Stemple Pass

Sebbene l'immensa produzione di Benning si presenti in maniera piuttosto massiccia nell'irriducibilità estetica che la connota (lunghi piano-sequenza a macchina fissa, un interesse quasi ossessivo per la natura, anche se non mancano lungometraggi - Faces (USA, 2011, 130'), Twenty cigarettes (USA, 2011, 98') etc. - in cui è la figura umana la fa da padrona), Stemple pass (USA, 2013, 121'), che pure rievoca pellicole precedenti come ad esempio dittico composto da 13 lakes (Germania/USA, 2004, 135') e Ten skies (Germania/USA, 2004, 102') o il magniloquente Nightfall (USA, 2011, 98'), segna una cesura netta rispetto la produzione antecedente del regista; la voce fuori-campo, infatti, per quanto non preponderante rispetto alle immagini e assolutamente non distaccata da esse, anzi alle quali si ricongiunge per mezzo dei rumorii che, emanati dalla natura inquadrata, emergono da queste, veicola in un certo senso la mente dello spettatore portandolo a considerare quanto è mostrato sotto una luce diversa da quella che pare di primo acchito rischiarare il luogo inquadrato, che per l'appunto negli anni che intercorrono tra il 1971 e il 1995 era abitato da Ted «Unabomber» Kaczynski, figura che nel documentario di Benning è associata a quella Henry David Thoreau per via del profondo rispetto della natura e della consequenziale (se si tralascia una vena di misantropia o, almeno, di sfiducia nell'essere umano che sia il manifesto di Kaczynski che il Walden di Thoreau esprimono) reclusione in spazi incontaminati che questi due personaggi hanno scelto. Lungi però dall'essere una riflessione sulla natura umana o sulla psiche di Kaczynski, Stemple pass, composto da quattro capitoli in affinità con le stagioni annuali, tenta invece - ed è qui, credo, che risulta manifesta la cesura rispetto ai precedenti lavori del regista e fa di questa pellicola il film più potente, se si vuole pericoloso, sicuramente più affascinante di Benning - un approccio differente, specie nei confronti dello spettatore, il quale non viene a essere non più semplice spettatore come poteva essere in Nightfall ma uno spettat(t)ore a tutti gli effetti, quasi in simbiosi con la persona di Kaczynski, di cui Benning, ad inizio di ogni shot, legge giornali e appunti, dai quali emerge un'insofferenza per il rumore di un'umanità sempre più più opulenta, sempre meno rispettosa di quanto va vandalizzando (la natura, appunto) con autostrade, motociclette etc. Ogni piano-sequenza dura circa mezzora, e questa mezzora è suddivisa in una parte di lettura e nell'altra di silenzio - silenzio che porta alla luce tutti i rumori della natura, il vento, gli insetti, ma anche qualche inflazione sonica di veicoli che ottenebra questi rumori e di per sé infastidisce lo spettatore come tempo addietro aveva infastidito Kaczynski, la cui casa, perennemente inquadrata da Benning, è una ricostruzione dello stesso Benning della casa di Kaczynski. A questo va aggiunto che la contemplazione richiesta da Benning per lo spazio inquadrato è la stessa cui Kaczynski era solito rivolgersi nei suoi momenti più intimi e meditativi, e insomma si arriva ad un punto tale che il tutto si risolve in un'inquietante identificazione tra lo spettatore e Kaczynski - apice del film. Al di là dello scandalo che questo potrebbe far sorgere per alcuni, bisogna tener presente che Benning rifiuta qualsivoglia elogio nei confronti di Kaczynski e che quindi, sostanzialmente, Stemple pass mira a essere altro, sfondando l'identificazione spettatore/Kaczynski che, lungi dal prospettarsi come finale, viene a mostrarsi come step necessario per quella contemplazione percettiva della natura che vena l'intero lungometraggio: contemplazione ostica però, di difficile fruibilità (è un film per pochi, non c'è dubbio), e questo per il nostro allontanamento da quella natura che Benning continua a rappresentare nei suoi magnifici film. Non un che di elogiativo insomma e tanto meno un documentario tendenzioso che vuole riscattare Kaczynski, bensì un'amara considerazione di quanto oramai la natura sia indissolubilmente altro rispetto all'uomo e di quanto sia necessario riabilitare la nostra condizione di esseri umani in vista di una naturalità ancestrale che andiamo via via sradicando da noi stessi e dal pianeta Terra.

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