Two years at sea




Girato in un b/n sgranato e con un aspect ratio di 2:35:1 che ricorda quello del Cinemascope e del Panavision, Two years at sea (Inghilterra, 2011, 88') segue le giornate di un eremita ritiratosi nelle Highland scozzesi, più precisamente nei Cairngorm, desolati monti dove la melanconica esistenza di Jake è scandita da letture, passeggiate, sonni. Contemplativa e minimalista, la pellicola, che fa il possibile per eclissare da sé la mano del regista, sembra volersi accostare, in qualche modo, a quel cinema etnografico di cui Let each one go where he may (USA, 2009, 135') è un buon esempio, e non sarà infatti un caso che i due registi, Russell e Rivers, una volta ritrovatisi, trionferanno con quell'epocale A spell to ward off the darkness (Francia/Germania/Estonia, 2013, 95'), nel quale ancora compaiono temi, quali la solitudine e la libertà, qui analizzati con l'occhio dell'anatomopatologo e che spingono Two years at sea ben al di là del semplice documentario, facendone infine qualcosa che assomiglia molto di più a quelle elegie di cui sono maestri Sokurov e Callimaco. È fondamentalmente vita*, non cinéma vérité ma vita vissuta, che si crea e si disfa sullo schermo alla stessa velocità della verità godardiana e di cui lo spettatore è partecipe solo in minima parte: il fatto stesso di non seguire o, meglio, di non carpire nel dettaglio le diverse implicazioni che portano Jake a camminare con un telaio in mano su un suggestivo quanto deserto paesaggio non fanno che incrementare nello spettatore, ora definitivamente spaesato, quel senso di solitudine che permea la vita dell'eremita, solitudine non solo metafisica ma anche e soprattutto esistenziale allorché viene inquadrata qualche fotografia che, con la sua eclatante potenza rievocativa, sbiadisce la solitudine nell'abbandono e fa di questo un momento cardine nella vita di Jake, attraverso il quale poter rileggere l'intera pellicola sotto quest'altra ottica, sì da prestar maggior attenzione all'aspetto critico - nell'etimologico senso di crisi, cioè di rottura - che indubbiamente emerge nel corso del minutaggio e mostra la concreta possibilità di un'emancipazione dalla civilizzazione soffocante che ci aliena; ecco allora che la ripetitività dei gesti mediante i quali veniamo a costruirci una quotidianità che (apparentemente) sola può rendere questo mondo abitabile, domestico e utilizzabile (cfr. La fine del mondo. Contributo all'analisi delle apocalissi culturali) contrasta visibilmente con la libertà con cui Jake abita nel** e il*** mondo, e quest'aspetto carica Two years at sea a tal punto da caricarlo di suggestioni molto simili a quelle avute da Rilke di fronte alla statua di Apollo, perché in fin dei conti Two years at sea non è un capolavoro, è molto di più: è un film che ti cambia la vita.



* Per la precisione, stiamo parlando di un regista che sviluppa buona parte delle riprese nel lavandino di casa sua. Così, per dire...
** I consunti oggetti di Jake inquadrati da Rivers hanno tutti una loro storia.
*** Diversi sono i momenti di fusione di Jake con l'ambiente, uno su tutti il quinto fotogramma dall'alto.

4 commenti:

  1. Cribbio, dev'essere potentissimo questo; un autentico viaggio esistenziale attraverso la solitudine, i ricordi, la dispersione nell'ambiente (micidiale quel quinto fotogramma)... Senza contare quell'abbinata "bianco e nero/schermo panoramico" che personalmente amo alla follia. "A spell..." poi è un filmone, un classico esempio di quei film che hanno la capacità d'incunearsi lentamente nei tuoi pensieri, crescendo giorno dopo giorno, tanto da porti la domanda: "che cavolo ho visto?"
    Ben Russel è si, ora vediamo se anche il collega Rivers riesce a farsi apprezzare, ma credo che i dubbi siano veramente esigui. Grazie Yorick!

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    1. Dannazione se lo è! "A spell..." è davvero un filmone, anche se forse è un filino troppo "segmentato" per i miei gusti, ma il piano-sequenza sul finale è magistrale. Questo, per me, non è da meno, anzi forse mi ha convinto di più, ma credo ciò sia dovuto a un semplice fatto emozionale. Vedilo, non ti deluderà - ne sono certo.

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  2. Bello, bello, bello. Ho visto anche il trailer: affascinante. E poi come lasciarsi sfuggire un film che ti cambia la vita?
    Grazie, yorick!

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    1. Ti piacerà di sicuro, e probabilmente, da amante del viaggiare quale sei, lo apprezzerai anche più di me. :)

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