Wonderful town (เมืองเหงาซ่อนรัก)


Produttore del toccante Eternity (Thailandia, 2010, 105') e del meraviglioso* Mary is happy, Mary is happy (Thailandia, 2013, 127'), Aditya Assarat pone in essere una pellicola, Wonderful town (Thailandia, 2007, 92') appunto, lontanissima dalla controversa estetica di 3 friends (Thailandia, 2005, 75') e irrimediabilmente votata al cinema più contemplativo di derivazione minimalista, accostabile, per esempio, al Syndromes and a century (Thailandia, 2006, 105') del connazionale Apichatpong Weerasethakul. Ton, un architetto chiamato a sovrintendere la ricostruzione di un hotel distrutto dallo tsunami, risiede in un hotel di periferia dove lavora Na, colla quale inizia a intrattenere una relazione che frustrerà non poco il fratello Wit. Il film però, lungi dal tinteggiarsi di rosa e dispiegarsi a mo' di love story, arriva a palesare una tragicità che lo vena sin dalla scena iniziale, si direbbe addirittura dal prodromo che lo principia: lo tsunami, il dolore provocato dal quale ha reso l'individuo un cosmo a sé stante, incipiente nel rinnovamento quotidiano della perdita subita. L'uomo soffre diventa l'uomo è sofferenza, e questa sofferenza è così radicata nell'abbandono e nella perdita che l'uomo che l'ha incarnata non può che dibattersi in una perpetua condizione di solitudine e meschinità, ed è questa la tragedia, il catastrofico che divampa sempre e solo prima** o dopo la catastrofe, mai durante. Assarat dirige questo catastrofico, e ciò che infine emerge dalla sua opera è la lucida quanto amara considerazione che l'amore è corrotto dalle circostanze, che l'amore è impossibile se ciò che gli sta d'attorno è inquinato (dalla politica, da una tragedia appena avvenuta, dai sentimenti della gente ecc.): e tutto è inquinato. Wonderful town infatti imposta la propria poetica non negli sguardi dei due innamorati, ma nell'ambiente in cui questi s'incontrano, si amano, vivono, e la dialettica che s'impone tra l'orizzonte rurale, quasi incantato, e il contesto urbano, degradato e degradante, in cui Ton è chiamato a lavorare rende tutto il discorso appena fatto molto meno metafisico di quanto possa sembrare. Vincitore a Rotterdam, Wonderful town modula quindi la propria indole romantica nell'etereo, nel sogno, nell'irreale, in un tempo e in uno spazio che è a conti fatti quello dei rivoluzionari, e come ogni rivoluzione anche l'amore cui Assarat guarda fallisce, si scardina nel suo concretizzarsi, nel suo se non farsi realtà quantomeno installarsi in essa. Il che, però, non impedisce il sorgere di nuove rivoluzioni.



* Checché ne dica Visionesospesa.
** Come nel caso di Heremias. Book One: The legend of the lizard princess (Filippine, 2006, 540') di Lav Diaz.

2 commenti:

  1. Punzecchi? :p
    Sarà anche produttore di "Mary is Happy" ma questo WT, che non avevo mai sentito, mi sembra comunque alquanto distante dal quel "poppettone" là. "Il film però, lungi dal tinteggiarsi di rosa e dispiegarsi a mo' di love story, arriva a palesare una tragicità che lo vena sin dalla scena iniziale." E direi che questa è già cosa buona e giusta ;)

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    1. I thailandesi lo fanno meglio, poco ma sicuro (non come i filippini, però). Gli ultimi due film recensiti devi vederli assolutamente, sono sicuro ti piaceranno davvero molto. (E comunque "Mary is happy, Mary is happy" è "Il cavallo di Torino" del pop, non ci sono storie.)

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