 'sta docu-contemplazione (ormai il termine l'ho fatto mio), ti ci ho messo almeno un po' in fissa? :3

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    2. Ma certo che mi hai incuriosito, eccome! E come sai, non posso che ringraziarti sempre per il cinema che proponi. Ne ho pronti tantissimi di quelli da te recensiti, assieme ad altre cose arretrate. Aspetto solo il momento migliore per vederli, ma ci vuole serenità interiore e concentrazione, innanzitutto, cose che purtroppo, al momento mancano, essendo sostituite da altre che hanno inevitabilmente la precedenza. Diciamo che è un periodo un pò sottotono, Yorick, (oltre agli impegni lavorativi a scadenza come ti accennavo via mail), c'è anche poca voglia di scrivere, a dirti il vero. Un periodo credo simile a quello passato da te dopo "l'abbuffata" della Biennale, in cui ti sentivi un pò demotivato. A ogni modo, transiti regolari per qualsiasi blogger credo, un pò come gli artisti, ci vuole l'ispirazione, l'attimo giusto, la spinta...

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    3. Sì, transiti regolari, anche se dubito per qualsiasi blogger: i mangiatori di brioches, certi periodi, non li hanno, come puoi ben vedere. Scrivono, scrivono, scrivono - ma cosa scrivono? Ti dirò che senza un minimo di inerzia il blog non va avanti, su questo credo non ci piove, ma credo pure che senza certi periodi un blog rimarrebbe un coacervo di post inutili in cui più che scrivere si ripete e, anzi, sono abbastanza sicuro che siano certi periodi a fare di un blog un blog personale, perché è appunto in certi periodi che cinema e vita (lavorativa, sentimentale etc.) sono incredibilmente vicini.

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    4. Hai perfettamente ragione, d'accordo su tutto, anche sui mangiatori di brioches ;)

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  3. ho visto "L'incubo di Darwin", si soffre, purtroppo.
    Aral mi manca, qualche film russo (sovietico) bello è stato ambientato su quelle rive e su quelle acque

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    1. Interessante, molto, "L'incubo di Darwin". Questo, però, è più mostrativo, per così dire. "Aral", te lo consiglio. Si soffre, è vero. Ma è necessario.

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  4. ecco il film: http://www.imdb.com/title/tt0049783/

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    1. Mancava, grazie. Ma non riguarda l'Aral, giusto? Cioè, ci è solo ambientato?

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  5. sì, il mare d'Aral è lo sfondo della storia
    http://en.wikipedia.org/wiki/The_Forty-First_(1956_film)

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    1. Ah, okay. Naturalmente il film in italiano è introvabile, perciò me lo vedrò sub eng. Grazie, markx!

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