Disorder (Xianshi shi guoqu de weilai)



Il disordine di Xianshi shi guoqu de weilai (Cina, 2009, 58') è un disordine visivo se non già percettivo, che si avvicina a quello sperimentato in Begotten (USA, 1990, 78') da E. Elias Merhige non solo per la sgranatura dell'immagine che per prima lo esperisce ma anche e soprattutto per il grado ontologico che nell'economia del film viene ad assumere; in questo senso, pur accostandosi a quella new wave documentaristica di provenienza cinese per la carica eversiva e polemica che connota sia il film di Weikai sia, per esempio, Il distretto di Tie Xi (Cina, 2003, 556') di Wang Bing, Karamay (Cina, 2010, 356') di Xu Xin e Last train home (Canada/Cina/Inghilterra, 87') di Lixin Fan,  Weikai se ne discosta, andando a comporre un tableaux di found-footage in cui la leggibilità della scena è appunto non sottomessa a un qualche criterio di visibilità ma prepotentemente vissuta, esperita dallo spettatore in maniera fisica, corporea: l'immagine cessa di essere iconografica e si fa puramente materica. Attraverso questo procedimento Huang Weikai intende non tanto descrivere quanto riprodurre, nel senso di ricreare e far rivivere, il disordine della Cina più urbanizzata, scavalcando così quanto Hitchcock ebbe a dire a Truffaut* o, per appropriarsi della terminologia hitchcockiana, appropriandosi di quegli elementi più propriamente filmici per riversali nel documentario, quindi riformulando sostanzialmente e formalmente il genere documentaristico, concepito non più come riproduzione del reale bensì alla stregua di qualsiasi arte poietica, generatrice, tramite la quale il regista documentario diventa esso stesso un Dio o una madre, comunque un'entità creatrice oltreché facitrice: e lo spettatore vive questa realtà, il disordine disorientante e destabilizzante lo permea fino a renderlo spettat(t)ore o, meglio, ritornando ad assumere una posizione attiva, in contrasto con quella passività richiesta da un certo cinema da multiplex. È qualcosa di molto democratico, se si vuole. Il regista non conduce lo spettatore e la sua attenzione come, per ritornare ad Hitchcock, succede col bicchiere di latte in Suspicion (USA, 1941, 99'), ma lo lascia libero di muoversi e di osservare come può fare fuori dalla sala cinematografica. Questo effetto è tanto più largamente percepito quanto si ha l'impressione di assistere a un documentario, assemblato tra l'altro con immagini di repertorio o stock-shock di grande impatto, tant'è che a conti fatti lo spettatore non guarda Xianshi shi guoqu de weilai ma lo vive. E cosa vive? Vive il disordine, ma è un disordine lontano da quello di Assayas**, intimo e psicologico, e più vicino, per intenderci, a quello descritto da Knut Hamsun in Fame***, dunque sociale e frastornante, anzi frastornante proprio per questo suo carattere collettivo, sovrastrutturale, coercitivo. È la sovrastruttura che struttura la struttura. Non è il disordine dell'inurbato ma è l'urbanità stessa che è disordine, caos, anarchia degenere, disfunzione. È la fame di Hamsun, di nuovo. Quella fame che fa concettualmente da prodromo all'altro capolavoro del norvegese, Pan, e ne fa del suo prefinale**** un qualcosa di necessario e ineluttabile; per quanto non veicolata nel corso del minutaggio della pellicola, la reminiscenza waldeniana***** sembra infatti palesarsi e concretizzarsi nella mente dello spettatore come il monito che Rilke percepì dopo aver ammirato la statua d'Apollo, che intima al poeta: «Devi cambiare la tua vita»******. L'insostenibilità dell'urbano da fisica e materica qual era diviene pura suggestione, scaglie e frammenti della quale sono impurità derivanti da quell'effettiva materia caotica. Sarebbe dunque bizzarro e sterile leggere Xianshi shi guoqu de weilai come un semplice film di denuncia, c'è qualcosa di più e questo qualcosa è giusto ciò che rimanda all'azione dello spettatore, alla fuga dal disordine che dallo spettatore pretende o quantomeno suggerisce. Ecco l'efficacia di Xianshi shi guoqu de weilai, gli effetti prima fisici e poi concettuali che solo le grandi opere sanno produrre, ed ecco l'accostamento, che ora spero meno azzardato, ai romanzi di Thoreau e Hamsun******* e, in ambito cinematografico, a quelle pellicole********  di cui si è avuto modo di discorrere tempo addietro e che fondamentalmente rappresentano lo step che segue necessariamente a ciò che ha qui agglomerato, agglutinato, convogliato Huang Weikai. E solo allora, solo dopo aver raggiunto quello step, gli involucri che s'assiepano per le strade della caotica città cinese rappresentata nel lungometraggio diverranno uomini, cesseranno cioè di essere oggetti e si faranno soggetti, ameranno e non odieranno, abbandoneranno la loro condizione di particolarità e grettezza e si faranno universali e panteistici: «Conosco i luoghi che attraverso, alberi e pietre sono lì, come prima, nella loro solitudine, le foglie frusciano sotto i miei piedi. Quel monotono mormorio, e le pietre e gli alberi famigliari sono troppo per me, mi sento colmare di uno strano senso di gratitudine, tutto mi è vicino, si fonde con me, io amo tutto»*********.

«Nel documentario è Dio il regista, quello che ha creato il materiale di base. Nel film di finzione è il regista che è un dio, deve creare la vita. Per fare un film bisogna unire tra loro tutta una serie di impressioni, di forme espressive, di punti di vista e, perché niente riesca monotono, dovremmo disporre di una libertà totale. Un critico che mi parla di verosimiglianza è una persona senza immaginazione.» (François Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock)
** Désordre (Francia, 1986, 91')
*** «E intorno a me covava sempre la stessa oscurità, quella stessa eternità nera e imperscrutabile, contro la quale si inalberavano i miei pensieri incapaci di afferrarla. Con che cosa potevo paragonarla? Feci sforzi disperati per trovare una parola abbastanza grande per definire quel buio, una parola così crudelmente nera da annerire la mia bocca quando l'avessi pronunciata.»
**** «Nessuna pena mi opprime, ho solo voglia di andare via, dove non lo so, ma lontano, forse in Africa, in India. Perché io appartengo ai boschi e alla solitudine.»
***** «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici; ; se si fosse rivelata meschina, volevo trarne tutta la genuina meschinità, e mostrarne al mondo la bassezza; se invece fosse apparsa sublime, volevo conoscerla con l’esperienza, e poterne dare un vero ragguaglio nella mia prossima disgressione.» (Henry David Thoreau, Walden, ovvero vita nei boschi)
****** Rainer Maria Rilke, Torso arcaico di Apollo.
******* Non cito La parete di Marlen Haushofer per il semplice motivo che lì la segregazione è involontaria, prima di tutto aliena e trascendente la persona che la vive, mentre invece nei romanzi citati la solitudine è voluta e ricercata consciamente. Quando per esempio il protagonista di Pan brinda a ciò che ha d'attorno («O uomini, e animali della terra e del cielo, leviamo un brindisi alla notte solitaria nei boschi, nei boschi! Un brindisi alla tenebra e al bisbigliare di Dio tra gli alberi, alla dolce, semplice armonia del silenzio nelle mie orecchie, alle foglie verdi e alle foglie gialle! Un brindisi al rumore della vita che ascolto, un muso che fiuta nell'erba, un cane che fiuta la terra!Un brindisi esultante al gatto selvatico che si acquetta sulla gola e prende la mira e si prepara a balzare su un passero nel buio, nel buio! Un brindisi al misericordioso silenzio che avvolge la terra, alle stelle e alla mezzaluna, sì, a quelle e a questa!  Mi alzo e tendo l'orecchio. Nessuno mi ha udito. Mi risiedo.  Un grazie per la notte solitaria, per i monti, per il sussurrare della tenebra e del mare, e quel sussurrio mi attraversa il cuore! Un grazie per la mia vita, per il mio respiro, per il privilegio di vivere questa notte, un grazie di tutto cuore! Ascolta ad est e ascolta ad ovest, ascolta! È l'eterno, Iddio! Questo silenzio che mi bisbiglia all'orecchio è il sangue ribollente della natura universale, Dio che intesse il mondo e me. Vedo una tela di ragno scintillare alla luce del mio falò, sento un rumore di remi nel porto, un'aurora boreale si leva nel cielo, a nord. Ah, per la mia anima immortale, grazie, e ringrazio anche di essere io qui seduto!»), l'istinto di brindare gli è dato dall'aver raggiunto l'apice della solitudine, tant'è che non sbaglierebbe poi tanto chi crede che Glahn, dopo la perdita di Edvarda, abbia già inteso che il destino con Eva non sarà dissimile.
******** Penso soprattutto a Two years at sea (Inghilterra, 2011, 88') e Man with no name (Francia, 2009, 92').
********* Knut Hamsun, Pan.

5 commenti:

  1. Non saprei che dire, oltre ad aver apprezzato questo scritto e quindi a congratularmi. Il film è sicuramente interessante e se da una parte mi attira (i riferimenti a Begotten, o Two Years at Sea), dall'altra preferisco prima approfondire magari sul citato film di Rivers, o rispolverare cose già tentate in passato, come "Sult", per esempio... Combinazione, ora si trovano sub ita?

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    1. "Sult", di cui comunque ti consiglio di leggere anche lo splendido romanzo di Hamsun, è stato caricato da K, il fu Salvatore, su YouTube: lo trovi qui, http://www.youtube.com/watch?v=G_Uxy30IktM. Merita, e parecchio direi.

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    2. Grazie del consiglio, Yorick! Il film c'è l'ho da un bel pezzo e avevo anche iniziato a vederlo, ma non ricordo quasi nulla. A ogni modo ho trovato i sub a parte, quindi lo riprenderò al più presto per mano.

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  2. Sei solo un hipster del cazzo, ritiriati!

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    1. Grazie, essere evoluzionisticamente svantaggiato.

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