Tie Xi Qu: West of the Tracks (鐵西區)


Il distretto di Tie Xi (Cina, 2003, 556') è un documentario fradicio di disillusione e desolazione*, ma anche, nel mezzo, di una dolcezza che, pur parendo aliena a quell'incendiarsi del tempo avvenire, scova nella miseria un'umanità rinnovata**, forse nuova, sicuramente adattata al presente e adatta - si direbbe - a proiettarsi nel futuro. Ci sono insomma la vita e la morte, e ambedue si compenetrano a vicenda. Nella prima parte, Ruggine, Wang Bing testimonia la chiusura del distretto industriale di Tie Xi e della vicina comunità che, ridotta in povertà e sull'orlo dell'annientamento non più solo morale, si destreggia a vivere, anzi a sopravvivere prima di tutto a se stessa, e lo fa, questo, formulando, attraverso gli iniziali e maestosi piano-sequenza ferroviari, l'intero documentario come un epos o, meglio, una nekuia; qui, infatti, lo statalismo cinese, a seguito di delocalizzazioni e fallimenti economici***, ha trasformato il distretto in una sorta di cimitero o città fantasma, con fabbriche ora semivuote ora completamente abbandonate e consecutiva decurtazione del numero degli operai ad esse addetti. Nella seconda parte, Resti, si assiste invece alla quotidianità della nuova generazione, la cui capacità non soltanto di vivere e di accontentarsi ma anche e soprattutto di adattarsi a e, probabilmente, vivere per ciò che il presente le presenta dinnanzi è, secondo il parere del sottoscritto, ciò che davvero muove il film e lo rende incredibilmente potente, proiettando e inoculando una realtà altrimenti distante da quella dello spettatore nella realtà stessa dello spettatore e trasformando così Tie Xi Qu in qualcosa che va al di là della semplice e fredda documentazione di una realtà in sfacelo e si fa progressivamente talismanico, umano, pregno di una commovente aspirazione alla libertà (libertà di vivere, se non altro) che lo scardina da ogni soffocante, oppressivo e asettico inquadramento di genere e lo tramuta in qualcosa di inarrivabile e magnifico: totale. Tutto ciò ha gravide implicazioni sulla terza e ultima parte della pellicola, Rotaie, durante la quale l'impronta epica (nel senso di epos, appunto) è preponderante e, per mezzo di un viaggio in treno (lo stesso dell'inizio, presumibilmente), viene scandagliato l'intero distretto; a differenza della prima parte, però, prevaricano sugli interni gli ambienti esterni e, per quanto la Ringkomposition agisca come ammortizzatore di facili ed ingenue speranze, si ha come l'impressione di un rischiaramento quantomeno metafisico, che in qualche modo cioè i resti, i residuati di quest'immensa decadenza agiscano su questa stessa decadenza. Certo non so che letture innocue e miopi, e del resto per quanto una generazione possa adattarsi a un determinato ambiente le colpe dei padri graveranno per sempre su di essa, pronunciando nei suoi tentativi d'adattamento, se non già una (pre)destinazione alla sconfitta, una vita soltanto a metà.

* Cosa che non stupirà chi è abituato alle produzioni della new wave documentaristica cinese, autrice di capolavori in cui sono l'angoscia e la disperazione a farla da padrone, come Karamay (Cina, 2010, 356') di Xu Xin.
** Elemento, questo, presente anche nel suo ultimo lavoro, Feng ai (Hong Kong/Francia/Giappone, 2013, 227').
*** L'economia sembra essere uno degli interessi principiali e principali della nuova generazione di documentaristi cinesi, si veda ad esempio il Last train home (Canada/Cina/Inghilterra, 87') di Lixin Fan.

2 commenti:

  1. Eh, non c'è niente da fare Yorick, la tua passione e costanza (soprattutto costanza, e tanta , tanta pazienza) per questo genere di produzioni cosi' mastodontiche (e di natura documentarista, tra l'altro) è solo d'ammirare. Credo che se dovessi navigare in rete alla ricerca di altri (semplici) appassionati di cinema che si dilettano nello scrivere su tali lavori, non troverei nessuno che possa competere con quanto ne scrivi te... A questo punto mi sorge un dubbio; sei sicuro di non essere un parente misconosciuto di Ghezzi? :D
    Riguardo al film, trovo interessante questa suddivisione in tre parti, con dei titoli fenomenali tra l'altro (ruggine, resti, rotaie) incentrato su ambientazioni come le ferrovie, i capannoni dissestati, che su di me, hanno sempre generato un enorme fascino... Di contro però, non ti prometto nulla, sarà dura che almeno per il momento possa gettarmi su una visione del genere, anche perchè come ben sai, già fatico con i documentari di durata normale. Del regista, più abbordabile invece (e questa è una promessa) "Feng Ai", per il quale non posso che chiederti cortesemente di informarmi appena sarà recuperabile!

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    1. A dire il vero pensavo di vedere molti più film in questi giorni, invece ne ho visti proprio pochi. Volevo andare sul sicuro e ho ripiegato su quelli che mi sembrava certo mi sarebbero piaciuti. Un errore per un blog del genere, che bene o male si promette di segnalare film non così noti... Comunque sia questo, per quanto possa spaventare la durata, "Tie xi qu" è una di quelle pellicole che andrebbero viste - assolutamente e forse ora più che mai. Detto questo, conosco ormai discretamente bene i tuoi gusti e so che un film del genere potrebbe non essere incoraggiante (al contrario fai bene a fremere per "Feng ai"), ma ti consiglio almeno di tenerlo sottomano: il cinema che piace a noi, quello cosiddetto contemplativo, ha una struttura che è eminentemente documentaristica, dopotutto.

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